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Convegno ‘Euro follia’, Europa e ricostruzione

«L’Europa affronta il terremoto del 6 aprile 2009 nella sua visione, nella voluta scarsità di risorse che impone agli Stati. Non potrà mai pensare alla solidarietà in termini di spesa pubblica ed emissione monetaria per raggiungere obiettivi solidali, come accadeva negli Stati democratici».

Così il giurista Luciano Barra Caracciolo, ex componente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, all’Aquila per il convegno “Eurofollia: perché la moneta unica e i trattati bloccano la ricostruzione”, organizzato dal quotidiano digitale AbruzzoWeb.it al Gran Teatro Zeta di Monticchio in collaborazione con l’associazione Riscossa italiana, descrivendo il modo in cui le istituzioni comunitarie hanno affrontato e affrontano oggi la catastrofe del capoluogo abruzzese terremotato.

Barra Caracciolo ha motivato così quello che affermò nel giugno 2013 l’europarlamentare tedesca Ingeborg Grassle nell’audizione a Bruxelles delle istituzioni abruzzesi, «non esiste un diritto europeo alla ricostruzione».

«È scritto nei trattati, basta leggere l’articolo 222 del Tfue (Trattato di funzionamento dell’Unione europea, ndr) – ha spiegato Barra Caracciolo – Le piccole risorse del bilancio europeo servono per politiche puntuali e predeterminate: per loro la solidarietà è portare le coperte o costruire tende, come emergenza di protezione civile immediata. Nella visione della burocrazia europea, la ricostruzione è un problema di assicurazione. Se vivi in una zona ad alto rischio e sei assicurato bene, altrimenti peggio per te».

Per Barra Caracciolo non è possibile che Costituzione italiana e trattati europei possano coesistere. «C’è una dicotomia genetica tra il modello economico dei trattati e quello dei principi fondamentali della Carta – ha evidenziato – Oggi è diventata una realtà tangibile da ogni persona: gli effetti cumulativi e graduali ora sono diventati intollerabili».

Il docente dell’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara Antonio Rinaldi ha fatto il paragone con il Giappone per evidenziare la situazione disperata aquilana. «Nel 2011 lì è avvenuto un disastro naturale di proporzioni enormi – ha ricordato – Loro hanno esercitato la propria sovranità, non sono dovuti andare da nessuno con il cappello in mano a chiedere quello che bisognava fare, lo hanno fatto nell’interesse del Paese e dei cittadini. Noi dopo 5 anni e mezzo non siamo riusciti a fare nulla perché soggetti a vincoli esterni. Cerchiamo di ritornare a essere padroni a casa nostra: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, non sul pareggio di bilancio».

Il docente dell’Università “Luiss” di Roma Cesare Pozzi ha sottolineato come «l’economia funzioni per prossimità: le aree più forti attraggono tutto quello che possono, persone, competenze, risorse finanziarie, strumenti di pagamento. In una situazione intermedia tra Pescara e Roma – ha aggiunto – L’Aquila finisce per essere completamente spogliata. Il problema sono i ragazzi, ma anche le competenze dei cinquantenni, che trovano opportunità di lavoro remunerate in maniera accettabile solo nella grande città. Ecco perché la politica locale deve guardare a che cosa sarà questa stessa città in un intervallo molto lungo, 10 o 20 anni. Ci vuole un progetto».

Sul problema delle risorse, l’economista ex consulente di numerosi ministeri Nino Galloni ha fatto notare che «con la perdita di sovranità monetaria del Paese, ormai da 34 anni ci siamo privati artificiosamente delle risorse essenziali per far funzionare la sanità, la scuola, la ricerca e anche per intervenire sulle emergenze come questa».

«Se ne esce ricominciando a emettere moneta fiduciaria da parte dello Stato, da parte dei privati e delle comunità – ha aggiunto – Per combattere la corruzione abbiamo distrutto lo sviluppo economico e gli investimenti pubblici, ma la correzione è rimasta: bisogna cambiare sistema».

Concetti ribaditi anche da Gennaro Varone, sostituto procuratore della Repubblica di Pescara. «L’Euro è la causa della crisi, è una moneta che si prende in prestito e quindi lo Stato più di tanto non può averne – ha ricordato – Non è sufficiente a garantire i bisogni della cittadinanza, è una coperta corta che va tirata da una parte o dall’altra. Da qui nascono il taglio dei redditi, il difetto di domanda interna e la ragione per cui non si riesce a ricostruire una città terremotata».

All’evento ha preso parte anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. Quest’ultimo, a dispetto dell’annuncio dell’inserimento nella legge di stabilità 2015 di 2,2 miliardi di euro di risorse per la ricostruzione per i prossimi 3 anni, ha ammesso che «nel 2015 ci sarà da lottare per anticipare le delibere Cipe, per farle arrivare nei tempi e farle registrare dalla Corte dei conti che si prende sempre i suoi 3-4 mesi di tempo», trafila indispensabile prima di poter avere fondi necessari al cronoprogramma per la ricostruzione stilato dall’amministrazione.

«Non mi spiego perché l’Italia non faccia una battaglia, trovando anche l’alleanza in altri Stati membri, su quell’emendamento che ho proposto anni fa – ha proseguito Cialente- che dice semplicemente che, in caso di calamità naturali, con un indice concordato con l’Unione europea, si possa spendere una somma che moltiplica quanto stanziato dal fondo di solidarietà, senza per questo incidere sul vinco del 3% tra deficit e Pil».

Tra i presenti anche le senatrici Stefania Pezzopane (Partito democratico) ed Enza Blundo (Movimento 5 stelle), l’assessore provinciale Ersilia Lancia e numerosi consiglieri comunali del capoluogo e sindaci del “cratere”.

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