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Quando conoscevamo solo il ‘mammut’

di Valter Marcone

In attesa del 6 aprile 2015 voglio raccontare tre storie. Storie del silenzio. Perché voglio raccontare il silenzio come un oggetto, una visione lontana, una finestra chiusa o aperta, un fumo del camino sul tetto. Tre storie del silenzio.

Eccone i titoli: “[i]Sta lì dal sei aprile[/i]“, pubblicata lo scorso 23 febbraio, “[i]Quando conoscevamo solo il mammut[/i]“ e “[i]Non si vive di soli supermercati[/i]”.

Appunti di viaggio e domande per tre soste in un itinerario incombente o lieve, chiaro o cupo, dolce o amaro, libero. Comunque di natura libera.

”QUANDO CONOSCEVAMO SOLO IL MAMMUT“

Appunti di viaggio. Seconda sosta.

[i]I Parte, Dove la città nasce.[/i]

“[i]La città è stata il principio ideale delle istorie italiane[/i]” scrive Carlo Cattaneo nel saggio che ha un titolo quasi simile a questa frase e più avanti continua “[i]la città formò con il suo territorio un corpo inseparabile[/i]“.

La città dietro le sue mura – come scrive Jacques Le Goff – è la cultura, la sede dei valori. Fuori di essa solo il monastero – una micro città – è il focolare dei valori comparabili. Fuori della città, di fronte ad essa, si apre la non città, la campagna, e l’anti città, il deserto foresta. Chiaramente si parla qui di un contesto storico molto lontano da noi, e di un tema ben noto alla storiografia italiana: il medio evo.

A ben riflettere forse sta tutto qui il senso di un dibattere sulla città dopo l’evento sismico del 2009 che ha messo in luce quel rapporto tra il centro storico e il territorio circostante in modo forte e nuovo. L’Aquila nata come città di confine per confederare territori sparsi e ricondurli a una unità ha nei secoli armonizzato, appunto, i rapporti tra territorio e centro con dinamiche che di quel rapporto centro-periferia hanno fatto un valore, anche se poi ha visto nel tempo affievolirsi questa funzione “monumenta”.

Molto a questa funzione aggregatrice città-territorio hanno dato le immagini, alimentando il meraviglioso, combinando insieme cultura colta, cultura popolare e folklore urbano. Immagini che rappresentano un patrimonio visivo rilevante, non solo conservate nei musei, ma, per dirla in altri termini, esposte alla luce del sole come tessuto architettonico e maglia esistenziale dell’articolarsi della città nei suoi borghi, strade, piazze e così via.

{{*ExtraImg_234780_ArtImgRight_300x225_}}E’ stato il sisma del 2009 a porre di nuovo l’accento su questo tema in modo, però, questa volta nuovo. Dopo il sisma si sono viste comparire sui muri di una città vuota, dalle architetture pericolanti, dai rapporti esili, murales e scritte, frutto di un nuovo immaginario urbano che potrebbe contribuire, come fu all’inizio della fondazione, alla ricostruzione del duemila.

Come i racconti, le leggende, le tradizioni del tempo della fondazione e della rifondazione modellarono la città, così oggi c’è un “equivalente“ mirabilia, un meraviglioso che costituisce un capitolo sterminato dai rapporti difficili, dai contrasti impegnativi che vorrebbero preparare un meccanismo utopico di rinascita. Descrivono metaforicamente un viaggio di recupero dell’esistente passando attraverso una città del passato gremita di figurazioni, avanzi architettonici, iscrizioni, per costituire, con le immagini e le idee, per se stessa e per gli altri, un auto personaggio.

Due immagini: una reale, rappresentata dalla struttura e dall’aspetto della città in ricostruzione; l’altra mentale, incarnata nell’idea di città. Così scoppia proprio nel suo cuore una dialogo tra queste due realtà: tra la città e l’immagine. E in questo modo attorno all’architettura monumentale (palazzi storici, chiese, cortili, piazze) si stratificano ricordi, miniere, materiali.

