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Terre d’oro: «Bloccato smaltimento illecito rifiuti»

Bloccato «un importante smaltimento illecito di rifiuti speciali, terre e rocce da scavo, dal Comando Provinciale di Pescara del Corpo Forestale dello Stato nell’operazione “Terre d’oro”, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila, con la contestazione dei reati di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti speciali e discarica abusiva». A renderlo noto è la Forestale.

«Eseguiti – spiega ancora la Forestale – quattro misure cautelari degli arresti domiciliari a carico dei vertici e di tecnici della Emoter srl, prima denominata Emoter sas, ed Eco Strade sas; una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercizio d’impresa all’amministratore unico della Emoter Lavori; il sequestro di sette siti ove sono state smaltiti i rifiuti speciali, oltre 400.000 metri cubi, pari a circa 500.000 tonnellate di terre e rocce da scavo spostate, con la creazione di altrettante discariche abusive con una superficie complessiva di circa 10 ettari; il sequestro preventivo di 13 autocarri per il trasporto e per lo scarico delle terre e rocce da scavo utilizzati dalla ditta Emoter Lavori; il sequestro per equivalente di circa 3.000.000 di euro ritenuti derivanti da illecito profitto per la cessione di terre e rocce da scavo in difformità o in mancanza del piano di utilizzo e per il mancato sostenimento dei costi per il corretto smaltimento del rifiuto (il sequestro è stato eseguito dagli uomini della Guardia di Finanza del GICO dell’Aquila); tredici perquisizioni nelle sedi legali di altrettante imprese tra Pescara, Chieti, Milano e Roma».

«Diciotto – precisa la Forestale – sono gli indagati, denunciati a piede libero, che a vario titolo e in concorso tra loro avrebbero partecipato all’ipotesi delittuosa (proprietari di terreni compiacenti, professionisti e così via). Sette società: E.co. Strade s.a.s., la Emoter s.r.l. e la Emoter lavori s.r.l. con sede legale a Chieti, Energia Verde Spa, con sede legale in Assisi (Pg), Soim srl con sede legale in San Giovanni Teatino (Ch), Saline srl con sede legale in Montesilvano (Pe), Akka srl con sede legale in Roma, l’Associazione “Fondazione Figlie Dell’amore Di Gesù E Maria – Onlus”, sono interessate da provvedimenti sanzionatori di illecito amministrativo dipendente da reato, in applicazione della specifica disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, poiché avrebbero tratto interesse e vantaggio dai reati imputati».

«La normativa sulle terre e rocce da scavo – spiega la Forestale – prevede che possano essere trasportate o spostate in sito o ex sito sulla scorta di un piano di utilizzo notificato alle autorità, altrimenti sono da considerarsi rifiuti speciali classificabili con codice CER 17.05.04. Nei cantieri oggetto di verifica in “Terre d’oro” il piano di utilizzo sarebbe stato completamente disatteso, ovvero si sarebbe riscontrata l’assenza dello stesso».

«Nel corso delle indagini – precisa la Forestale – é emerso che il fine perseguito sarebbe stato quello di limitare i costi di trasporto e, contestualmente, di evitare i costi di smaltimento del materiale di scavo o quello di campionamento e di analisi degli oltre 400.000 metri cubi manipolati».

L’indagine nasce del 2011 grazie al ruolo di polizia di prossimità che viene svolto dai reparti del Corpo Forestale dello Stato. «Il Nucleo di Polizia Ambientale e Forestale (NIPAF) di Pescara, su un cantiere nella zona di Pescara, accertava – spiega ancora la Forestale – delle presunte irregolarità sulla manipolazione di rocce e terre da scavo e sulla relativa documentazione accompagnatoria. In particolare, la ditta esecutrice dei lavori avrebbe prodotto agli agenti di polizia giudiziaria della Forestale documentazione accompagnatoria (cd. formulari) che sarebbe risultata fin da subito di dubbia provenienza. Elemento quest’ultimo riscontrato attraverso controlli documentali incrociati, da sommarie informazioni assunte da persone informate dei fatti e da una perquisizione eseguita nel 2013 a carico della ditta esecutrice dei lavori. Le indagini hanno permesso di accertare l’esistenza di una presunta doppia procedura di contabilità informatizzata: una ufficiale che veniva fornita agli organi di controllo che venivano di fatto ingannati; ed una occulta e interna nella quale venivano registrati, cantiere per cantiere, tutti i reali movimenti di terre e rocce da scavo, specificando la data, l’autista impiegato per il trasporto, il quantitativo giornaliero trasportato, il sito di carico e il sito di scarico».

