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La vita-tipo di una ragazza aquilana

di Camilla Elleboro

Immergetevi nei panni di una qualsiasi diciannovenne aquilana, che la mattina striscia fuori dal suo letto, si trascina nei meandri della sua C.A.S.A e decide coraggiosamente di affrontare un’altra giornata.
Sì, coraggiosamente.
Perché mettiamo che questa diciannovenne qualsiasi frequenti l’università nel centro storico di L’Aquila, già alle 8:00 di mattina, o se le va bene alle 10:00, deve far fronte alle tante trappole sparse nel suo percorso. Meglio che cammini dritta dritta verso la facoltà, senza guardare il paesaggio, o meglio le rovine, attorno a sé, perché la impietrirebbero come vittima di un sortilegio; ma, soprattutto, guai a percorrere il corso da sola, o parcheggiare troppo lontano dalla facoltà.
Già, perché con la sua provocante borsa universitaria o camuffata sensualmente nel suo giubbetto imbottito per contrastare il freddo aquilano, potrebbe attirare l’attenzione o l’approvazione di operai: la prova più difficile è confidare nel proprio buon senso per non voltarsi e mandarli a quel paese.

Dopo un faticoso pomeriggio trascorso tra rotatorie ed aule studio, si tuffa a capofitto in un tipico giovedì sera aquilano, in cui se hai la grazia e la leggiadria di un ippopotamo, riesce a farsi largo tra la folla stagnata fuori a “La Caffetteria”, e magari anche a fare una capatina in quella parte ignota e, forse, proibita che è Piazza Duomo, altrimenti rimarrà per sempre imbottigliata a Piazza Regina Margherita.
In realtà, questa piccola piazzetta è magica: nel periodo invernale più rigido e glaciale, fa sì che la folla, traballante per i troppi bicchieri di vino o per l’asfalto dismesso, così vicina da non sentire più freddo, smetta improvvisamente di battere i denti.

Nonostante gli ingorghi e le gomitate in pieno naso, il giovedì sera, L’Aquila è irriconoscibile: in qualsiasi condizione meteorologica, con ogni probabilità troverà sempre una cerchia di persone riunita al Boss o al Castello, e ne è affascinata, perché con o senza bicchieri in mano si diverte ugualmente, almeno il giovedì. Passano due giorni e viene catapultata bruscamente al sabato sera. Strano, il sabato sera aquilano. E’ un mix di coppie sposate con figli a carico, e di quattordicenni spavaldi e baldanzosi con una bottiglia di birra in una mano e una sigaretta nell’altra, ormai residenti nei portici di S. Bernardino o nelle scure e tenebrose nicchie.

Ma, vagando in solitudine per gli stessi luoghi percorsi appena due giorni prima, il calore e il vociare disperso sembrano essersi volatilizzati: quasi rimpiange la ressa che tanto la fa innervosire, facendole impiegare mezz’ora per passare da una parte all’altra del corso; le impalcature sembrano prendere il sopravvento, riportandola in un attimo alla realtà; così come preferisce vedere l’elevatore di Piazza Regina Margherita come parte integrante dei giovedì universitari, poggia-bottiglie o sotto bicchiere, piuttosto che semplice attrezzo da cantiere. Il sabato sera è nostalgico e freddo.

Considerato tutto ciò, alla diciannovenne aquilana rimangono due opzioni: uniformarsi alla vecchiaia del week-end, rimanendo a casa, oppure uniformarsi alla maggior parte della gioventù aquilana, dimenandosi nell’ardua scelta tra Bliss o Be One. Ma il percorso della diciannovenne è davvero pieno di trappole, perché se scegliesse la seconda opzione verrebbe accusata di essere tra quelli che lasciano che il centro venga abbandonato a se stesso, mentre forse la colpa non dovrebbe essere ricercata né in lei né in qualsiasi altro ragazzo, che sceglie di andare per una sera in discoteca. Forse, al contrario di quanto si pensi comunemente, non è solo andando in centro che si coopera per far tornare L’Aquila in vita, perché anche una serata in discoteca, un aperitivo negli storici caffè aquilani o una birra in un bar della periferia possono essere sintomo di cambiamento. La vita di una qualsiasi diciannovenne aquilana, e di tutti gli altri, di qualsiasi sesso o età, è così: spesso sono costretti a sentirsi dire di essere tutti ubriaconi, drogati, senza valori, perché “[i]ai miei tempi c’era più rispetto[/i]”.

Ma, di tutto quello che da sempre viene detto, c’è una qualità che ci contraddistingue, per la particolarità del contesto: il coraggio. Il coraggio di vivere in una città che non sempre si ricorda di essere una città universitaria, in cui certe volte bisogna fare un po’ a gomitate per farsi spazio e per ricordare a chi appartiene il futuro. Il coraggio, si sa, è di chi fa una scelta, qualunque essa sia: in questo caso, rimanere qui oppure partire e frequentare l’università in un’altra città, per chi la vita di un “grande paesino”, così spesso è definita, sta stretta. Non ce n’è una meno ardita dell’altra: ogni diciannovenne, a L’Aquila o in qualsiasi altra città, sa che la mattina, oltre alle chiavi e al cellulare, deve mettere in tasca una buona dose di coraggio e usarla senza cautela.

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