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#Avezzano15, Emidio “Tarramut”

di Lucia Ottavi

Il 13 gennaio 1915, alle ore 7:53, un violentissimo terremoto di magnitudo ((Mw) 7.0 colpì la Marsica. Questo terribile evento sismico rase al suolo interi paesi. Le vittime complessive furono circa 30.000 di cui 10.719 solo nella città di Avezzano, che all’epoca contava circa 13.000 abitanti.

A Ortona dei Marsi coloro che persero la vita furono circa 400, Celano 658, Capistrello 93, Cese dei Marsi 719, Collarmele 847, Lecce nei Marsi 537, Gioia dei Marsi 3.500, Scanno 120, Magliano de’ Marsi 700, Pescina 4.000, Sora 301, Pescasseroli 13, San Benedetto dei Marsi 3.000, Trasacco 26, Ortucchio 1.800 e molti altri ancora.

Nel mentre di una tragedia di tale portata, in una piccola casa di Ortona dei Marsi veniva alla luce un bambino, Emidio Di Cicco.
Oggi quel fanciullo nato il 13 gennaio 1915 compie 100 anni.

Mi ha ospitato nella sua abitazione per raccontarmi la sua storia, la storia di un grande uomo, un degno figlio della nostra bellissima terra.

Erano le 7.53 del 13 gennaio 1915, quando la terra incominciò a tremare. La madre di Emidio era distesa sul letto di quella che era la loro casa, le pareti davanti a lei si aprivano e si chiudevano, il dolore e la paura erano immensi, ma la volontà di mettere al mondo il suo terzogenito era ancora più forte. In casa erano presenti due carabinieri, chiamati per evitare che l’ostetrica, che doveva assistere al parto, scappasse. La paura era tanta, troppa, ma gli ufficiali avevano deciso di restare all’interno di quell’abitazione, non avrebbero mai lasciato la donna sola, in preda ai forti dolori del parto e alla grande paura dell’anima.

Emidio nacque non più tardi delle 8:30 e fu immediatamente condotto, insieme a sua madre, in una stalla situata nelle vicinanze, quello era il posto più sicuro e più “caldo” dove far giacere un bimbo appena nato con la sua mamma. Nel piccolo centro abitato di Ortona (non si devono considerare le frazioni del comune, divenute un ammasso di macerie) le case rimasero in piedi. Molti geologi e studiosi della materia, nel corso degli anni, si sono recati nel piccolo paese marsicano per cercare di dare una spiegazione a questo sorprendente fatto. La violenta scossa di terremoto aveva distrutto molte abitazioni, aveva scoperchiato tetti, trascinato con sé pareti, ma Ortona non era, come molti paesi della Marsica, un accumulo di macerie.
Era ancora in piedi, nonostante la paura e la disperazione dei suoi abitanti.

{{*ExtraImg_229484_ArtImgRight_288x480_Emidio e sua figlia}}

Le lacrime dei cittadini si confondevano con il meraviglioso pianto di un bimbo appena nato, segno che la catastrofe che si era appena abbattuta nella vita di un intero popolo, non aveva tolto tutto agli abitanti, era divenuto segno di speranza, di rinascita. Questo era Emidio Di Cicco per Ortona.

Il piccolo e la sua mamma rimasero nella stalla solo con un po’ di acqua ed un pezzo di pane, ma erano vivi, ce l’avevano fatta. Quella fu la loro casa per tanti giorni ancora.

Il dopo terremoto fu segnato dalla povertà, dalla fame, dalla miseria più assoluta. Lo scoppio, di lì a poco, della prima guerra mondiale non fece altro che peggiorare una situazione già difficile in partenza. I bambini del paese si nutrivano con quello che avevano, poco o niente. Non si poteva chiedere di più, perché non si aveva di più. Era difficile riscaldarsi e molti si ammalavano, senza possibilità di guarigione.

Il padre di Emidio morì quando lui aveva appena 4 anni. La madre, da quel momento in poi, fece di tutto per cercare di tirar su i suoi figli, lavorava per giornate intere nelle campagne, ma ad un certo punto, anche lei si ammalò e, quando Emidio aveva 16 anni, lasciò per sempre la vita terrena.