«La scoperta della doppia contabilità, frutto di una specifica conoscenza informatica da parte degli investigatori – sottolinea la Forestale – ha permesso di togliere il tappo al vaso di pandora e di capire il giro seguito dai rifiuti: il loro smaltimento avrebbe dato luogo a diverse discariche, sia su terreni sottoposti a vincolo idrogeologico, paesaggistico, sia su terreni ad elevata pericolosità idrogeologica (P3 Piano di assestamento idrogeologico della Regione Abruzzo) ed idraulica. Come nel caso del centro commerciale Megalò 1, ove sarebbero state riempite aree a monte e a valle del centro commerciale, tra cui anche una cassa di espansione del fiume Pescara, per una superficie complessiva di circa 8 ha. Dai rilievi del Genio Civile sono stati stimati riempimenti fino a 3-4 metri in destra idraulica del fiume Pescara, a valle del centro commerciale alterando in modo significativo l’equilibrio idraulico del corso d’acqua».

Le indagini sono state svolte dal Nucleo investigativo di polizia ambientale (NIPAF) di Pescara e dalla Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura della Repubblica dell’Aquila. Nell’operazione sono stati impiegati 100 forestali provenienti da diversi reparti abruzzesi e un elicottero del Cfs.

«ALTERATO EQUILIBRIO FIUME PESCARA» – «Una sensibile alterazione degli equilibri dell’alveo del fiume Pescara». Questo, come spiegato dal comandante regionale del Corpo Forestale, Ciro Lungo, è il grave effetto ambientale dovuto ai presunti trasporti irregolari di terreno di scavo scoperti dal Cfs, che ha portato a cinque misure cautelari, 18 indagati complessivi e il sequestro di 3 milioni di euro eseguito dal Gico della Guardia di finanza. I danni all’ambiente porteranno a una prosecuzione dell’inchiesta coordinata dalla direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, come confermato dal comandante Lungo. «Accanto al centro commerciale Megalò abbiamo scoperto riporti illegali di terre da scavo che hanno variato il livello del suolo di un metro a monte e di quattro metri a valle», ha aggiunto il responsabile del Nipaf di Pescara del Corpo Forestale, Annamaria Angelozzi. «Il sito di partenza e di destinazione sono sempre molto vicini», ha fatto notare sulla ridotta distanza tra i due cantieri, spiegando che gli accertamenti sono avvenuti «attraverso la consulenza dell’ingegnere Francesco Napolitano dell’Università Sapienza di Roma, che ha analizzato l’area del centro commerciale con ortofoto e rilievi sul posto». (Fonte: Ansa)

PRESUNTI NESSI CON L’ALLUVIONE PESCARESE DEL DICEMBRE 2013 E CON GLI SCAVI RIGUARDANTI I 19 QUARTIERI ANTISISMICI COSTRUITI A L’AQUILA – «Anche se finora non si è riusciti a dimostrare il nesso causale tra i fatti di questa inchiesta e l’alluvione del dicembre 2013 a Pescara, le indagini continueranno». Lo ha spiegato il comandante regionale abruzzese del Corpo forestale dello Stato, Ciro Lungo, a margine dell’incontro con la stampa sull’operazione con 20 indagati complessivi. La responsabile del Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale (Nipaf) di Pescara, Annamaria Angelozzi, ha inoltre aggiunto che nei prossimi accertamenti che si risalirà la filiera «prendendo in esame anche gli scavi di realizzazione dei 19 quartieri antisismici con 4.500 appartamenti del progetto Case dell’Aquila», costruiti dopo il sisma del 6 aprile 2009 per dare alloggio a oltre 15 mila sfollati.

