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Breve storia ecclesiastica aquilana

di Enrico Cavalli*

PREMESSA. ”[i]Chiesa aquilana dalle profondissime radici[/i]( . . .)”, così, nel 1976, ai 100 anni dall’elevazione dell’episcopio aquilano in Archidiocesi da parte del pontefice Pio IX, si esprimeva Carlo Martini, pastore della cattedrale dei SS. Giorgio e Massimo, dal 1973 al 1983. Tali robuste radici ecclesiastiche hanno avuto un ruolo essenziale nella stessa edificazione di L’Aquila (così dal r.d. n.1891/1939).

PRIMA PUNTATA

DALLE ORIGINI AL SECOLO D’ORO. Nacque dai centri strategici d’età romana di Amiternum e Pitinum nel versante sabino ed in quello vestino di Peltuinum, Aveja, Forcona, Aufinum, il cristianesimo nella vallata dell’Aterno, simboleggiato dai martirii dei Santi Vittorino e Massimo, monachesimo di Sant’Equizio ed ascetismo di San Franco.

Dal 476 d.C., i monasteri salvaguardarono da Ostrogoti, Saraceni, Bizantini e dissoltasi Amiternum, sotto il ducato longobardo di Spoleto, trasalì la diocesi di Forcona tributaria della benedettina Farfa ed ingrandita da Carlo Magno nel 775 d.C., della chiesa di Bominaco.

Nel 962 d.C., con le lotte per le investiture, l’imperatore Ottone I dava a papa Giovanni XII la giurisdizione delle suddette diocesi sì floride nell’incastellamento normanno.

In fase sveva nel 1229, papa Gregorio IX, permise alle genti da Amiternum a Beffi e dal Gran Sasso a Rocca Di Mezzo, oppresse dai feudatari, di fare di Accula sull’Aterno verso monte Roio, libera città. Nel 1254 per supposta volontà dell’imperatore Federico II, in realtà del figlio Corrado IV, nacque Aquila beneficata da papa Innocenzo IV il cui successore Alessandro IV nel 1257 vi trasferì la sede vescovile forconese. In tale grande conurbazione del medioevo europeo agirono genti dei feudi circostanti e fattori ecclesiastici, denominandosi ’capo quarto’ di ciascuno dei ‘99’ castelli fondativi della nuova città, le chiese di San Giorgio di Bazzano (poi Santa Giusta), Santa Maria di Paganica, San Pietro di Coppito, San Giovanni di Lucoli (poi San Marciano).

Fra ghibellini e guelfi, Aquila, difendendo le pretese sicule di Edmondo, figlio di re Enrico III d’Inghilterra e vicino al Papa, subì distruzione dallo svevo Manfredi nel 1259. Perorò il nunzio apostolico Nicola Da Sinizzo la ricostruzione della città nel 1266 presso re Carlo II D’Angiò e che vinto re Corradino a Tagliacozzo volle una sua reggia aquilana poi sede dei Domenicani.

Coglie una Aquila fulcro di comunicazioni nella penisola e di slanci religiosi il cronista fra i maggiori italici del’300 Buccio Da’ Ranallo. La spiritualità di frate Pietro Angelerio dal Morrone irradia l’Aquilano, tramite abbazie a San Giovanni di Lucoli e Santa Maria di Collemaggio, dove nel 1294 proprio l’eremita sarà incoronato papa Celestino V, lanciando al mondo la grande Bolla d’indulgenza.

Le podestature celestiniane seguono la cattività avignonese dal 1309 al 1377, ma sismi, pestilenze e scismi d’Occidente del 1378-1417 e 1437-1449 scompigliano la aquilanità partecipando il vescovo scismatico Berardo da Teramo alle dispute fra le signorie Pretatti e Camponeschi.

Al volgere degli Angioini, Aquila respingendo il condottiero Braccio Da Montone nel 1424, garanti papa Martino V che ampliò la diocesi aquilana di Peltuinum ove re Alfonso I di Aragona istituì nel 1447 la Dogana della transumanza.

Il ’400 d’oro municipale non sarebbe senza l’Osservanza francescana con San Bernardino Da Siena, fautore dei Monti di Pietà antiusura ed ascoltato da moltitudini; San Giovanni Da Capestrano, eroico difensore di Belgrado nel 1456 dagli Ottomani; San Giacomo Della Marca, architetto delle monumentalità di San Francesco, San Giuliano, Ospedale Maggiore.

