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Dove riposa la divinità del fiore di zafferano

di Vincenzo Battista*

La raccolta del fiore di zafferano è terminata nelle lunghe gobbe dei campi coperte ora dalla brina, che si alzano, come se lì fosse avvenuto un rito iniziatico della terra che si eleva, si distingue visivamente, quasi a voler marcare le differenze, l’autorità suprema, il prestigio di un prodotto del paesaggio agrario, rispetto alle altre coltivazioni.

Sotto lo strato della terra degli altopiani di Navelli, Krocus, il giovane guerriero mortale, trasformato in Crocus sativus (lo zafferano), dopo il riposo durato diversi mesi, si è risvegliato tra le zolle ed ha compiuto il suo lavoro: i fiori autunnali, viola, sbocciati nel mese sacro di novembre per suo volere, nel compito affidato dagli dei, sono usciti da lui, dalla sua volontà di far fiorire i terreni sterili, e per settimane ininterrotte, all’alba, i calici del fiori sono stati raccolti dai contadini.

In un tempo lontano, narra Ovidio, una ninfa Smilace, s’innamorò di Krocus: un amore impossibile, disperato e passionale ostacolato dalle divinità. Lottarono i due amanti, ma vissero infelici e disperati fino a quando Krocus si uccise e Smirne impazzì per il dolore. Solo a quel punto gli dei si impietosirono. Lei, la ninfa, fu trasformata in Smilax aspera (salsapariglia), una pianta con i rami ricoperti di spine e dalle foglie a forma di cuore, simboli di sdegno e fermezza; lui, in zafferano, con i fiori viola che rappresentano il sentimento travolgente per la ninfa.

Il mito dello zafferano poi ha attraversato il territorio, i lembi di paesaggio, i borghi, entrato nelle case è stato allevato, curato, protetto nell’oscurità e asciugato sulle stuoie a terra. Il fiore è stato aperto. La campanula e gli stimmi sono stati separati ed eliminati, rapidamente, in un lavoro manuale, lento, e continuo, fino alla selezione degli stimmi rossi, steli delicati, lo zafferano, riuniti in un piccolo cumulo sul tavolo.

Non sapremo mai quanto zafferano, per secoli, è passato per quelle mani, in quei gesti, sempre gli stessi, che i contadini hanno ereditato; però sappiamo che la ricchezza del fiore, l’altissimo valore economico e commerciale di profitto ha avuto altri destinatari, non loro, come raccontano la tradizione e le fonti orali dei centri degli altopiani della conca aquilana.

All’interno di un setaccio, forse nei camini, gli stimmi vengono infine essiccati, tostati, ultima fase, e poi conservati gelosamente per la vendita quando solo allora Krocus può riposare, in questa metamorfosi di spazio tempo tra mito e realtà, prima di tornare a raccontarsi, dopo l’inverno, e guardare in autunno, solo per poco, Smilace, quando gli fiorirà accanto.

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[i]*Scrittore, saggista e giornalista pubblicista, autore di oltre 20 libri sul paesaggio e le comunità locali, tra cui l’ultimo “Il pane nell’arca”, guiderà il lettore alla scoperta di un paesaggio che si rivela carico di fascino nei suoi tratti più misteriosi ed inconsueti.[/i]

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