GIP: «TIMBRI FALSI E FIRME FALSE DEGLI AUTISTI; ECCO COME RAGGIRAVANO L’UFFICIALITA’ DEI VERBALI» – «Il materiale che ho caricato sul cantiere adiacente la Audi Porsche non è stato mai conferito alla discarica Deco Spa di Colle Cese di Spoltore: in tutti i viaggi da me effettuati, è stato scaricato lungo il fiume Pescara».

Così Luciano De Melis, uno degli autisti di mezzi pesanti della Emoter, ha raccontato agli investigatori della Forestale i falsi viaggi della sua società che aveva messo in piedi un sistema di smaltimento illegale delle terre di scavo dei principali cantieri della costa abruzzese tali da guadagnare 3 milioni di euro illecitamente tra il marzo 2010 e l’aprile 2013. È quanto emerge dalle 50 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Guendalina Buccella, Il sistema prevedeva una doppia contabilità: una apparentemente legale, ma falsa, da presentare agli enti e ai controlli; l’altra illegale, e reale, contenuta nell’archivio segreto chiamato “Rapportini”, portato alla luce dalle indagini del Cfs che si è avvalso di tre consulenze: una informatica, dell’ingegnere Davide Ortolano, una contabile, del dottor Paolo De Paoli, e una topografica-idrologica-idraulica, dell’ingegnere Francesco Napolitano. Dalle indagini sulle proprietà dei file dei documenti scritti con il software Word, è emerso come i documenti di trasporto (Ddt) siano stati falsificati in vari modi: in alcuni casi, sono stati confezionati “non solo in epoca successiva all’esecuzione dei lavori e al conferimento del materiale, ma anche in un momento assai prossimo alla consegna alla polizia Giudiziaria”.

In altri casi, portano le firme false degli autisti: un altro di loro, Stefano Maccarone, sentito a sommarie informazioni su un verbale che pareva avesse firmato, ha affermato «di non aver lavorato nel periodo in questione presso la Emoter, a causa di un infortunio», fatto verificato, eppure «di aver firmato i ddt esibiti in epoca successiva nonostante avesse precisato ai suoi interlocutori che in quel periodo non era presente a lavoro in quanto infortunato». Altri documenti recano «i timbri falsi della discarica Deco spa Discarica Colle Cese Spoltore». In occasione delle perquisizioni presso la sede della Emoter srl è stato trovato e posto sotto sequestro un kit per la composizione di timbri. Alcuni documenti, infine, addirittura attestano conferimenti di terre presso la discarica Deco avvenuti in epoca successiva alla sua chiusura.

GIP: «UN SISTEMA COMPLESSO MA PERFETTO; TANTI I PROFITTI GUADAGNATI ILLECITAMENTE» – Sul conto dei titolari della Ecoter che smaltiva illegalmente terre di scavo dei grandi cantieri abruzzesi emergono «sotto il profilo oggettivo», secondo il giudice per le indagini preliminari Guendalina Buccella, «la pluralità dì operazioni, l’esistenza di una struttura organizzata, con mezzi destinati all’attività continuativamente e professionalmente svolta, oltre che l’ingente quantitativo dei materiali cavati».

E’ anche evidente «sotto il profilo soggettivo, la finalità dell’ottenimento di un ingiusto profitto» stimato dai consulenti in 3 milioni di euro che sono stati sequestrati nell’ambito dell’operazione.

«I terreni di destinazione – scrive il Gip – hanno subito, per effetto dei descritti conferimenti, profonde modificazioni» come per un terreno a Chieti proprio vicino la Emoter, «un’alterazione del piano di campagna di circa 3-4 metri, frutto del riporto di terre e rocce da scavo tra il 2008 e il 2013». Quanto alla posizione degli arrestati ai domiciliari, per il giudice Buccella Filippo Colanzi e la coniuge Carmen Pinti rivestivano un «ruolo centrale, non solo in ragione dei dati formali legati alle cariche sociali rivestite, da un lato, e alla titolarità delle quote societarie (con conseguente fruizione dei profitti), dall’altro, ma anche in relazione alle concrete attività espletate nella gestione quotidiana degli affari, essendo coloro che si occupano del procacciamento e della gestione delle commesse, della pattuizione dei prezzi, dei contatti con i clienti e i fornitori, oltre che della direzione e del concreto coordinamento del persona».

