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Memorie d’inciampo

di Raffaella De Nicola

Anche quando piove la vedi, luccica nel suo ottone brillante, nel grigio della pavimentazione di Piazza Duomo, come un urlo discreto inserito nell’ordito della trama urbanistica.

Qui a L’Aquila, come in altri paesi, concorre, questo piccolo sanpietrino che brilla, insieme ad altri 45.000, a tracciare il percorso della memoria europea dei deportati della shoah.

Era arrivato da Firenze a L’Aquila, per amore, proprio a Piazza Duomo, lì dove l’orizzonte ora inciampa nella pietra davanti l’Unicredit, nel negozio della famiglia della moglie, Ada Coen, per vendere stoffe. Eroismo ne aveva già speso, Giulio Della Pergola, partito volontario nella I guerra mondiale, insignito della medaglia d’argento. Era un giorno di gennaio del 1944, il 13, aveva 49 anni quando, unico ebreo dell’Aquila, fu portato ad Auschwitz, supponiamo su convogli dove l’umanità assiepata diveniva mandria da macello. Non erano bastate a salvarlo le cordate di vigilanza che ragazzi aquilani organizzavano, volontariamente a turno, per avvisare in tempo gli ebrei, come racconta mio padre, con il raschio amaro della voce quando parla dei fascisti, dei tedeschi e delle botte che prendeva, mentre nei suoi racconti sento alzarsi le onde delle voci terrorizzate che inondavano le vie come fiume in piena.

Otto scarne righe raccontano, in tutta Europa, nelle “pietre d’inciampo”, le vittime dell’Olocausto, posizionate personalmente dall’artista tedesco che le ha ideate nel 1993, Gunter Demnig, davanti le case teatro di deportazioni, ottone lucente che fissa, proprio dove le orme sono passate, una geografia del terrore, ridando individualità ai numeri seriali tatuati sul braccio. Da questa posizionata in Piazza Duomo sappiamo che morì, Giulio Della Pergola, nel campo di sterminio circa un mese dopo la deportazione.

Niente di più che un nome e due date come lapide funeraria, incastrata nel tessuto urbanistico della nostra città, giuntura deforme in una ragnatela di memoria che inciampa visivamente, anche qui a L’Aquila, i nostri sguardi e li allaccia a quella topografia dell’orrore che è stata la shoah.

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