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Bussi, la difesa: «Non c’è stato avvelenamento»

«La difesa oggi ha dimostrato tutta una serie di interventi e di cautele che sono state poste in essere dallo stabilimento di Bussi proprio per prevenire un inquinamento dei terreni, della falda, e questi interventi sono stati posti in essere misurandosi con la tecnologia volta per volta disponibile dell’epoca. Questi interventi, svolti quando non c’era la legislazione, in base alla sensibilità dell’epoca e poi in base alla legislazione, in osservanza alla legislazione, dimostrano che non sono fondate le accuse di avvelenamento doloso e di disastro doloso».

Lo ha detto l’avvocato Carlo Baccaredda Boy oggi, al termine della sua arringa difensiva, nel processo in Corso a Chieti davanti alla Corte d’assise per le cosiddette discariche dei veleni di Bussi che vede 19 imputati, fra ex dirigenti e tecnici della Montedison, con le accuse di disastro ambientale e avvelenamento di acque. Baccaredda in questo processo difende l’ allora vice direttore dello stabilimento, Nicola Sabatini, e altri tre imputati: Camillo Di Paolo, Giancarlo Morelli e Domenico Angelo Alleva, responsabili del servizio di stabilimento di protezione ambientale e sicurezza.

«C’era tutta una situazione di inquinamento alla base, noi stiamo considerando i comportamenti di imputati che sono intervenuti su uno stabilimento che era inquinato e che pian piano gli imputati con tutta una seria di misure hanno cercato di migliorare quest’inquinamento», ha aggiunto Bacaredda Boy. E ha proseguito: «L’inquinamento sicuramente c’è stato, c’era un inquinamento rilevante, quello che la difesa ha cercato di dimostrare e ha dimostrato a mio avviso è che il comportamento di questi soggetti è assolutamente antitetico al dolo, alla volontà di qualsiasi causazione di un evento, anche dell’evento di inquinamento. Certamente c’è stato un evento ma il comportamento degli imputati è sempre stato volto a scongiurare questo inquinamento e non c’è mai stato un avvelenamento».

«Gli interventi sono iniziati dai primi anni ’70, quando ancora non c’era una legislazione, sono iniziati nel momento in cui ci si è posti il problema di come smaltire determinati rifiuti. Ad esempio, proprio sul problema principale di questo processo, la discarica Tremonti, sono iniziati proprio quando ci si è posti il problema di non interrare più rifiuti, di non mandarli più a fiume ma prima di tutto di stoccarli in serbatoi e poi mandarli in altri stabilimenti del gruppo per l’incenerimento e la riutilizzazione parziale».

Lo ha detto l’avvocato Carlo Baccaredda Boy al termine della sua arringa difensiva, nel processo in Corso a Chieti davanti alla Corte d’Assise per le cosiddette discariche dei veleni a Bussi sul Tirino che vede 19 imputati, fra ex dirigente e tecnici della Montedison, con le accuse di disastro ambientale e avvelenamento di acque. Baccaredda in questo processo difende l’ allora vice direttore dello stabilimento, Nicola Sabatini, e altri tre imputati: Camillo Di Paolo, Giancarlo Morelli e Domenico Angelo Alleva, responsabili del servizio di stabilimento di protezione ambientale e sicurezza.

«Questi sono i primi segnali degli interventi che poi sono proseguiti negli ’70, ’80 e ’90 – ha aggiunto Baccaredda – è chiaro che a seconda delle epoche, a seconda della sensibilità che c’era, a seconda anche della tecnologia che era disponibile. L’errore più grosso di questo processo è che si sono giudicati fatti degli anni ’70 con il metro di giudizio di oggi, con la legge di oggi. E’ chiaro che i primi fatti degli anni 70 vanno valutati con il metro e la sensibilità che c’era negli anni Settanta: io infatti ho dimostrato che negli anni settanta anche a livello delle organizzazioni mondiali della sanità, la sensibilità era molto diversa da quella degli anni successivi di quando è entrata in vigore la legislazione».

Baccaredda ha chiesto l’assoluzione con formula piena dei propri assistiti.

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