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Grandi Rischi, un’assoluzione che condanna

di Gioia Chiostri

Una città che non dorme più. Dal giorno della sentenza sull’operato della Commissione Grandi Rischi, composta da sette menti eccelse e sommamente rappresentanti di quel barlume affatto cieco chiamato Scienza, L’Aquila, capoluogo di Regione e illustre simbolo della resistenza ad un fantasma del sottosuolo che ancora s’avverte, ha aperto gli occhi definitivamente. Al loro interno, capillari rossi sanguigni venano una cornea rigida, trasparente. Immota. Esausta. La pupilla si muove, come una serpe. Ed emana sguardi fulminei e fulgenti: sfibranti per chi ne incrocia il ‘cammino’ di focalizzazione.

Dalla Marsica, non è giunto silenzio, od omertà o, peggio, indifferenza. La rappresentante del Gruppo di Volontariato vincenziano ‘Padre Pio’, attivo nella città di Tagliacozzo e comuni limitrofi, si è espressa in termini di fuoco. «Il Volontariato, da sempre spina nel fianco dell’amministrazione legittima e bocca di rosa nei confronti dei più umili, oggi non ce la fa a tacere. Di mio pugno, ho scritto una lettera ispirata che, credo, possa portare un poco di vicinanza e conforto ai genitori, ai parenti, ai familiari e alle anime delle vittime che, quella tremenda notte di aprile, si trovarono di fronte l’inappellabile giudizio della Condanna a Morte». Lunedì scorso, invece, non si è condannato, ma assolto. Gli occhi di L’Aquila, forse, non riescono a guardare oltre il seminato dalla rabbia o, forse, non sono posti in condizione di poter guardare a fondo. La dottoressa Rita Tabacco, da sempre attiva protagonista e sostenitrice di ciò che ella stessa definisce il «vero Stato sociale», ossia l’anima dei gruppi di volontariato emergenziale e il corpo della sempre attiva e presente Protezione civile, impugna carta e penna per dar luogo ad un dissenso.

{{*ExtraImg_223522_ArtImgRight_300x444_}}«Profonda amarezza e sconcerto per il ‘ribaltone’ della sentenza di primo grado nel Processo Grandi Rischi di L’Aquila, capoluogo della mia Provincia e della Regione, distrutta dal sisma. Una notte d’aprile del 2009 ha visto una città meravigliosa, elegante, centro di studi superiori e di vita religiosa semidistrutta dal terremoto. Il cuore degli abruzzesi ferito. La storia affettiva di centinaia di famiglie schiacciata dalle macerie. Il susseguirsi, poi, di interventi di commissioni, di consulenti, di esperti per ricostruire la città. Ma il cuore di coloro che hanno perduto i propri cari, che hanno osservato a distanza di sicurezza le macerie delle proprie case e dei propri negozi, è ancora oggi assai straziato. Il dolore, se non è mitigato dalla fede e dalla solidarietà, diviene insostenibile. Al dolore, soprattutto, non deve aggiungersi il silenzio, le non risposte delle diverse realtà sociali».

«Noi tutti – continua la dottoressa Tabacco – siamo vicini ai parenti delle vittime, siamo ora con quelli che hanno atteso le risposte dello Stato, ‘erogatore’, per così dire, di giustizia. Un’attesa, dopo il verdetto dei giudici di Appello dell’Aquila, rimasta, a mio parere, vana e umiliata. Purtroppo in un pesante clima di silenzio assordante. Silenzio che nel rispetto delle pronunce giurisdizionali mi desta ora sgomento come cittadina e come donna vicina alle problematiche sociali e giuridiche del quotidiano. Mi chiedo: quale risposta si può dare alle mamme che hanno salutato i figliuoli in partenza per l’Università o per il lavoro verso L’Aquila la sera prima del Sisma? Alle mamme che hanno dovuto assistere alla sepoltura dei propri figli? La sentenza recente risponde che vi sia un solo colpevole, una persona originaria dell’Abruzzo. A me sembra troppo poco per lo strazio di una città e di una Regione intera. Io sono con le donne; con le donne di ogni età e di ogni condizione sociale».

La Tabacco, poi, sottolinea la sua materna vicinanza a tutti i volti di donna, appunto, devastati da una calamità naturale che è detta implacabile, inenarrabile e inannunciabile. «Vorrei idealmente abbracciare – si legge ancora nell’epistola – tutte le madri, le spose, le giovani virtuose che sono state colpite nei loro affetti dal Terremoto. Insieme, mano nella mano, dobbiamo impegnarci, perché l’alba della speranza torni presto a risorgere». Solo parole, certo. Ma sono proprio le parole, spesse volte, ad avvalorare una tesi e a scalfirne un’altra. Sono rami che prendono vita dai pensieri, germogliati dai perché. «Spero, con questa lettera, di far sentire la vicinanza della preghiera, della fede e del sociale ad una città che, giorno dopo giorno, vede fallita la sua voglia di rivincita sul futuro».

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