Quanto a Gianluca Milillo, «è il tecnico ambientale della società e si occupa, innanzitutto, della redazione dei piani di utilizzo, accede e aggiorna la contabilità occulta e, segnatamente, l’archivio Rapportini all’interno del quale sono contenuti i file relativi ai diversi cantieri»; inoltre, “partecipa all’attività di inquinamento probatorio sia predisponendo i numerosissimi documenti di trasporto falsi, sia partecipando agli incontri con gli autisti funzionali a concordare la versione dei fatti da rendere eventualmente alla polizia Giudiziaria oppure finalizzati alla sottoscrizione, postuma, dei documenti di trasporto». Il Gip segnala una «personalità particolarmente spregiudicata del Milillo, il quale, parlando con la moglie, ucraina, ipotizza di realizzare una discarica in Ucraina, dove la normativa ambientale risulta sostanzialmente inesistente e comunque dove qualsiasi problema si può superare pagando il sindaco, la Polizia, il Padre Eterno». Infine Massimiliano Di Cintio «dipendente della famiglia Colanzi sin dal 1999, con mansioni di capo operaio e responsabile della sicurezza nei più importanti cantieri (oltre che titolare di quote della Emoter Lavori srl), è la figura di riferimento, sotto il profilo operativo, dei dipendenti e, segnatamente, degli autisti».

GLI INDAGATI – Sono di concorso in creazione di discariche abusive e traffico illecito di rifiuti le accuse a vario titolo per i 18 indagati nell’inchiesta giudiziaria condotta dal Corpo forestale dello Stato che ha scoperto un presunto traffico illecito di terre di scavo irregolari, che vanno smaltite come i rifiuti.

Gli arrestati ai domiciliari sono Filippo Colanzi, 49 anni, di Chieti; Carmen Pinti, 46, di Bucchianico (Chieti); Gianluca Milillo, 42, di Sulmona (L’Aquila); Massimiliano Di Cintio, 41, di Pescara. La misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare determinate attività imprenditoriali è stata applicata nei confronti di Emanuele Colanzi, 25, di Guardiagrele (Chieti).

Gli altri indagati sono Bruno Maria Bazzoni, 68, di Darfo Boario Terme (Brescia); Giuliano Garavelli, 55, di Savignano sul Rubicone (Forlì-Cesena); Alberto Voltolina, 42, di Chioggia (Verona); Antonio Di Muzio, 51, di Chieti; Remo Alessandro Ghignone, 73, di Milano; Vera D’Agostino, 55, di Moscufo (Pescara); Enzo Perilli, 48, di Atri (Teramo); Carmine Rapani, 65, di Giulianova (Teramo); Carla Rubino, 65, di Foggia; Luigi Renzitti, 64, di Penna Sant’Andrea (Teramo); Ernano Natale, 64, di Montesilvano (Pescara); Osvaldo Amico, 47, di Alessano (Lecce); Doriana Buccarello, 44, di Basilea (Svizzera). (Fonte: Ansa)

CORRUZIONE: INDAGATO SINDACO CHIETI

Il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, alla guida da 5 anni nella giunta di centrodestra, è indagato per corruzione in un fascicolo stralcio dell’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti condotta dal Corpo forestale che ha già recapitato 4 arresti ai domiciliari. La squadra mobile di Pescara sta effettuando perquisizioni sia nel comune di Chieti che nell’abitazione del sindaco. Di Primio è indagato per la parte collegata al cosiddetto ‘Megalò 3‘, cioè un progetto di sviluppo del grande centro commerciale di Chieti Scalo.

Insieme al sindaco di Chieti Umberto Di Primio nello stesso filone di inchiesta della direzione distrettuale antimafia risultano indagati Michele Colistro, dirigente dell’autorità di bacino regionale e l’imprenditore teramano Enzo Perilli.

