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Cabbia, il ricordo di due giovani vite spezzate

di Nando Giammarini*

Ognuno, nella vita, ha il suo destino. Quello accanitosi contro due ragazzi della nostra comunità è quanto di più ingiusto e assurdo possa capitare a qualsiasi essere umano.

La morte, comunque la si interpreti e per quanto ci si possa confrontare, è sempre e comunque una dura prova della vita con cui non tutti hanno la forza e il coraggio di riuscire a rapportarsi apertamente. Tutti gli esseri umani, in funzione delle proprie convinzioni personali, cercano una risposta al mistero dalla fine della vita. Alcuni pensatori laici rispondono a questa paura e ai tanti sentimenti negativi da essa evocati vivendo intensamente i piaceri dell’esistenza, gli ideali, gli affetti. Insomma quei pensieri che scaturiscono dal profondo del nostro intimo. Non sempre si riesce però a superare del tutto i timori e le angosce della morte ma, forse, solo ad esorcizzarli. Il credente, forte della sua fede, crede nell’immortalità dell’anima, quindi, sul principio e la convinzione che la vita non finisce con la morte ma continua nell’aldilà. Questo principio contempla forme diverse in funzione della sensibilità dei singoli individui. Poi è altrettanto vero che le persone vivono in eterno attraverso il ricordo. Quando il filo della memoria si interrompe allora, sì, arriva la morte per sempre.

Di fatto non esistono ne esisteranno mai parole in grado di mitigare, nell’immediato, il dolore delle famiglie colpite da una simile disgrazia, sebbene il tempo dovrà fare la sua parte.

Vorrei poter cancellare dalla mente quei giorni terribili e i tanti momenti infiniti in cui, nelle camere ardenti, si consumava l’ultimo grido di dolore dei parenti che spezzava il cuore. Le parole pronunciate con la voce rotta dal pianto del padre di quella povera ragazza nata e vissuta nel mio stesso quartiere. I lamenti, la disperazione e lo strazio della madre, dei parenti e degli amici dell’altro ragazzo.

Ora che sono scese le tenebre regna una calma terribile e vivace ed è ripreso il tran tran quotidiano. Ci penso e non riesco a farmene una ragione, perché andarsene così, in brevissimo tempo, in un lampo, ti lascia attonito, incredulo e soprattutto inerme.

Sono tornato a Cabbia sabato, tutto mi appariva irreale, vuoto. Risalivo verso la piazza e mi rintuonavano nelle orecchie le parole di saluto, il semplice ciao della ragazza e quelle di quel ragazzo mite e rispettoso, corretto ed educato che si confrontava sempre con tutti. Il tempo lenirà il dolore. La nostra piccola comunità di montagna è più povera, avendo perso due suoi giovani figli. Ma la vita continua, va avanti. Solo in questi dolorosi momenti ti accorgi del significato profondo dell’amicizia e del rispetto del prossimo che meriterebbe una maggiore riflessione, affinchè tutti si rendano conto di quelli che sono i veri valori dell’umana esistenza. E la fede, se esiste, placherà l’immane dolore di una repentina e crudele scomparsa accompagnata dai loro sorrisi, che non tramonteranno mai.

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