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Cip&Ciop, l’importanza del ruolo della maestra

di Roberta Mancini*

In un asilo nido di questa nostra città, in un lasso di tempo compreso tra luglio e settembre 2014, accade un episodio molto simile a quello di Tommy (il nome è di fantasia). Questa volta conosco bene il periodo, lo apprendo dai giornali locali. La notizia viene diffusa il 20 novembre:[i] “Cronaca – L’Aquila, scoperte tre maestre orche. Accusate di rimproveri, punizioni, costrizioni e strattonamenti ai danni di bimbi dai 0 ai 3 anni. Sospensione della professione per educatrici dell’asilo nido Cip&Ciop”[/i] (da Il Capoluogo d’Abruzzo, 20/11/2014).

Quella mattina, e seguenti, tutte le testate giornalistiche locali, regionali, alcune nazionali, si affacciano perentoriamente sulla vicenda. Che come altre circostanze “sorelle” (Rignano Flaminio, Pistoia, Pinerolo, Portici etc.) desta grande preoccupazione, indignazione, nonché solidarietà ai genitori delle piccolissime vittime.

Mi colpisce, in particolare, un paragrafo che descrive uno dei tanti fotogrammi ripresi dalle telecamere che la Polizia di Stato ha provveduto ad installare all’interno dell’asilo dopo la denuncia di due tirocinanti. Un bambino che probabilmente per età e indole maldestra potrebbe essere il nostro Tommy, fa cadere l’acqua a terra e in modo tempestivo (e punitivo) viene incitato a lavarsi la faccia con la stessa acqua.

Certo, ecco chi è Tommy. Pur facendo uno sforzo di memoria considerevole, non riesco a rintracciare il periodo preciso dei fatti (realmente accaduti, s’intende). Ma è sicuramente un mattino che, con i nostri ritmi, profuma già di pomeridiano.

Io sono in cucina. I bambini nel refettorio seduti – tutti composti non ci giurerei, ognuno composto a modo suo probabilmente – che consumano il pranzo con l’aiuto delle mie colleghe. Siamo un altro asilo nido della periferia aquilana, di recente (ri)apertura post-sisma. Abbiamo una dozzina di bambini felici, o almeno così sembrano. Li sento ridere. Mi diletto nella pulizia del piano cottura mentre le risate si moltiplicano. Mi fermo ad ascoltare.

Tommy ha versato l’acqua del suo bicchiere per terra. Una collega lo esorta a venire da me, in cucina, per chiedermi un panno con cui asciugare la bolla d’acqua. Tommy non parla ancora molto; è sveglio, educato, volitivo ma pigro di vocabolario. Senza dircelo sappiamo già che ne verrà fuori un siparietto amabile. Si fa capire a gesti, se deve richiamare la nostra attenzione rischiamo di ritrovarci la spalla livida per via dei colpetti che ci bussa con la sua manina appuntita, chiusa a guscio. È una forza Tommy. Noi ci proviamo a farlo parlare. Non vogliamo di certo prenderlo in giro, lo stuzzichiamo affinché punti sulle sue debolezze per trarne risultati positivi.

Se ha bisogno di qualcosa deve imparare ad usare la parola. Oltre a comprendere che un pavimento che si è distrattamente bagnato poi va asciugato. Viene da me e non posso fare a meno di ridere anch’io quando cerca in tutti i modi di farmi capire quello che vuole e che già so. Torna indietro vittorioso a metà, col suo pezzo di scottex, e una magia verbale che non vuole proprio uscire. Non appartenendo ad alcun organo giudiziario, non ho competenze processuali di condanna o assoluzione.

Il mestiere che io e tantissime altre donne ci siamo scelte è un altro. Per un caso fortunato o per scelta. Personalmente ho sbagliato in tante occasioni. Troppo morbida, mi dicevano. E quando tentavo la strada dura ne veniva fuori una specie di caricatura di signorina Rottenmeier di poco conto. Il rapporto con le colleghe e amiche, Sonia, Eleonora e Pamela, è sempre stato sereno, complice, coordinato e sicuramente non me ne vorranno se le caccio nel mucchio. A volte abbiamo perso la pazienza quando non avremmo dovuto. Altre volte quando ci voleva. Abbiamo abbracciato laddove avremmo dovuto sgridare. Abbiamo strillato dove avremmo dovuto abbracciare. Certo è che nessuna avrebbe mai chiesto a Tommy di pulircisi le guance con quell’acqua.

È normale, in questi casi, lasciarsi andare ad una caccia alle streghe generale. Farsi prendere dal panico, dal fascio di cui erroneamente si fa tutta l’erba. Ma, cari genitori, continuate a fidarvi della categoria. Se i vostri bambini entrano felici ed escono malvolentieri dal nido, fidatevi della loro gioia. Sono loro la spia del buono o del cattivo funzionamento dell’ingranaggio. Poi giudicate, condannate, manifestate. È vostro diritto. Ma fidatevi delle brave educatrici che questa città continua ad avere. Cercatele. Ci sono.

[i]Avendo parlato per la prima volta della mia diretta esperienza educativa, dedico con il cuore questo contributo alla memoria di Anna Ciuffetelli, che proprio questo mestiere mi ha fatto impagabile dono di incontrare[/i].

E a tutti voi lettori i miei più sinceri auguri di Buon Natale. Siate felici come bambini e con i vostri bambini. Arrivederci al 2015.

*[i]Roberta Mancini ha 26 anni ed è stata un’esperta baby sitter. Aquilana doc, è un’educatrice infantile. Si è occupata di assistenza, tutela ed educazione di bambini dai 3 ai 36 mesi. Le principali attività svolte a supporto dei bambini sono state: di tipo grafico-pittoriche, attività manipolative e di tipo motorie{{*ExtraImg_221884_ArtImgRight_300x210_}}

Ha conseguito il diploma di Liceo delle Scienze Sociali presso l’Istituto d’istruzione superiore ‘Domenico Cotugno’ di L’Aquila[/i].

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