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L’Aquila vista da lontano

di Giovanni Baiocchetti

Ci sono voluti due mesi di tempo prima che scrivessi un articolo in cui raccontare l’inizio di questa fantastica esperienza all’estero da studente Erasmus. Per trovare il modo di concentrare in un certo numero di righe il fiume di emozioni che ho provato da quando sono partito ho avuto bisogno di tempo, ho dovuto fare mente locale. Vi avevo parlato delle mie aspettative alla vigilia della partenza; oggi, dopo due mesi di vita in Inghilterra, butto giù una serie di riflessioni personali che affollano la mia mente in quest’ultimo periodo. Ribadisco, sono riflessioni personali, quindi accetto solo critiche costruttive. Perché costruttivo è il proposito di queste parole.

È il caso, prima di tutto, di spendere due parole sulla città in cui vivrò fino a giugno, Leeds, nel nord dell’Inghilterra, tra la turistica York e la grande Manchester. Conta circa 750.000 abitanti ed ha una popolazione studentesca (tra università e scuole superiori) superiore alle 200.000 unità (fonte: Wikipedia). È un dato decisamente importante, che la rende seconda in Inghilterra per numero di studenti dopo Londra. Ha tre grandi atenei.

Mi ci è voluto circa un mese per ambientarmi qui. Cosa del tutto normale. Abito in una residenza studentesca, piena di giovani provenienti da ogni parte del mondo. Inizialmente è stata un po’ dura abituarsi alla convivenza con gente dalle abitudini completamente diverse (non vi dico che capolavori culinari si vedono spesso in cucina!), ma posso dire senza ombra di dubbio che proprio la vera multiculturalità del palazzo in cui vivo e, più in generale, della città è oro per me. Mio padre mi scrisse un messaggio i primi tempi: [i]”ricordati che le persone, per quanto diverse tra loro possano essere, condividono gli stessi sogni e le stesse emozioni”[/i]. Ed è vero. Sembra banale ma non lo è. In due mesi di tempo ho conosciuto davvero tante persone ed ho toccato con mano quanto simili possiamo essere dal Polo all’Equatore. Lo scambio culturale, che a questo punto non è solo con gli inglesi, mi sta arricchendo come mai prima d’ora. Posso dire che la mia crescita culturale è tangibile giorno dopo giorno. Un’esperienza come questa dovrebbe essere obbligatoria a vent’anni per formare cittadini migliori e consapevoli.

Ma torniamo alla città. Leeds non è turistica. Ci sono pochi monumenti o palazzi di valore ed alcuni musei. Per il resto, lo stesso centro cittadino è pieno di edifici moderni, più o meno belli, più o meno alti, che affiancano le tipiche case inglesi di fine Ottocento – inizio Novecento. Ma sapete cosa colpisce a noi italiani? La cura che gli inglesi hanno negli spazi pubblici. Le strade del centro sono pedonali, con una pavimentazione semplice ma carina, panchine particolari con alberi e cestini per l’immondizia, fiori, addobbi natalizi ovunque (in questo periodo) e tanti tanti parchi, tenuti alla perfezione, con distese d’erba tagliata impeccabilmente, piante, fiori, vialetti, panchine, skatepark, campi da basket, da pallavvolo, da calcio, da rugby. E tutto pulito e nessuna staccionata rotta! Questo ci colpisce. Cosa che per loro è normale. Perché noi italiani, quando usciamo di casa, pensiamo: “la mia proprietà è finita, posso fare come mi pare per strada perché non è cosa mia”, mentre gli inglesi, onestamente non puliti negli spazi privati, sono impeccabili nell’ambiente pubblico, perché pensano che in quanto pubblico (e quindi mio e di altre persone), sia degno di rispetto.

Ecco, penso alla quantità di bellezze artistiche, architettoniche, paesaggistiche, naturalistiche che abbiamo in Italia e a come non sappiamo sfruttarle appieno. Quando vado all’università qui a Leeds, passo prima per delle case di periferia, molto ben tenute, poi per uno skatepark, poi per un parco, poi arrivo a ridosso del centro. Pensate a come potrebbe essere bello un domani andare a piedi dalla periferia dell’Aquila al centro, passando per il parco urbano di Piazza D’Armi, il famoso skatepark, Porta Barete ed arrivare in centro. Con il sole caldo e l’aria pura dell’Aquila. Con l’odore delle pizze appena sfornate, non delle patatine cotte con un olio inqualificabile di prima mattina. Pensate all’opportunità unica che abbiamo noi oggi per ricreare una città a misura d’uomo e a misura di studente. Basterebbe solo unire ciò che la natura ci ha donato e gli antenati ci hanno lasciato con un po’ di buon senso, educazione, rispetto, voglia di fare. Voglia di fare, di cambiare la città, di ricrearla e ripensarla come vogliamo; un desiderio che deve partire proprio da me e dai miei coetanei. Perché nessuno più di noi e dei nostri figli trarrà vantaggio dalla nuova Aquila. E poi perché mai come a vent’anni si dovrebbe avere la forza di creare, ideare, dibattere, giocare, sperimentare, viaggiare, fare, fare, fare. Ma la televisione ci sta rincoglionendo. C’è qualcuno che, dall’alto, ci vuole ignoranti, ci vole facilmente governabili. E ci sodomizza con finte storie d’amore mentre ci ruba il futuro. Roba che una Commissione Grandi Rischi ci ammazza dei concittadini, amici, parenti, e noi ci indigniamo su facebook. Noi ragazzi intendo, che siamo i primi che dovremmo prendere e andare a Roma a protestare. Una storia, questa della Grandi Rischi, che ha lasciato allibiti tutti i miei coinquilini quando l’ho raccontata loro. Non ci credono perché non pensano sia possibile una cosa del genere.

