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Melania: «Segni da contatto su corpo non sono di Parolisi»

Dopo l’impronta di scarpa, un’altra traccia potrebbe scagionare Salvatore Parolisi, accusato del delitto della moglie Melania Rea.

I segni lasciati sulle gambe della povera Melania qualificati dalla perizia come «striature a linee parallele da sovrapposizione», «con alta probabilità non sono riconducibili alla cerniera del giacchetto indossato dalla stessa», sostiene uno dei due legali difensori di Parolisi, Nicodemo Gentile. Lo rileverebbe «la prima consulenza effettuata al riguardo dall’ingegner Reale, il solo ad aver effettuato le misurazioni tecniche, che ha escluso che i segni da contatto sulla cute di Melania corrispondano, contrariamente a quanto rilevato nella sentenza di appello, alla zip dell’indumento della donna».

Tali segni, che, da subito, anche gli investigatori hanno interpretato quali tracce probabilmente lasciate dalla manica della maglia o del maglioncino imbrattato di sangue dell'[i]offender[/i], rappresentano la firma dell’assassino che, per la difesa, non è il marito di Melania, poichè Parolisi, come risulta da più elementi, testimoniali e di fatto, non avrebbe mai cambiato gli indumenti, in quanto, nel pomeriggio del 18 aprile 2011, è uscito da casa in maniche corte e pantaloncini e così è rimasto fino alla sera.

«Siamo di fronte ad un ulteriore indizio di innocenza – prosegue l’avvocato Gentile – poichè questo dato tecnico rafforza ancora l’evidenza di una scena criminis che straripa di segni e tracce che non appartengono a Salvatore Parolisi, ma a soggetti che, ad oggi, rimangono ignoti».

Questo ulteriore elemento – dopo quello per cui l’impronta di scarpa isolata alla base del chiosco situato alle Casermette di Civitella del Tronto (Teramo) nei pressi del quale venne ritrovato il corpo senza vita di Melania uccisa con 35 coltellate, corrisponde ad un numero non superiore al 40 mentre Parolisi calza il 43 – supererebbe i rilievi della Corte di secondo grado, aprendo a scenari diversi.

La difesa ha chiesto alla Corte di Cassazione di annullare la sentenza di appello anche sotto questo profilo.

Parolisi in Appello è stato condannato a 30 anni per il delitto di Ripe di Civitella, mentre in primo grado dal gup di Teramo venne condannato all’ergastolo. Il 10 febbraio la Suprema Corte si pronuncerà.

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