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L’Aquila: «Basta annunci mortuari ‘selvaggi’»

di Amedeo Esposito

Pur nel tragico scenario che presenta, L’Aquila va alla disperata ricerca – com’è doveroso – della “ricostruzione” della propria anima che sembra escludere, per fortuna, lo stato afasico in cui caddero irreversibilmente i superstiti del grande sisma del 1703, i quali dimenticarono le loro radici tre-quattrocentesche, a partire dal culto dei morti.

Un aspetto quest’ultimo alquanto presente oggi, se si considerano lo stato dei cimiteri (a cominciare da quello monumentale centrale) e soprattutto le “esecuzioni per impiccagione” degli avvisi mortuari sui pali dell’energia elettrica, sugli alberi (anche quelli vicini al palazzo municipale), sugli sportelli delle centraline dell’elettricità e dei telefoni, e sui muretti di contenimento di ogni angolo della periferia (via XXV Aprile, verso la stazione ferroviaria, ne è un esempio).

Se per la ristrutturazione dei cimiteri occorrono azioni complesse e costose, non così è per la razionalizzazione delle affissioni – in determinati spazi, come usava prima del sisma del 2009 – che non richiede grandi progettazioni, ma solo un preciso regolamento da far rispettare coattivamente (e anche con la partecipazione ai costi, adeguandosi così ad altre città) dalle imprese di pompe funebri, che uniche e sole sono le responsabili delle “impiccagioni” dei citati ricordi dettati da coloro che perdono i propri cari.

La razionalizzazione degli avvisi mortuari potrebbe, in qualche misura, sia pure marginale, contribuire al decoroso senso civico di prima del disastro sismico, fondato, fra l’altro, anche sulla verità foscoliana: “[i]. . . infelici gli individui ed i popoli che non sentono il dovere di perpetuare la memoria dei loro morti[/i]”.

Torni, dunque, la civile e decorosa affissione degli avvisi mortuari, nel centro, nelle delegazioni e nelle zone vicinali.

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