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Mamma, non spegnere la luce…

di Roberta Mancini*

[i]“[…] Vedo due che si occhiano / Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio / Vedo un fiore che c’era il vento / Vedo un morto ferito / Vedo il pennello dei tempi dei tempi / il tuo giovine pennello da barba / Vedo un battello morbido / Vedo te ma non come attraverso il cono del gelato”[/i]

[i]“E poi?” / “Vedo una cosa che comincia per GN” / “Cosa?” / “Gnente”[/i]

(Giorgio Orelli, Dal buffo buio, Sinopie)

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Con questo nuovo appuntamento, cari lettori, vorrei tendere ancora verso una specie di linea pratica inaugurata lo scorso mese. Dopo aver valutato la complessità di inserire del “verde” nel piatto, questo mese scopriamo che essa può essere insidiosa tanto quanto la difficoltà di mettere il bambino a rapporto col “nero”.

Quello del buio, precisamente, o di una qualsiasi situazione di oscurità. Acluofobia (o nictofobia) è il tecnicismo con il quale si suole indicare la paura fobica del buio (e non un semplice timore a cui siamo spesso tutti soggetti). Nonostante il numero di casi sia circoscritto rispetto all’evidenza di un fenomeno puerile, neanche gli adulti ne escono spesso indenni.

Il Mahatma Gandhi, per citarne uno, era terrorizzato dall’assenza di luce. Che dire poi di Alfred Hitchcock, esempio e paradosso eccezionale di un uomo che nelle tenebre umane e naturali ha ambientato la maggioranza dei suoi capolavori. Eppure i più fragili rimangono sempre loro. I bambini. Principalmente quelli appartenenti a una fascia d’età dai 2 ai 6 anni in quanto i neonati percepiscono il buio come una situazione normalizzante nel loro breve vissuto.

La ragione è facilmente riconducibile all’ambiente uterino della madre che è privo di luce per l’intero periodo gestazionale. L’insorgere del problema viene denotato maggiormente nel momento in cui è necessario spostare il/la proprio/a figlio/a in uno spazio autonomo dal controllo genitoriale. La famosa “cameretta” infatti svolge una funzione importante nell’autonomia infantile, sviluppa un modo nuovo di interagire con un ambiente che il bambino sa di poter maneggiare a suo piacimento, lontano dalle restrizioni che altre zone della casa, giustamente, comportano. Tuttavia, ha una sua importanza non solo nella gestione dell’attività ludica ma anche di quella del sonno notturno. Per una giustificabile predisposizione dei genitori ad evitare che si spaventino, quella di spostare i propri figli, è una pratica che viene rimandata sempre più spesso nel tempo – e non si creda che i traumi maggiori siano solo infantili, ma anche e soprattutto le madri risentono del distacco – eppure non sempre è auspicabile ritardare la questione. È uno stadio fondamentale del processo di crescita fisica e mentale, una tappa decisiva nel passaggio dalla sfera materna e iperprotettiva a quella singola. Ma è comunque un cambiamento che va affrontato insieme e con fiducia reciproca. E prima lo si fronteggia maggiore sarà il tempo a disposizione, minore la fretta. Verrà meno così anche il bisogno di ricorrere a stratagemmi (a mio parere più dannosi che utili) che pur dovendo velocizzare la cosa finiscono, invece, per complicarla. [i]“Se non dormi da solo, non facciamo…”, “se non dormi da solo non ti porto…”[/i] sono privazioni senza profitto nella soluzione del problema.

È giusto, al contrario, condividere e non minimizzare ma empatizzare con le paure dei bambini che al buio si trovano convinti di essere al cospetto di chissà quali mostri e creature difficili da debellare! Il canale attraverso cui sconfiggere tutto ciò va sempre ricercato nell’armonia e nella stabilità che la famiglia è in grado di dare in questa fase di mutamento.

Molto importante sarebbe riuscire a far disporre, ogni sera, di una certa continuità alle azioni del bambino: mangiare, lavarsi, andare in bagno per chi è già indipendente, e poi nel lettino concedersi insieme un momento ricreativo prima di dormire quale può essere la lettura di una favola o la visione di un cartone sul computer di mamma e papà o ancora una lotta immaginaria con i mostri che tanto teme, in modo da permettere loro di collocare il momento del sonno in un punto preciso, flessibile ma stabile, della giornata. In cui tutto volge al termine e, in attesa del nuovo giorno, inizia il tempo dei sogni.

*[i]Roberta Mancini {{*ExtraImg_221884_ArtImgRight_300x210_}}

ha 26 anni ed è stata un’esperta baby sitter. Aquilana doc, è un’educatrice infantile. Si è occupata di assistenza, tutela ed educazione di bambini dai 3 ai 36 mesi. Le principali attività svolte a supporto dei bambini sono state: di tipo grafico-pittoriche, attività manipolative e di tipo motorieHa conseguito il diploma di Liceo delle Scienze Sociali presso l’Istituto d’istruzione superiore ‘Domenico Cotugno’ di L’Aquila[/i].

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