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Terremoto 1915: Don Luigi Orione, testimonianza d’amore

di Lucia Ottavi

Per non dimenticare l’immane catastrofe che il 13 gennaio del 1915, alle 7:53 di mattina, devastò la Marsica intera, causando, in soli 30 secondi, circa 30.000 morti tra uomini, donne e bambini, si vuole dare voce ad uno di quei personaggi che, senza volerlo, sono entrati nella storia della nostra terra.

Quello che seguirà è un racconto tratto dal libro di Ignazio Silone [i]“Uscita di Sicurezza”[/i], al suo interno vi è un passaggio significativo di come, nella drammaticità più assoluta, un “piccolo prete sporco e malandato”, che da molti era definito “starno”, sia riuscito a salvare dei bambini, allontanandoli dalla tragedia più assoluta e conducendoli in un luogo sicuro. L’uomo di cui parla Ignazio Silone è Don Luigi Orione.

Erano passati alcuni giorni da quell’immane catastrofe che devastò la Marsica, molti corpi erano ancora sotto le macerie, era difficile per i soccorsi mettersi in opera.

L’inverno, quell’anno, era particolarmente gelido, i muli, le pecore, gli asini erano stati messi in recinti “di fortuna”, i superstiti vivevano in “rifugi provvisori”, le abitazioni erano completamente distrutte. Di notte, attirati dal forte odore di bestiame, scendevano i lupi, per allontanarli era necessario tenere accesi grandi fuochi, ma nonostante ciò, quando il buio arrivava, le urla delle belve non permetteva ai pochi superstiti di prendere sonno, solo l’arrivo del giorno lasciava loro un po’ di tregua.

«Una di quelle mattine grige e gelide – si legge in un passo del libro di Ignazio Silone – dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato con la barba di una decina di giorni, si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e ragazzi senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque, sei automobili. Era il re con il suo seguito che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra una di esse i ragazzi da lui raccolti, i carabinieri rimasti a custodire le macchine vi si opposero, e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione al punto da richiamare l’attenzione del sovrano. Affatto intimidito il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re di lasciargli per un po’ di tempo la libera disposizione di una di quelle macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima in attività. Date le circostanze il re non poteva non acconsentire. Assieme ad altri anch’io osservai con sorpresa ed ammirazione tutta la scena. Appena il piccolo prete con il suo carico si fu allontanato, chiesi attorno a me: chi è quell’uomo straordinario? Una vecchia che gli aveva affidato il suo nipotino mi rispose: un certo don Orione, un prete piuttosto strano».

Il giornale La Tribuna, martedì 19 gennaio, in prima pagina, riportò l’episodio, ma, come era prevedibile, stravolse completamente la realtà dei fatti, il titolo dichiarava:”Il re ritorna a Roma portando con sé sei bambini da lui stesso raccolti sui luoghi del disastro e che saranno ricoverati nell’ospedaletto dei bimbi”.

Quel “piccolo prete sporco e malandato, con una barba di una decina di giorni” è stato proclamato Santo da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004.

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