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La CGIL e la vecchia sinistra sul Jobs Act: paroloni vuoti

di Pietro Ichino*

Ma è mai possibile che sappiano parlare solo delle pensioni (della loro generazione, s’intende) e di articolo 18, ignorando totalmente temi cruciali come quello dei Centri per l’Impiego che non collocano nessuno, del contratto di ricollocazione, del tasso di coerenza infimo in Italia tra formazione e sbocchi occupazionali effettivi, dell’orientamento scolastico e professionale che latita, e altri ancora? Sta di fatto che sul referendum abrogativo della riforma pensionistica e sulle politiche del lavoro Susanna Camusso, Pippo Civati e Gianni Cuperlo fanno fronte comune con Matteo Salvini.

È ufficiale: la Cgil appoggia il referendum abrogativo della riforma delle pensioni promosso dalla Lega di Matteo Salvini, che si propone di tornare a collocare sulle spalle delle nuove generazioni il costo delle pensioni dei cinquantenni e sessantenni di oggi (oltre che di mandare il Paese a gambe all’aria). Tutto induce a pensare che la stessa scelta sarà compiuta nelle prossime settimane dai Civati, i Cuperlo e i Fassina; insieme a SEL, naturalmente. Ricordate il discorso sul superamento del bipolarismo tradizionale sinistra/destra?

Se è “di sinistra” difendere gli interessi dei lavoratori più deboli, in questi giorni ci si sarebbe dovuti aspettare che, nel dibattito sul Jobs Act, la vecchia sinistra politica e sindacale chiedessero a gran voce misure più severe di controllo sulla qualità e gli esiti della formazione professionale finanziata con il denaro pubblico; misure più incisive per garantire efficienza ed efficacia dei servizi di assistenza offerti ai lavoratori che perdono il posto; una ricostruzione urgente di quasi tutti i sistemi regionali di orientamento scolastico e professionale, la cui gravissima inefficienza è una delle cause principali del maggior tasso di disoccupazione giovanile rispetto al tasso generale. Ci si sarebbe potuti aspettare, ancora, che vecchia sinistra politica e sindacale rivendicassero in modo ultimativo l’affiancamento immediato alle nuove norme in materia di licenziamento, già nel decreto che entrerà in vigore il 1° gennaio, del diritto dei lavoratori licenziati al contratto di ricollocazione. Perché, invece, non una sola parola su questi capitoli cruciali per la sicurezza dei più deboli nel mercato del lavoro?

Ve lo dico io: perché controllo sulla formazione e sull’orientamento professionale significa mettere sotto stress i dipendenti delle Regioni preposti a questi servizi; perché contratto di ricollocazione significa rendere contendibile la funzione, costringendo i Centri per l’Impiego pubblici a confrontarsi con le agenzie specializzate che su questo terreno sono mediamente molto più capaci. Dunque, meglio concentrarsi sulla difesa senza se senza ma e senza speranza dell’articolo 18. Anche qui a fianco della Lega di Matteo Salvini. Naturalmente.

* Editoriale del 17 novembre dell’Onorevole Pietro Ichino

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