Virtuosismi ecclesiastici interagenti alle magistrature ed arti municipali davano visibilità europea alla “seconda” e “magnifica cittade” del regno di Napoli, sede di università e zecca demaniale come percorsa da artisti ed intellettuali quali Gualtiero De Alemania, Silvestro Di Giacomo, Girolamo Da Vicenza, Giovanni Rettori, Andrea Dell’Aquila, Cola D’Amatrice, Saturnino Gatti, Rinaldo Fiammingo, Pompeo Cesura, Mariangelo Accursio, Niccolò Ciminello, Pico Fonticulano; all’edizione di testi biblici arrivando ad Aquila, Adamo Da Rotweil, allievo di Gutenberg; dai mecenatismi di casati locali legati a dinasti e papato su tutti Giambattista Branconio Farinosi, camerario di Leone X ed amico di Raffaello; al cardinale rocchigiano Amico Agnifili, consigliere di Carlo V e la cui opera ecclesiastica e civile fu simboleggiata dal mausoleo a San Bernardino.

Rileva la figura di Bernardino Da Siena, vicario dell’Ordine francescano più intransigente attenuò i contrasti coi frati conventuali; significativo di una cultura ecclesiastica non ignara dell’umanesimo, pure affrontò dei processi dall’Inquisizione dovuti alla interpretazione della simbologia ‘IHS’([i]Iesus Hominum Salvator[/i]) da lui creata e di cui fregiantesi molte case aquilane. La cura maggiore di Bernardino Da Siena, fu alle questioni di vita quotidiana circa il rapporto tra la gente comune ed il maneggio del denaro nelle trasformazioni capitalistiche europee e che videro nel territorio aquilano un centro nevralgico nella penisola. Si spiega così la venuta ad Aquila di Bernardino, il cui interesse per i fatti economici gli derivava anche dal fatto di provenire dalla ricca terra toscana, sicché alle sue prediche antiusura accorsero sempre moltitudini di fedeli in senso interclassista. Il Santo aquilano di adozione creò, quindi, sostrato morale delle speculazioni teologiche in materia, in ordine alla scienza economica, collaborando agli studi del conterraneo frate Luca Pacioli sul mercantilismo del’400.

SECONDA PUNTATA

DALLA DECADENZA ALL’800. Dalla rivolta baronale contro Ferrante I di Aragona a quelle del popolo minuto dei Gaglioffi avverso ai Camponeschi col ramo lusitano dei Pereyra imparentati al futuro papa Paolo IV scaturì il passaggio nel 1485-86 allo Stato pontificio di Aquila, ma, su spinta di Lorenzo De’ Medici tornata agli aragonesi per gravitare dentro alle lotte fra francesi ed imperiali in Italia.

Nel 1529 il [i]comitatus aquilanus[/i], ribellatosi fieramente all’imperatore Carlo V, evitò la distruzione grazie alla socialità degli ordini religiosi e di laici come dai deliberati tridentini, suggellandosi la devozione aquilana nel dono del Gonfalone civico coi quattro Santi protettori, Massimo, Equizio, Celestino, Bernardino, a San Pietro nel 1575.

Ad Aquila, nella reggenza di Margherita d’Austria, risaltò il Collegio gesuitico pari a quelli di Madrid, Roma, Napoli, fucina di classi dirigenti abruzzesi e di accademie culturali.

La fiscalità imperiale, banditismo, altri sismi e pestilenze provarono la chiesa aquilana avente alti prelati [i]extramoenia[/i], come l’agostiniano Giuseppe Eusani confessore di papa Clemente X e Giacinto Dragonetti in Campania. L’episcopato instaurava un rapporto e dialogo costante con la parti laiche e religiose aquilane, infatti, istituiva in cattedrale la prebenda teologale secondo le prescrizioni tridentine, la festa in San Bernardino per un pio legato nel 1617 in onore della gentildonna Minerva Alfieri e incoraggiò il nobile Baldassarre De Nardis, lo storico Claudio Crispomonti ed un altro Branconio, Girolamo, che intendevano dare risposte convincenti rispetto ad altre istituzioni in termini di soccorso alle indigenze facendo venire i padri Oratoriani di San Filippo Neri.