{{*ExtraImg_234781_ArtImgRight_300x225_}}Meditazioni e sogni nei graffiti urbani, nei murales e nelle opere d’arte esposte lungo percorsi di osservazione e contemplazione espongono immagini di decadenza e di rinascita, di continuità e di rottura, modelli percepibili e percepiti, auto modelli. Anche questa città, come quella medievale, fa di tutto per essere “ammirata”.

Noi conoscevamo solo il ‘mammut’. Me lo dico ogni giorno quando mi fermo passando al bivio di Rocca Santo Stefano e Scoppito. Lo ripeto sempre in macchina sia da solo che con qualche passeggero. Oltre il bivio si va a Scoppito, a destra si va a L’Aquila. Eppure quel ‘mammut’, lo scheletro di quel ‘mammut’ dissotterrato a Madonna della strada, ricostruito in una stanza dei sotterranei del Forte spagnolo e oggi sottoposto ad un puntuale restauro, appariva e appare come una visionaria pennellata di tempo, tra ere geologiche e millenni della storia dell’uomo sulla terra . . . Un pennello intinto nella storia semplicemente per percepire l’illusione dell’eternità nel paradosso della caducità e le redini del pensiero per addentare il bisogno di sosta. Prima di L’Aquila c’era L’Aquila, il territorio che dette vita alla città con i suoi quarti e le sue locazioni. Qui nacque la storia, venne dalle migrazioni delle primavere sacre e andrà verso migrazioni . . . stellari. Generazioni e generazioni di aquilani sono vissuti nella città avendo ben presente, secondo quanto scrive Luigi Lopez, che “[i]la città nacque e si organizzò come una federazione delle distinte comunità, dei distinti castelli, ognuno dei quali continuò ad essere padrone dei propri beni, dei propri demani, delle proprie rendite e del proprio territorio, ma ebbe in aggiunta una parte del territorio della città, all’interno delle mura[/i]”.

{{*ExtraImg_234782_ArtImgRight_300x225_}}Vissuti con questa idea fino a quando questa idea si è persa. Si è persa come in un paese pieno di gelo nel quale anche le idee gelano. Ma se tu arrivi in quel paese al disgelo le idee ti vengono incontro sotto forma di immagini colorate, piccole perle di pensiero rimaste silenziose per tutto l’inverno. Un disgelo di primavera. Sono i murales e le performance visive che negli anni dopo il terremoto hanno attraversato l’immaginario urbano. In esse è rifiorita, nell’opzione degli altrimenti, quella visionaria mirabilia di storia che nel presente e un’altra voce di speranza che concorre appunto a quel disgelo.

Quando si pensa ai graffiti urbani si pensa sempre a qualcosa di sovversivo, un’arte notturna.

C’è chi invece realizza opere d’arte in pieno giorno su strade e marciapiedi. Artisti come Edgar Mueller, Julian Beever e Kurt Wenner divertono la folla con le loro opere 3d.

Il graffito ha migliaia di detrattori: c’è chi considera i grafiteros delinquenti e per ciò sono perseguitati dalla polizia; per altri, invece, c’è un’altra lettura di questa espressione giovanile o “arte urbana”, in una certa maniera trasforma uno spazio in un altro, dà vita a qualcosa che non l’aveva, ricorda che qualcuno è stato in quel posto, risveglia spazi che erano addormentati.

Per dare vita a qualcosa che non ce l’ha a L’Aquila, in questi mesi e anni, si sono moltiplicate le esperienze in questo settore, a cominciare da un enorme murales sul muro di contenimento di via Caldora.

Scrive a questo proposito Sara Ciambotti su Abruzzo Web: “[i]Sono 13 i ragazzi che durante tutta la scorsa settimana hanno lavorato ininterrotamente al muro di contenimento di via Caldora, di fronte al terminal degli autobus di Collemaggio. Per i writers, una pausa solo quando il caldo diventava soffocante e l’asfalto rovente. Poi, la sera, spray in mano e di nuovo a lavoro. La loro impresa si è conclusa domenica scorsa, 8 luglio, e ciò che ne è venuto fuori è un murales senza fine, che con un solo sguardo non si riesce a cogliere interamente. Ma il significato è limpido sotto gli occhi di tutti, grazie anche scritte illuminanti come “Power, Money, Lies” (Potere, denaro, menzogne).Non a caso il titolo dell’opera è Oppressione e Libertà.” “È una sorta di denuncia del contesto in cui viviamo, sia regionale che nazionale – spiegano con voce unanime i 13 writers aquilani – Parole chiave che rappresentano un po’ i drammi della nostra condizione esplicitata graficamente da una figura in doppiopetto/robotica che con i propri ‘tentacoli’ meccanici cerca di afferrare tutto”. “In questo caso i graffiti (l’unico momento di colore sulla parete grigia) rappresentano un qualcosa che non riesce a essere afferrato dal soggetto tecnologico/politico/commerciale – puntualizzano i ragazzi – Infatti dai graffiti partono missili, raggi laser per contrastare la morsa della società”.