Al momento sono in corso sequestri e perquisizioni in varie località, Roma, Napoli, L’Aquila, Montesilvano, Francavilla, in sedi aziendali, uffici pubblici e privati, abitazioni. L’inchiesta è condotta dai Pm aquilani David Mancini e Fabio Picuti.

Secondo una prima ricostruzione il filone chietino dell’inchiesta stralcio rispetto all’indagine madre del Corpo Forestale dello Stato riguarderebbe lo sversamento di oltre 93 mila metri cubi scavati nel vecchio cantiere Ikea di San Giovanni Teatino nell’area golenale del previsto progetto Megalò 3. Le gravi modifiche della quota livello dell’area di esondazione del fiume Pescara erano state oggetto di numerosi esposti di associazioni ambientalistiche e forze politiche, con l’intervento diretto del Genio Civile.

Le ipotesi di reato di corruzione per Colistro e Di Primio riguarderebbero interventi per oltrepassare gli ostacoli intercorsi alla realizzazione del progetto. (Fonte: Ansa).

LE INDAGINI – In base a quanto emerso durante le indagini, condotte dalla squadra mobile di Pescara, diretta da Pierfrancesco Muriana, Enzo Perilli, in qualità di legale rappresentante della società Akka di Roma, interessato all’intervento edilizio denominato ‘Megalò tre’, avrebbe fatto in modo di beneficiare dei favori del sindaco di Chieti, Umberto Di Primo, e di Michele Colistro, segretario generale dell’Autorità dei bacini di rilievo d’Abruzzo, per raggiungere il suo obiettivo e superare una serie di ostacoli. Tra il 2012 e il 2013, infatti, l’Autorità di Bacino (prima della nomina di Colistro) e il Genio civile regionale hanno emesso una serie di provvedimenti ostativi in merito a ‘Megalò tre’, essendo stata rilevata la variazione delle quote altimetriche delle aree golenali, avvenuta a seguito degli illeciti reinterri di materiali su cui ha indagato il Corpo forestale dello Stato. Colistro, sempre stando a quanto emerso durante le indagini, avrebbe emesso un parere discordante con il suo predecessore escludendo che l’area in questione fosse soggetta a rischi idraulici e si sarebbe detto disponibile a variare il Piano stralcio difesa alluvioni vigente seguendo, in questo modo, le indicazioni di Perilli. In cambio avrebbe ricevuto dall’imprenditore una carte Poste pay ricaricabile, la possibilità di utilizzare un immobile a Montesilvano e la concessione di incarichi professionali a titolo oneroso. Il sindaco, invece, allo scopo di permettere la realizzazione del progetto imprenditoriale di Perilli, si sarebbe impegnato ad adottare o far adottare dagli uffici comunali tutti i provvedimenti amministrativi di competenza, quali i permessi a costruire. Avrebbe inoltre promosso e votato favorevolmente una delibera di Giunta, a ottobre 2013, con cui veniva autorizzato a costituirsi nel giudizio promosso dinanzi al Tar Abruzzo dalla società Akka per l’annullamento del provvedimento del Genio civile che annullava, di fatto, il precedente parere di compatibilità geomorfologica. In cambio avrebbe ricevuto la promessa di un sostegno economico (non meglio quantificato) per la campagna elettorale in vista delle elezioni amministrative del 2015 per il rinnovo del Consiglio comunale di Chieti e la promessa di un sostegno economico (anche in questo caso non meglio quantificato) per le sue pendenze debitorie. Questo, almeno, il quadro ricostruito fino ad oggi dagli investigatori che, al momento, si stanno occupando delle perquisizioni a carico dei tre. (Fonte: Agi)

SINDACO CHIETI: «SONO TRANQUILLO» – «Io sono tranquillissimo, ma so anche che purtroppo questa è una cosa che non si risolverà presto e allora la prima preoccupazione è stata quella del dispiacere per chi condivide con me la vita affettiva, l’altra preoccupazione è stata quella di chiamare mia mamma. La mia famiglia va subito in ansia pure se mi fanno un’interrogazione, figuriamoci se fanno un’indagine o se finisco in tv». Lo ha detto il sindaco di Chieti Umberto Di Primio questa mattina incontrando gli organi di informazione nel suo ufficio in Comune, subito dopo la perquisizione della polizia giudiziaria, perquisizione che, come ha confermato il primo cittadino, ha riguardato anche la sua abitazione.

