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La luna di Andersen

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a cura di Valter Marcone

PRIMA PARTE

Ieri sera – prese a raccontare la luna – in un cortiletto, rinchiuso tra alte case vidi una chioccia con undici pulcini; una bella bimba saltò loro in mezzo e la gallina si diede spaventata a crocchiare, coprendo coll’ali i suoi piccoli.

Il padre sgridò la fanciulletta ed io proseguii il mio viaggio senza più curarmi di loro.

Stasera, per l’appunto pochi minuti fa, ho guardato ancora giù nel cortiletto. Tutto era silenzio, quando scorsi la stessa bimba camminare adagino adagino rasente il pollaio, tirarne il catenaccio e dirigersi verso la gallina ed i pulcini, che si sparpagliarono tosto pigolando e starnazzando; la piccina li rincorse … Io vedevo chiaramente la scena, spiando per un foro praticato nel muro: quella bimba mi faceva proprio stizzire, e provai un senso di sod-disfazione quando il padre, afferrandola per un braccio, la sgridò ancora più aspramente della sera innanzi.

Ella chinò il capo: grosse lacrime le imperlavano gli occhi azzurri.

– Che facevi qui? – le chiese il babbo.

– Volevo baciare la gallina e chiederle perdono per ieri sera mormorò piangendo la bimba; – ma non osavo dirtelo …

Il padre baciò commosso in fronte la piccola innocente: io la baciai sugli occhi e sulla bocca.

*** *** ***

{{*ExtraImg_228700_ArtImgRight_300x439_}}La luna così narrò. Sul sentiero che mena alla foresta sorgono due povere case di contadini: la porta è bassa assai, le finestre pic-cole e poste in alto, ma queste e quella sono incorniciate dai rami del biancospino ed il tetto è ricoperto di museo.

Nell’orticello attiguo non crescono che cavoli e patate: in un angolo però stende le verdi fronde un sambuco superbo. A piè dell’albero siede una bimba: i suoi occhioni stellanti guardano la vecchia quercia semi incenerita che sorge tra le due casette: là in alto la cicogna ha costruito il suo nido e se ne sta appollaiata su di un ramo glotterando col lungo becco.

Un ragazzo appare sull’uscio, s’avvicina alla sorella e – Che guardi? – le chiede.- Guardo la cicogna – ella risponde. -Non sai; la vicina mi ha confidato che essa ci porterà stasera un bambino ed io sto attenta per vederla entrare.

– Macchè! non è la cicogna che porta i bambini, – esclamò il ragazzetto. – Puoi credermi. La vicina raccontò a me pure la stessa storia, ma nel dirmelo rideva. Io allora le chiesi se ciò era vero come è vero che Dio esiste: ella non seppe dir di sì e quindi capii che tutto questo è una fiaba per noi bimbi.

– Ma allora, chi li porta i piccini? – chiese la fanciulletta.

– Dio – rispose il ragazzo. – Egli li reca sotto il suo gran mantello. Ma nessuno può vederlo, e quindi noi pure non lo vedremo quando verrà. – In quel momento s’udì un lieve stormir di fronde: i due fanciulli giunsero le manine: si guardarono in volto era certo il Signore che veniva col pargolo … Si presero per mano.
.

La porta dell’umile casetta s’aprì.

– Entrate – disse la vicina – a vedere ciò che vi ha portato la cicogna! E’ un bel fratellino!

I bimbi assentirono col capo: essi sapevano già che egli era giunto!

*** *** ***

{{*ExtraImg_228701_ArtImgRight_300x243_}}Vidi, disse la luna, una povera bimba piangere per la cattiveria degli uomini. Pensa: ell’aveva ricevuto in dono una bam-bola tanto bella, piccola, graziosa, fatta per essere felice: ma i suoi fratellini gliel’avevano presa e collocata sui rami dell’albero più alto del giardino: poi se l’erano data a gambe, i piccoli monelli …

E la bimba era lì con le braccine tese verso l’alto ma invano: ella non poteva giungere sin lassù, nè poteva aiutare la sua pupat-tola a discendere, e continuava a piangere. La bambola pure pian-geva: aveva un’espressione così dolente, con le braccia abban-donate tra i rami verdi.
Ah! quest’era certo il brutto destino di cui parlava spesso la mamma!

Povera bambola! Già cominciava a farsi sera, presto sarebbe scesa la notte e lei doveva dunque rimanere là tutta sola sino al nuovo giorno? No, alla bimba non reggeva il cuore d’abbandonarla.

– Resterò presso di te! – disse, benchè non fosse punto coraggiosa. E già le sembrava di veder occhieggiare fra i cespugli piccole streghe dall’alta cuffia appuntita, già le pareva di veder danzare sul nero cammino gli spettri, che si facevano sempre più vicini sino a stendere le lunghe braccia verso l’albero e sogghignavano accennando a lei «Che paura, Dio mio!».

– Ma quando non si è fatto alcun peccato, lo spirito cattivo non può farci nulla di male – pensò la bambina; – forse che io ho commessa qualche colpa? – E stette un po’ a riflettere. Ah sì! – disse – ho deriso la povera anitra che portava una fettuccia rossa alla zampa ma zoppicava in un modo cosi buffo! . . .

Solo per questo ho riso . . . E’ poi una colpa così grande deridere una bestia?

Volse gli occhi in alto, verso la bambola:

-E tu, dimmi – le chiese – non hai mai deriso gli animali?

E le parve che quella la guardasse scotendo il capo.

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