IlCapoluogo.it - L'aquila News: notizie in tempo reale di Cronaca, Politica, Stefania Pezzopane, Massimo Cialente, Pierpaolo Pietrucci,Collemaggio

Leonardo Circenzi: «La mia prigionia»

di Lucia Ottavi

Leonardo Circenzi nacque nel 1921 a Pescina. Non aveva finito neanche la scuola elementare quando iniziò a lavorare nei campi come bracciante agricolo. A quei tempi pochi potevano permettersi il lusso di proseguire gli studi, si doveva contribuire alla sussistenza di tutta la famiglia, studiare era un privilegio che a lui non fu concesso. All’età di 19 anni fu chiamato chiamato alle armi, l’8 gennaio 1941 entrò nella caserma “Edoardo Bianchini” di Napoli e dopo qualche mese fu trasferito a Bari per essere imbarcato alla volta della Grecia. Il nostro giovane soldato partì con l’idea di servire la sua amata patria, ma era ancora inconsapevole a quello a cui sarebbe andato incontro.

{{*ExtraImg_231119_ArtImgRight_259x195_}}In Grecia gli italiani ricevettero l’ordine di presidiare la cittadina di Ioànnina, restarono lì fino all’8 settembre 1943, giorno in cui venne firmato l’armistizio con gli anglo-americani. Da quel momento in poi la vita dei soldati italiani cambiò per sempre, nulla sarebbe stato più come prima, il dolore, la disperazione, la fame, la malattia, il freddo, l’orrore più assoluto avrebbero accompagnato l’esistenza di questi giovani e grandi uomini per tanto tempo.

«All’alba del terzo giorno – dichiara Leonardo Circenzi – fummo circondati dai tedeschi, ci tennero sotto tiro per due lunghissimi giorni, poi ci fecero incamminare verso Piano di Quarto, lì c’erano dei treni ad attenderci, destinazione Germania. Il viaggio fu massacrante e durò quindici giorni. Avevamo paura di quello che ci avrebbe riservato il futuro, il nostro pensiero ricorrente era la casa, gli affetti, tutto quello che avevamo lasciato e che, forse, non avremmo più rivisto. Saremmo tornati a casa? E, se si, quando?».

«I tedeschi ci condussero in un campo di lavoro forzato vicino Livercus. La zona era completamente recintata con del filo spinato e al suo interno erano presenti molte baracche di legno. Ognuna era occupata da una decina di prigionieri. Eravamo sorvegliati a vista da tedeschi armati, non potevamo fare passi falsi, ci avrebbero sicuramente sparato senza alcuna pietà».

«All’interno del campo c’era una fabbrica che produceva freni per treni. Io fui spedito in fonderia. Il lavoro era davvero duro, il mio compito era quello di sformare i freni dagli stampi a forza di martellate. Questa attività la svolgevo nelle ore notturne, di giorno cercavo di dormire per recuperare le poche forze che erano rimaste. Il sonno però era sempre disturbato da fortissimi crampi allo stomaco, dovuti alla fame. Quello della fame è uno dei ricordi che, ancora oggi, mi fa male. Ci trattavano peggio delle bestie, eravamo nutriti con brodaglie e pane, non bastavano per compensare la tremenda fatica delle lunghissime ore di lavoro notturne».

Dovevo inventarmi qualcosa. Non potevo andare avanti in quel modo. Fu allora che ebbi un’idea. Mia madre prima di partire come soldato, da buona donna del sud, mi mise in valigia calze e maglie di lana. Potevo barattare il vestiario per una razione di cibo più abbondante. Così feci, mi dividevo le calze, scucivo le maglie, per poi barattarle a pezzi per una razione di cibo più “generosa”. Noi italiani, però, avevamo trovato anche un altro modo per procurarci del cibo.

Durante i bombardamenti americani notturni scendevamo nelle “kella”, cantine, dove c’erano scorte di patate e, eludendo la sorveglianza, ne rubavamo qualcuna».

«Ho lavorato – prosegue Leonardo – nella fonderia per nove mesi, ero arrivato a pesare 30 chili, credetemi quando vi dico che mi sentivo per tre quarti morto. Eppure ero abituato a vedere la morte con i miei occhi, nel campo perdevano la vita circa venti prigionieri al giorno. La situazione in cui vivevamo era disumana, eravamo stremati, ci costava fatica anche espletare i nostri bisogni fisiologici. All’interno della baracca erano posizionate in fila diverse latrine, chi entrava sollevava chi stava accovacciato e sperava a sua volta che entrasse subito qualcuno che sollevasse lui. Avevo superato il limite dell’umana sopportazione, non ero più in grado di andare a lavorare in fonderia e avevo una paura tremenda che mi conducessero in un convalescenziario, coloro che vi entravano, non facevano più ritorno nelle baracche».

«Una mattina come tante venne al campo un ”bauer”, contadino, con lo scopo di prelevare cinque prigionieri e condurli nella sua fattoria. Io capii allora che quello era il mio momento e non potevo farmelo sfuggire. Non scelse me, ma mi intrufolai nel camion, l’uomo mi guardò con ripugnanza, ma non disse nulla e mi portò con sé. Arrivammo a Stuzelbelg, un piccolo paese di campagna, e iniziammo subito a lavorare. Io ero addetto alle stalle, quindi, anche se il cibo era scarso, bevevo una parte del latte che mungevo dalle mucche, mangiavo zucchine, carote, patate destinate al bestiame e, nel giro di due mesi, potevo nuovamente guardarmi allo specchio. Tra noi prigionieri incominciò a girare una voce, gli americani ci avrebbero presto liberato. Successivamente arrivò nella fattoria un soldato italiano che ci informò che la guerra era finita. Ero finalmente libero, ce l’avevo fatta. Non ci potevo credere, un sogno che prendeva il posto di un incubo vissuto per troppo tempo. Abbandonai gli attrezzi da lavoro, mi recai dal “bauer” e lo informai che sarei andato via, la guerra era finita, e non ero più un prigioniero. Lui, con fare beffardo, disse che sarei tornato presto nella sua fattoria, non potevo trovare di meglio. La mia risposta fu semplice ma allo stesso tempo incisiva: “Mai!”. Non fu facile rientrare in Italia, ma ce la feci. Giunsi nella mia Pescina il giorno delle feste patronali. Non è possibile descrivere la miriade di sensazioni che provai nel preciso istante in cui riabbracciai i miei cari. Oggi, a volte, la notte mi sveglio e rivivo con la mente quei terribili momenti, ma il tempo è davvero un gran dottore, quei sogni non mi spaventano più come un tempo».

{{*ExtraImg_231120_ArtImgLeft_274x184_}}Esprimo la mia più sentita gratitudine a Silvia Colangelo, nipote di Leonardo Circenzi, grazie alla sua ricostruzione dei fatti ho potuto oggi scrivere la storia di un grande uomo della nostra terra, quello che oggi come ieri possiamo definire un eroe italiano.

[url”Torna alla Home Targatoaz.it”]http://ilcapoluogo.globalist.it/?Loid=154&categoryId=221[/url]

X