È la prima volta che nel capoluogo abruzzese nasce un’iniziativa del genere. I ragazzi hanno infatti potuto dipingere con spray e vernici in maniera assolutamente legale, con tutti i permessi del caso.

“L’evento è stato organizzato dalla Hatha Ciudad onlus (che significa la città nell’equilibrio degli opposti) – spiega Angelica Equizi, presidente dell’associazione culturale – grazie all’indispensabile collaborazione dell’assessorato alla cultura e alle politiche sociali, e al finanziamento dell’associazione nazionale comuni italiani per il progetto ‘Verso una città a dimensione studente’, che è riuscita a realizzare all’Aquila un operato dei bravissimi writers aquilani”.

“Questi ragazzi – continua Angelica – hanno terminato dopo una settimana di lavoro svolto con passione e dedizione la loro opera, arricchendo così finalmente di colore il muro di cemento di fronte al terminal di Collemaggio”.

“L’idea era quella di riuscire a riempire tutto il muro di colore e stiamo lavorando e organizzandoci affinché questo sia possibile a breve – concludono i writers – Con la speranza di poter effettuare all’Aquila nuove opere colorate, tipiche ormai di espressione artistica di realtà urbane europee ispirate a questa forma d’arte nata intorno agli anni ’70 nelle periferie degradate di New York, nella nostra città ‘nuova’”.[/i]

Riempire un muro di colore che si ascolta anche.

A proposito del colore che si ascolta va affiancata all’iniziativa dei writers di Via Caldora, ricordata nella prima parte di questa riflessione, la presentazione del romanzo murale di Fabio Musati, Tramonto Falk, Laruffa editore. Recita la locandina dell’iniziativa: ”[i]Muri provvisori (nel parco della città più provvisoria d’Italia). Un arsenale di spray. Un libro di storia urbana. Musica rap, hip hop, free style[/i]“.

Anche in questo caso Fabio Musati, originario della Valsesia, nato a Milano nel 1957, dove vive con la moglie Valeria e il figlio Guido ha voluto rifarsi all’immaginario della città, mescolando e moltiplicando gli elementi del passato e del presente fino a dar vita a questa esperienza “grafitara” allargata al suono e ai silenzi appunto del colore. Musati è autore indipendente di narrativa e testi teatrali. Ha pubblicato un romanzo, [i]Tramonto Falck[/i], Laruffa 2010, tre romanzi brevi – [i]Cara Ada[/i], [i]Tabula Fati[/i] 2007, [i]L’Angelo nero[/i], Laruffa 2009 e [i]Butta giù le caramelle[/i], Cento Autori 2009 – e tre antologie di racconti – [i]Nel Corpo del Tempo[/i], Artemis 2005, [i]Il Confine[/i], Editrice Prospettiva 2007 e [i]L’Ombra dei sogni[/i], Cento Autori Editore. Altri suoi racconti sono stati pubblicati in una decina di antologie di autori vari. Dopo due anni il laboratorio di scrittura teatrale con Michela Marelli, nel 2006 ha collaborato con Serena Sinigaglia alla drammaturgia dello spettacolo 1989. I lavori, tuttora in programmazione in tutta Italia, e il suo testo [i]9 Maggio 1978, Il più è fatto[/i], è stato premiato e pubblicato da Artevox e da Movimento Forza 9 per il Teatro.

LEGGI LA PRIMA STORIA:

[url”STA LI’ DAL 6 APRILE”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=116333&typeb=0[/url]

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