«Ci sono due aspetti di questa vicenda – ha specificato Di Primio: uno riguarda i rifiuti ed è estraneo alla mia conoscenza, non so neanche di cosa stiamo parlando, non so nemmeno di che cosa si tratti. L’altra vicenda – ha aggiunto riferendosi alla realizzazione del cosiddetto Megalò 3 – la conosco ma la conosciamo in tanti dal 2007 perché è un progetto vecchio del 2007, del quale oggi mi occupo perché sindaco, per il quale non ho tratto alcun beneficio, non trarrò alcun beneficio. Nell’ipotesi ci sia qualche beneficio, ne trarrà beneficio la città, se si farà; io non ho avuto nessuna utilità dal sostenere questo progetto. Ritengo che sia un progetto che se andasse avanti porterebbe benefici alla città e come abbiamo sempre detto nelle attività amministrative che sono state lunghissime, tutto quello che è possibile fare e che non prevarichi la legge a mio avviso va fatto». «Mi sono ritrovato a vivere una situazione nella quale non saprei cosa dire a mia discolpa perché non ritengo di aver fatto nulla che meriti di essere giustificata a discolpa – ha detto ancora Di Primio – Io sto a disposizione dei magistrati, quando vogliono, come vogliono, spero il prima possibile, domattina se fosse possibile, domattina».

«Io sono a disposizione dei magistrati perchè il mio interesse primario è fornire tutte le informazioni possibili e tutte le notizie di cui sono detentore perchè si possa fare chiarezza sulla vicenda che riguarda me e il Comune. Credo che le mie lettere parlino molto chiaramente su quelli che sono stati anche gli atteggiamenti istituzionali che ho avuto rispetto a questa vicenda, l’ho sempre detto: no al centro commerciale sì se ci si fa qualcosa di diverso quindi non mi devo nascondere dietro a nessuna cosa. Allo stesso tempo non si è fatto ancora nulla perchè non è ancora tutto a posto. Dopo 7 anni dire che c’è una pressione fa quantomeno sorridere, lascia il dubbio che non ci sia stata tutta questa pressione», chiude Di Primio.

In merito alla vicenda il sindaco ha anche diffuso una nota. «Questa mattina – si legge nel comunicato – sono stato raggiunto da un decreto di perquisizione e contestuale sequestro nell’ambito di un procedimento penale incardinato dinanzi la Procura della Repubblica dell’Aquila, direzione distrettuale antimafia, nel quale risulto essere, insieme ad altri, indagato. Nel corso della perquisizione effettuata presso il mio domicilio e presso l’ufficio del Comune ho messo a disposizione degli agenti di Polizia giudiziaria tutto quanto era in mio possesso, sia in termini di documenti che di supporti informatici.

Pur se per professione sono abituato a vivere situazioni come quella capitatami questa mattina, non posso negare il dispiacere nel vedermi tirato dentro una indagine le cui circostanze, in parte non conosco assolutamente, mentre per le altre, quelle che mi riguarderebbero, mi vedono assolutamente sereno perché convinto di aver fatto tutto nel massimo della regolarità e della trasparenza senza aver creato vantaggio per alcuno, né aver ottenuto alcunché.

Al di là dell’amarezza personale, perché coinvolto in questioni per le quali, ripeto, o sono totalmente estraneo o comunque ho certezza di non aver fatto nulla che valicasse il limite della legittimità, il primo pensiero va alla mia famiglia e alle tante persone che credono in me e che, inevitabilmente, loro malgrado, saranno toccate da questa vicenda».

LEGAMBIENTE: «PENE PIU’ SEVERE PER CHI DANNEGGIA L’AMBIENTE» – «Ancora un grave caso di illegalità ambientale si verifica in Abruzzo. Stavolta si tratta dello smaltimento illecito di rifiuti con numeri importanti e allarmanti: oltre 400 mila metri cubi di rifiuti sequestrati nell’area che avrebbe dovuto ospitare il centro commerciale Megalò 3, nel comune di Chieti».