Questo piccolo, grande, uomo non si perse d’animo, si rimboccò le maniche e andò avanti. Emidio era conosciuto da tutti come “Tarramut”, era nato il 13 gennaio 1915, qualche minuto dopo una scossa che decimò un intero popolo, e non poteva di certo arrendersi. La sua vita, infatti, proseguì con la forza che, da sempre, lo aveva caratterizzato e che lo caratterizzerà per tutti i suoi cento anni. Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale diventa un Bersagliere (uso come iniziale la lettera maiuscola per sottolineare l’orgoglio di Emidio di essere un Bersagliere) e viene chiamato a combattere un conflitto mondiale che segnerà per sempre la sua esistenza.

«Nella guerra – afferma Emidio – non vedi più niente, solo morti, e morti, e tanti morti ancora. I pidocchi erano diventati i nostri migliori amici. I miei occhi si sono trovati di fronte a scene indescrivibili, ho visto i miei amici morire, uccisi non solo dalle armi, ma anche dal freddo e dalla fame.

Ho combattuto in Albania e in Grecia, l’08-09-1943 (giorno in cui venne firmato l’armistizio) fu l’inizio della fine. Gli inglesi ci trattavano come bestie, non avevamo un rifugio, la terra era il nostro letto e, per certi versi, il nostro cibo. Ci consegnavano 3 patate crude ogni 24 ore. Un giorno, mi sentivo particolarmente male, erano giorni che mi nutrivo solamente con le patate che ci assegnavano, allora abbassai lo sguardo e vidi la terra. Pensai, se riesco a mangiarla sono a cavallo! Posso sopravvivere, allora mi chinai per raccoglierla, diressi la mia mano nella bocca e la assaporai, disgustosa, non potevo, non riuscivo.

Questo, però, non fu l’episodio più doloroso della mia vita. Se penso a quello che successe dopo, no, non ci posso pensare».

Emidio fa una lunga pausa e, poi, inizia nuovamente a parlare.

«Era il mese di dicembre del 1944, eravamo in Grecia, dovevamo tornare a casa, in Italia. Gli inglesi ci fecero avvicinare ad una nave, ci spogliarono per essere visitati. Una volta effettuato il controllo, pensavo che ci riconsegnassero i vestiti, invece no. Fummo fatti salire all’interno della nave completamente nudi, ammassati come bestiame da macello. Quella imbarcazione non era una nave ma un campo di concentramento ambulante. Avevo freddo e chiesi una coperta, miracolosamente me la diedero. Una volta arrivati nel porto di Catanzaro mi tolsero l’unico pezzo di stoffa che avevo per coprirmi e mi fecero scendere, insieme ai miei compagni, nudo. Era la fine del mese di dicembre, faceva davvero freddo.

Una volta arrivati a destinazione ci costrinsero a lavarci, all’aperto, con secchi di acqua gelata. Chi non si lavava non aveva diritto al cibo. Io presi quel secchio e, con coraggio, me lo versai addosso. Ritornai a casa con la febbre altissima. Sono stato ricoverato cinque mesi in ospedale».

Quando Emidio Di Cicco, con una mente sorprendentemente lucida, mi ha raccontato, nel nostro splendido dialetto marsicano, questi episodi, la mia anima era invasa da una miriade di sensazioni, sgomento, dolore, ma anche, stima, orgoglio per la sua persona. Pensavo, come sia possibile sopravvivere a ciò, come sia possibile vivere queste terribili esperienze e rimanere, a distanza di cento anni, con quel sorriso, che vi giuro, mi ha fatto commuovere.

Emidio è un grande uomo della nostra terra. E’ stato un onore per me conoscerlo e far conoscere, a chi leggerà questo articolo, la storia di un fedele figlio d’Abruzzo, Emidio “Tarramut”, oggi, 13 gennaio 2015, circondato dall’affetto dei suoi cari.

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