Poi, il capitolo lavoro. Sapete quanto ti danno qui a Leeds per fare il cameriere al bar a tempo pieno anche con un livello di conoscenza della lingua molto basso? Nove sterline l’ora, ovvero circa dodici euro l’ora. E il lavoro lo trovi nel giro di qualche giorno. Pensate che fare il professore all’università è molto facile. Tutti i seminaristi (figure simili a quella del professore) hanno più o meno la mia età! Tra i 22 e i 30 anni! Ma senza conoscenze politiche o cose del genere. Negli uffici universitari lavorano tutti ragazzi, alcuni credo anche più giovani di me che ne ho ventuno. Semplicemente perché c’è lavoro. Te lo offrono anche per strada. Si legge “cercasi personale” fuori dai negozi, come in Italia quando ero bambino io. Mi è stato detto di insegnare italiano qui. La possibilità c’è.

Ultima riflessione: una città studentesca, per essere tale, deve offrire dei servizi agli studenti. Un esempio? Autobus che viaggiano fino alle tre di notte. Io, dopo la discoteca, torno a casa in autobus. Oppure taxi a prezzi economici nel weekend. Avere degli uffici efficienti a disposizione del cittadino, con funzionari contenti di aiutarti. Sapete che ho avuto meno problemi in Inghilterra che in Italia con le pratiche burocratiche? Con tutto che la mia lingua è l’italiano. Perché mentre da noi ti mandano da un ufficio all’altro, ma quello è aperto solo il giovedì per due ore, da quell’altro non funziona la stampante, qui appena arrivi ti danno un foglio con la lista di pratiche da smaltire, dove smaltirle e come. Uffici aperti dal lunedì al venerdì mattina e pomeriggio. Personale pagato appositamente per aiutare gli studenti stranieri. E non sei tu ad andare da loro ma loro a venire a chiederti “hai bisogno di aiuto?” vedendoti spaesato.

A proposito: i primi giorni che ero qui, venivo sommerso di volantini e libricini in cui i vari club, associazioni, organizzazioni eccetera pubblicizzavano i loro eventi giorno per giorno fino a dicembre. Parlo di associazioni di tutti i tipi, da quelle di musica da concerto alle discoteche, da quelle sportive a quelle religiose, da quelle politiche a quelle cinematografiche. Davvero di tutto. La differenza, anche qui, dov’è? In come ti viene venduto il prodotto. Perché noi diciamo che “all’Aquila non ci sta niente”, ma non è vero e lo sappiamo benissimo, altrimenti ce ne saremmo già andati.

Scrivendo per ilCapoluogo.it la rubrica settimanale “Weekend all’ombra del Gran Sasso”, che curo da qui grazie alla potenza di internet, mi rendo conto di quante iniziative ci siano in programma e di come non si sappia ingiro. Scopro dell’esistenza di tante associazioni di cui non sapevo niente. Perché non c’è pubblicità purtroppo. Anche gli studenti che vengono da fuori città si sentono spaesati perché, nello stato particolare in cui si trova L’Aquila oggi, non sanno dove andare. E non esiste un vero piano che spieghi loro quali opportunità ci sono qui. Devono scrivere su facebook: “chi sa dirmi se c’è un campo da basket a L’Aquila?”. Qui a Leeds ho la camera piena di cartine, volantini, fogli e foglietti per tutti i gusti. Cartine, per la cronaca, fornite dalle autorità cittadine, che parlano dei parchi, delle piste ciclabili, dello shopping, dell’università, degli eventi, delle fiere, dei mercatini di Natale.

Pensate a come sarebbe bello tutto ciò unito non al grigio del cielo d’Inghilterra e agli spaghetti precotti pronti in un minuto nel microonde che qui tanto piacciono, ma al sole dell’Italia e alla nostra cucina unica al mondo. Teniamo a mente, però, che non si vive di solo cibo. Con questo articolo non voglio giudicare o sentenziare nessuno, ma solo farvi riflettere sulle opportunità che il presente ci dà. Non sto facendo una lode all’Inghilterra, non sto contrapponendo il bene al male. Sto solo evidenziando alcuni aspetti della cultura inglese che potremmo importare per vivere meglio. È uno stimolo alla riflessione per migliorarci. Siamo ancora in tempo, aquilani, governati e governanti, per creare tutti insieme una città splendida. La città più bella al mondo. Giochiamo?

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