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Il tempo s’addormenta

di Valter Marcone

Scrive Giovanni Giudici in “La vita in versi”: ”[i]Metti in versi la vita, trascrivi/ fedelmente, senza tacere/ particolare alcuno, l’evidenza dei vivi[/i]”. E, al termine della composizione, “[i]Inoltre metti in versi che morire/ è possibile a tutti più che nascere/ e in ogni caso l’essere è più del dire[/i]”.

La poesia, allora, diventa un mezzo del cuore che attraverso la parola si fa carico di trasportare l’intero bagaglio dell’uomo, al fine di dire in un istante che cos’è la vita, l’esistenza. Un mezzo che però fallisce, a volte, questa missione, perché ad osservare bene da vicino la poesia, lì, ferma, chiusa nella pagina, si capisce che dentro essa ci si perde e che è molto più semplice dire cos’è la vita attraverso altre cose, piuttosto che dirlo con dei versi.

Tuttavia, delineare una geografia corporale, una scansione logico aritmetica delle scelte e delle possibilità di vita, lo spazio dentro il quale effettivamente si gestiscono le nostre abnegazioni e sofferenze, può essere un esercizio vitale per chiudere in un compromesso d’amore, vita e poesia.

E anche se la poesia è “costante” dell’anti-tempo rispetto ad un tempo della ragione che scorre inarrestabile, coniugare i due tempi è lo sforzo di posizione che bisogna fare perché la poesia non rimanga l’esempio di qualcosa di irraggiungibile, di assoluto, di profondo, qualcosa a tal punto vitale da scatenare un’invidia morale per chi riesce a dire con le parole quello che gli altri vagamente riescono a dire solo pensando o riflettendo in soliloquio.

Un compromesso d’amore che instaura il tentativo – attraverso il parlare di cose concrete, del corpo, dei luoghi che ci circondano, del tempo quotidiano – per farsi voce di chi non ha le parole, di chi non possiede la facoltà di farsi artefice e protagonista dello stesso mezzo che adopera per dare voce ai sentimenti, alla ragione, al senso civile.

Il tempo s’addormenta

Il tempo s’addormenta

tra la polvere e le muffe

dell’antica casa

ai piedi del colle,

là al limite della pianura

dove il ragno solitario

ricama la sua tela.

Il tempo si fa corpo

e quello che resta

è l’ambigua definizione

della vita

quando non riesce più

nemmeno a dormire

con la polvere e le muffe

del suo tempo.

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