La diocesi, retta sino a fine secolo XVIII da presuli iberico-napoletani, eccetto il paganichese Giuseppe De Rubeis, restava vessillifera della municipalità nel sisma del 1703. Aquila, in una spiritualità coinvolgente le simbologie laiche, fu rifondata da papa Clemente XI a tutela del patrimonio chiesastico, nonché dalla zona franca del governo ispanico e trentennio austriaco. Di tutta evidenza, la significazione nell’area urbana di importanti motivi civili e religiosi nonché denominazione di luoghi e toponomastiche; si pensi agli sgargianti colori della municipalità dal bianco-ocra, come dalla facciata di Santa Maria di Collemaggio e mutati nella sobrietà del neroverde, l’uno colore memore della drammatica ora, l’altro speranzoso del riscatto morale e materiale; ai molti e nuovi palazzi signorili fregiati di giunti antioscillazione sismica ed esternamente dalle forme di giglio per ricordo delle giovanissime vittime, cui fu dedicata la chiesa delle Anime Sante nella piazza Maggiore e del mercato; alle vie intitolate a personaggi e popolazioni specie napoletane e lombarde e coadiuvanti la fase di riedificazione; all’accorciamento delle feste carnascialesche a più tarda impetrazione, da simili calamità per la città, di Sant’Emidio.

L’epoca giurisdizionalista vide l’oratoriano Anton Ludovico Antinori autore della corografia aquilana e l’accademismo ecclesiastico, la chiusura dei Gesuiti, Barnabiti, Celestini e dispute fra diocesi ed abati di Lucoli, Collemaggio, arcipreti di Pizzoli, Sant’Eusanio risolte da papa Benedetto XIV nel 1754.

L’Illuminismo impose una diversa apologetica pastorale al vescovato aquilano di Francesco Saverio Gualtieri recante in dote la Gran corte giudiziaria alla città dove Ferdinando IV di Borbone salì alla invasione giacobina che nel 1799 perpetrò l’esecrabile rappresaglia alla basilica di San Bernardino, in quel dramma rievocato a patrono comunitario. La religiosità si riavvicinava al laicismo per la visita in cattedrale di Giuseppe Napoleone nel 1807 e oltre la temperie murattiana, nel 1818 col concordato tra Santa Sede e Borboni, la diocesi guidata da Giovanni Manieri, annetteva quella di Cittaducale.

Sarà il vescovo lucano Luigi Filippi ad incrementare la chiesa aquilana del seminario e civilmente contribuendo alla Carispaq, nel 1859. A Roma per la proclamazione dell’Immacolata concezione nel 1854 e nel 1869-70 per il Concilio Vaticano I, Filippi traghetterà oltre il laicismo del 1866 e questione romana una ecclesialità aquilana elevata ad Archidiocesi nel 1876. Alle crisi imperialistiche, la nascente stampa cattolica locale richiamava alla pace cristiana fra le nazioni, sebbene alle sconfitte italiche in Abissinia aprisse alla presenza militare in città.

TERZA PUNTATA

DAL ’900 AI GIORNI NOSTRI. Il conciliatorismo dell’Arcivescovo Augusto Vicentini favoriva un apostolato sociale innervato da Barbara Micarelli, Dame Vincenziane, Suore Filippine, Stimmatine e martiri missionari in Cina nel 1900 Cesidio da Fossa e Maria Della Pace. L’Archidiocesi oltre l’antimodernismo guarda ai fatti scientifici, giusti il primo in Italia osservatorio sui fenomeni atmosferici e sismici e gli studi radiotelegrafici del sacerdote Domenico Argentieri, in questo slancio culturale ostacolato da ideologismi di moda.

A caratterizzare la fase sono le dispute laiciste, come nel caso della volontà di espulsione dagli asili comunali delle Suore della Carità nel 1912 e che indusse le stamperie arcidiocesane ad allestire un periodico apposito ”Numero Unico” diretto da Luigi Ciuffini e Pannfilo Tedeschi in aperta contrapposizione alla pubblicistica socialista e a quella massonica rafforzatasi dal cambio di schieramento del foglio polemico ”Il Frizzo” di Roberto Giancarli e Giuseppe Scimia; nonostante le oltre mille firme raccolte nel comprensorio a sostegno dell’opera di educantato delle suore, la testata cattolica prendeva atto della volontà di procedere alla laicizzazione nella scuola dell’infanzia, da parte della Commissione comunale di beneficenza.

