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La luna di Andersen

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a cura di Valer Marcone

SECONDA PARTE

Vengo da Roma, disse la luna. Sopra uno de’ suoi colli si scor-gono gli ultimi avanzi del palazzo dei Cesari: tra le mura diroc-cate crescono i fichi selvatici che coprono con le larghe foglie d’un verde grigiastro quelle nudità dolorose. L’asino passa tra le rovine, calpesta i cespugli d’alloro e si rallegra degli aridi cardi.

Là, da dove l’aquila romana spiegò il largo volo, e là dove ri-sonò il grido «venni, vidi, vinsi», si scorge una viuzza che con-duce ad una misera casa rovinata che s’innalza fra due colonne di marmo infrante: i tralci della vite pendono, come una corona mortuaria, al di sotto delle finestre a sesto acuto.

In quella casupola abita ora una vecchia femmina con la nipotina. Esse dominano nel palazzo dei Cesari e ne mostrano ai forestieri i tesori distrutti, una muraglia nuda è ciò che resta della splendida sala del trono e nel punto in cui questo sorgeva, proietta ora la sua ombra cupa un cipresso: il pavimento scompare sotto uno strato di rottami alto un palmo.

Nel crepuscolo, quando risuona per l’aria lo squillo delle campane, la piccina, che si potrebbe quasi chiamare la figlia del palazzo imperiale, siede spesso su di uno sgabello presso la porta sgangherata e mira attraverso al largo foro della serratura buona parte di Roma e la superba cupola di San Pietro . . .

*** *** ***

{{*ExtraImg_229383_ArtImgRight_300x183_}}Stasera, come sempre, tutto colà era silenzio: la bimba apparve nella mia luce reggendo sul capo un’antica anfora di terracotta piena d’acqua: camminava a piedi nudi ed indossava una camicina dalle maniche a brandelli. Io le baciai le spalle bianche e rotondette, gli occhi neri, i capelli lucenti. La piccina salì lenta gli scalini davanti alla porta, che erano di marmo finissimo, e costituivano un tesoro, e non provò ribrezzo alcuno nello scorgere una lucertoletta guizzare spaventata presso i suoi piedi nudi.

Una zampetta di lepre appesa ad una funicella formava il campanello del palazzo imperiale: la bimba alzò la mano per tirarla, ma ristette un momento: perchè? a che pensava?

Forse al bambino Gesù dalla veste d’oro che c’era nella chiesetta dove le sue piccole amiche cantavano gli inni sacri che ella pure sapeva? . . .

Fece un movimento, ma incespicò e l’anfora le cadde dal capo spezzandosi sugli scalini dalle fini scannellature.

Povera piccina! Scoppiò in lacrime. La bella figlia del palazzo dei Cesari piangeva immobile, coi piedini ignudi sopra un povero vaso di terracotta infranto … piangeva, piangeva, chè le mancava ormai il coraggio di tirare il campanello del palazzo imperiale.

*** *** ***

{{*ExtraImg_229384_ArtImgRight_300x458_}}La luna non si mostrò per quattordici sere: finalmente riapparve bella, rotonda, luminosa tra poche nuvole vaganti pel cielo. Udite ciò che mi narrò.

Seguii una carovana che proveniva dalla città di Fezzan e la vidi sostare davanti al deserto, sopra una di quelle pianure di sale che brillano come piani di ghiaccio e che non sono ricoperte che da un leggerissimo strato di sabbia.

Il più vecchio della carovana, il quale portava una bottiglia d’acqua appesa alla cintura ed un sacco di pane àzzimo in capo, disegnò sulla rena, col bastone, un quadrato e vi scrisse alcuni versetti del Corano: ognuno passò sopra quel breve tratto di terra consacrata.

Un giovane negoziante, figlio del sole (io lessi ciò nei suoi occhi neri e nelle sue forme slanciate), cavalcava pensoso un de-striero pieno di fuoco. A chi era rivolto il suo pensiero? Forse alla sua donna tanto giovane e tanto bella? Erano due giorni appena che l’aveva condotta in isposa e portata intorno alle mura della città, sopra un cammello riccamente bardato di pelli e di scialli preziosi: i sonatori di tamburo e di zampogna le facevano corteo, le donne cantavano e per l’aria echeggiavano ‘spari di gioia! ed ora … ora egli se ne andava mesto con la carovana attraverso il deserto.

Io seguii quegli uomini per molte notti: li vegliai mentre ripo-savano presso le fonti, tra i palmizi ancor più radi; li vidi cacciare il coltello nel petto dei cammelli sfiniti ed arrostirne le carni. Coi miei raggi smorzai l’arsura della sabbia infocata, mostrai i neri blocchi di roccia sperduti nell’infinito mare sabbioso.

E andavano i poveretti, andavano senza incontrare alcun essere vivente, senza che sul loro capo vagasse una nuvola, ruggisse la bufera.

Presso il focolare domestico, la sposa soave pregava intanto pel marito e pel padre.

– Sono morti? – chiedeva alla mia falce d’alo. – Sono morti? – chiedeva al mio disco luminoso.

Finalmente hanno compiuto la traversata del deserto, e questa sera essi riposano sotto le palme attorno alle quali vola, in larghi giri, la gru, mentre il pellicano, appollaiato tra i rami delle mimose in fiore, guarda la scena.

Alcuni elefanti calpestano con la pesante zampa gli arbusti rigogliosi dei tropici.

Chi s’avanza? E’ una schiera di negri tornanti dal mercato che ebbe luogo nell’interno del paese: le donne portano una veste color indaco ed hanno tra i capelli bottoni di rame, esse spronano i buoi su cui dormono i bimbi accanto agli acquisti fatti. Un negro conduce al guinzaglio un li ancella comperato in quel dì … S’avvicinano alla carovana …

Il giovane mercante siede immoto, silenzioso e pensa alla sua donna lontana: nella terra del negro egli sogna quel bianco velo profumato che palpita di là dal deserto; alza il capo …

Una nube passò davanti alla luna e poi un’altra ancora. Io non vidi più nulla.

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