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Sisma Marsica, la risalita dagli abissi

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di Lucia Ottavi

Ci sono storie che ci segnano nel profondo del cuore, altre il cui solo pensiero ci paralizza, altre ancora che non avremmo mai voluto ascoltare per la ferocia che caratterizza la loro stessa essenza. Ci sono uomini che hanno perso la loro vita invano, ci sono donne che sono morte abbracciando i loro figli, ci sono bambini che hanno abbandonato per sempre l’esistenza terrena. Per tutte queste persone quel viaggio meraviglioso chiamato “vita”, si è spento il 13 gennaio 1915. Sono bastati solo 30 secondi per radere al suolo un intero territorio, sono bastati solo 30 secondi per decimare un intero popolo, sono bastati solo 30 secondi per far sprofondare negli abissi la Marsica, la nostra Marsica.

{{*ExtraImg_227890_ArtImgRight_300x176_}}Sono molte le storie riportate negli innumerevoli libri scritti per raccontare l’immane tragedia che si è abbattuta nella nostra Terra, trascinando via con sé parte della memoria di un popolo conosciuto, da sempre, per la sua grande forza. I testi elaborati sul sisma del 13 gennaio 1915 hanno permesso a noi, oggi, di conoscere ciò che è stato e di comprendere le motivazioni che, fin dai primissimi giorni dopo il sisma, hanno spinto i pochi sopravvissuti a non arrendersi, ad andare avanti, nella consapevolezza che, forse, c’era ancora qualcosa da salvare, qualcosa che quella terribile “furia omicida” non aveva tolto a coloro che erano rimasti, qualcosa che nulla avrebbe strappato dal cuore di quegli uomini, quelle donne e quei bambini che per una semplice scelta del destino erano ancora vivi, la speranza di ricominciare.

{{*ExtraImg_227891_ArtImgRight_300x153_}}Quando capitano questi eventi tragici, ciò che spaventa di più è la consapevolezza della propria impossibilità a fare nulla. Nessuno avrebbe mai potuto porre freno a quell’assordante movimento tellurico che, in pochi attimi, ha posto fine a tante, troppe, vite. Nessuno e dico nessuno sarebbe stato in grado di impedire quell’immane tragedia, ma è pur vero che c’è un’altra parte della storia che deve essere raccontata, quella che seguì i giorni dopo il terremoto.

{{*ExtraImg_227892_ArtImgCenter_500x310_}}La disperazione, le urla, il dolore, la terribile consapevolezza dei pochi superstiti di aver perso per sempre coloro che amavano; i padri e le madri non avrebbero più potuto sentire il dolce abbraccio dei loro figli, non avrebbero più potuto ascoltare le loro vocine, cariche di affetto, mentre pronunciavano la parola “Mamma!”, “Papà”. I bambini, poi, in quel cammino tanto dolce quanto amaro, chiamato “vita”, non sarebbero stati più accompagnati, per mano, dai loro genitori. La solitudine e il dolore che si respirava nei giorni immediatamente dopo quel 13 gennaio 1915 non possono essere descritti a parole, ma la forza, il coraggio, il desiderio di rivalsa contro tutti e tutto, quello si che può, e deve, essere raccontato.

I pochi superstiti non si sono arresi, hanno lottato, facendo della disperazione un punto di partenza per un futuro migliore, del dolore la forza di ricominciare, dell’amore il sentimento da seguire per far sì che quegli uomini, quelle donne e quei bambini non abbiano perso la loro vita invano.

{{*ExtraImg_227893_ArtImgRight_300x211_}}I marsicani, come gli aquilani tanti anni dopo, hanno fatto del loro dolore la loro stessa forza, ricostruendo mattone dopo mattone, pietra dopo pietra la memoria di un popolo, la storia di una regione: l’Abruzzo. E come disse Gianni Letta ad Avezzano, in occasione della commemorazione del 99esimo anniversario del sisma che devastò la Marsica nel 1915, i ricordi e i racconti che seguirono l’immane tragedia «hanno alimentato in noi quella pagina bella che seguì a quella pagina tragica, la pagina bella della solidarietà».

13 gennaio 1915. Per non dimenticare.

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