Esordisce così una nota di Legambiente a commento dell’operazione di stamani denominata “Terre d’oro”.

«L’Abruzzo, come evidenziato dal rapporto Ecomafia 2014 di Legambiente – afferma la stessa asociazione – è una ragione che richiede attenzione avendo avuto un aumento a livello nazionale di crimini ambientali. Nel 2013 le infrazioni sono state 811 con 705 denunce e 203 sequestri. Il caso piu’ eclatante sta nel fatto che la regione ospita una delle piu’ grandi vergogne industriali d’Europa, la discarica illegale di Bussi sul Tirino. In Abruzzo e’ stato riscontrato, inoltre, un significativo aumento delle infrazioni nel ciclo dei rifiuti che nel 2013 sono state 160; 194 le denunce e 55 i sequestri. I dati del rapporto evidenziavano un aumento proprio nelle province di Chieti e Pescara».

«La regione è però interessata da una significativa illegalità legata al ciclo del cemento, foraggiata dal sisma che sconvolse soprattutto la provincia dell’Aquila il 6 aprile 2009. Le infrazioni accertate in questo ambito sono state 215 in Abruzzo, 184 le denunce, 31 i sequestri, 72 dei quali si sono verificati nella provincia di Chieti».

«Dal 1994, anno del nostro primo Rapporto Ecomafia, abbiamo ribadito l’urgenza di contrastare con forza le attività di chi inquina gravemente l’ambiente – dichiara Giuseppe Di Marco, presidente Legambiente Abruzzo -. Notiamo come negli anni si sia evoluto anche il sistema dei traffici dei rifiuti che ora iniziano a essere utilizzati per fare strade, costruzioni edili e altro. Non vogliamo più altre Bussi, vogliamo pene più severe per chi danneggia l’ambiente, perché fino ad oggi i criminali ambientali l’hanno sostanzialmente fatta franca grazie ad una normativa assolutamente inadeguata».

«Reati come questi – osserva Di Marco – provocano non solo un danno ambientale e sanitario, ma anche un grande danno per l’economia sana. Ci congratuliamo con il Corpo forestale dello Stato per l’ottimo lavoro svolto in questo come in altri casi. Questi risultati devono far riflettere anche sull’importante e significativo ruolo che questo Corpo svolge nel Paese e far riflettere sull’utilità dell’ipotesi di accorpamento ad altre forze di polizia».

«L’Italia ha bisogno di una vera e propria riforma di civiltà – commenta il vice presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – che sanerebbe una gravissima anomalia: oggi chi ruba una mela al supermercato può essere arrestato in flagranza perché commette un delitto, quello di furto, mentre chi inquina l’ambiente no, visto che nella peggiore delle ipotesi si rende responsabile di reati di natura contravvenzionale, risolvibili pagando un’ammenda quando non vanno – come capita molto spesso – in prescrizione».

«Oggi, finalmente, siamo vicini a una svolta. Nel febbraio 2014, infatti, la Camera dei deputati ha approvato a larghissima maggioranza un disegno di legge che inserisce 4 delitti ambientali nel nostro Codice penale. Il testo, però, è inspiegabilmente fermo da mesi al Senato, per alcuni limiti tecnici che sarebbero facilmente superabili con poche modifiche. Approvarlo prima possibile rappresenterebbe, invece, una pietra miliare nella lotta alla criminalità ambientale, garantendo una tutela penale dell’ambiente degna di questo nome e, soprattutto, assicurando strumenti investigativi fondamentali per le forze dell’ordine e la magistratura. Serve un ultimo sforzo, perché non c’è più tempo da perdere. In nome di quel popolo inquinato che attende da troppo tempo giustizia, e’ giunto il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità davanti al Paese”. A tal proposito Legambiente, Libera e altre 25 associazioni hanno lanciato un appello a Pietro Grasso: i delitti ambientali nel codice penale subito!»

La petizione si può firmare al seguente indirizzo: [url”www.change.org/legambiente-ecoreati”]www.change.org/legambiente-ecoreati[/url].

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