Nelle amministrazioni straordinarie di Pellegrino Stagni e Giovanni Garigliano la chiesa aquilana affronta il sisma marsicano del 1915 e Grande guerra. Il foglio cattolico ’La Torre’, ammoniva sulla veloce ricostruzione oltre le chiese danneggiate e sui rischi della guerra promuovendo aiuti ai profughi e ai soldati e cappellani aquilani al fronte e tra cui lo studioso francescano Aniceto Chiappini.

Finisce il biennio postbellico in coincidenza del nuovo presule, il cesenate Adolfo Turchi che rinsaldava il cattolicesimo nel Concordato del 1929. Il distacco dal [i]novus ordo[/i] viene dalla vacanza arcivescovile e scontro educativo fra regime ed Azione cattolica, il tutto, superato dal moderatismo dell’Arcivescovo novarese Gaudenzio Manuelli verso il podestà Adelchi Serena nel 1932 fautore della incoronazione celestiniana a latere del rito d’Indulgenza.

Tra autarchia e guerra mondiale II, emersero il moto salesiano ed universitario cattolico con sezioni femminili. Il nuovo pastore aquilano, nominato da papa Pio XII, il milanese Carlo Confalonieri invocò l’intercessione della Madonna di Roio ed incurante dei nazifascisti tutelava ogni vita umana; sicché il [i]defensor civitatis[/i] sarà protagonista della ricostruzione morale e materiale della città lasciata nel 1950 per assurgere al porporato cardinalizio.

Il cattolicesimo aquilano nell’era della guerra fredda fu guidato da monsignor Costantino Stella sapiente interprete dei germi del Concilio Vaticano II. L’intensità di cotanta opera pastorale giungeva attraverso estrinsecazioni sociali posto che Stella in occasione del sisma forte del 1958 scese a rassicurare gli aquilani e volle sincerarsi che il personale reigioso in servizio nei nosocomi cittadini fosse regolarmente al suo posto per soccorrere ogni indigenza. Solcata dalle trasformazioni sociali degli anni ’60 e ’70, l’Archidiocesi ebbe dimensione metropolitana nel 1972, e pro-tempore la ecclesialità dei Marsi e Valva-Sulmona, per l’atto Cum cognitum di papa Paolo VI, pur perdendo il Cittaducalese nel 1976. Secondo metropolita, il piacentino Carlo Martini preparò il laicato cattolico alla modernità, erigendo l’ISSR, nel 1978, ma, gratificazione la ecclesialità aquilana ebbe dalla visita nel 1980 di papa Giovanni Paolo II alla Perdonanza. Significativo che dopo il cardinale Agnifili ed il nunzio Da Sinizzo, altri presuli aquilani assurgessero a quelle dignità, rispettivamente, con Corrado Bafile, poi decano del Sacro Collegio e Orlando Antonini.

Nel 1998, nella transizione italica, cessando la esperienza pastorale del friulano Mario Peressin, ad un secolo dall’ultimo vescovo aquilano, Giuseppe Molinari fu chiamato a dirigere 146 parrocchie per un popolo di 110.212 anime e 192 religiosi e 262 religiose. Il Giubileo del 2000 ricollocando la Chiesa alle sue origini universalistiche, porta l’Archidiocesi ad affrontare la globalizzazione recante le questioni della giustizia sociale non meno della libertà religiosa e multiculturalismo, mai deflettendo da un luminoso passato.

L’ecclesialità è sempre intrecciata alla vicenda cittadina ed ancor di più allorquando L’Aquila e la sua gente per la quinta volta nella loro storia subiscono l’indicibile nell’aprile 2009. La straordinaria e planetaria solidarietà verso gli aquilani culminante nella indizione governativa del ‘G8’ nel capoluogo abruzzese e visita di papa Benedetto XVI, impongono una concezione dell’antico comitatus, aliena dai localismi e/o steccati ideologici a sinergia di rapporti civili e religiosi.

Il processo generale di ricostruzione investe la patrimonialità ecclesiastica, allora, chiamando la Santa Sede l’alto prelato e rovetano Giovanni D’Ercole ad ausilio dell’Arcivescovo Molinari avvicendato in cattedrale dei SS.Massimo e Giorgio dal piceno Monsignor Giuseppe Petrocchi nel 2013. Il 59’ vescovo, 12’ arcivescovo, 5’ metropolita aquilano entra dalla basilica di Santa Maria di Collemaggio per la pacificazione e ricostruzione comunitaria, rinnovando le radici di una religiosità così segnante la vicenda civica.

*storico

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