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Mediatori culturali, Gamal: «Professione nel caos»

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«La figura del mediatore culturale è cruciale e strategica per il processo d’integrazione degli stranieri in città, nel quale non ha creduto davvero nessuno (le istituzioni non hanno mai dato un quadro normativo di leggi omogenee) malgrado l’imponenza di tale professione all’interno delle scuole, negli ospedali, nei centri di accoglienza, nei tribunali, nelle questure, nei carceri. Eppure, ad oggi, hanno un Albo né sono inseriti nel contratto collettivo nazionale, lavorano in condizioni spesso precarie, senza tutele né prospettive. Difficile sapere con precisione quanti siano: le stime del Viminale parlano di almeno 8.000, di cui circa il 70% donne, in tutta Italia. L’Aquila non sfugge a questa dura e amara realtà». Il consigliere straniero al Comune dell’Aquila Gamal Bouchaib commenta così, attraverso una nota, «la condizione di tanti mediatori culturali in città, con un ottimo curriculum».

«Nonostante – aggiunge Gamal – la legge numero 40, la Turco-Napolitano, prevedesse già nel 1998 che “[i]le istituzioni possono avvalersi di mediatori qualificati con permesso di soggiorno non inferiore a due anni[/i]”. Il regolamento del Testo Unico per l’Immigrazione assegnò poi agli enti locali il compito di gestirne le modalità di impiego e nel 2011 la professione del mediatore fu classificata dall’Istat come “[i]tecnico del reinserimento e integrazione sociale[/i]”, ma ad oggi non vi sono certezze per i mediatori, quasi sempre assunti con contratti a tempo o come lavoratori autonomi. In più, i (pochi) soldi sono impiegati per iniziative saltuarie e isolate e spesso il rischio è la scelta di mediatori culturali dagli amici o dai parenti o conoscenti stranieri che non hanno nessuna esperienza o titolo in materia e questo fa germogliare il rischio di perdere professionalità e di andare verso una figura che ha nella traduzione la sua principale funzione».

«Aprirò un dibattito, anche nelle commissioni, al Comune su questo fronte – conclude Gamal – perchè trovo incomprensibile che tanti progetti fatti in città colgono l’occasione non di investire su mediatori culturali della città che hanno titoli professionali e hanno lavorato per anni nelle amministrazioni pubbliche, nelle scuole aquilane, nei carceri o negli ospedali, ma su una rete lontana alla città e alla professionalità».

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