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Filo Diretto con il presidente della regione

Caro Presidente,

i nostri fraterni rapporti mi spingerebbero a rivolgermi a te con maggiore affetto, ma, date le circostanze, cerchiamo di osservare le più elementari regole della formalità, non per frapporre distanze tra di noi, solamente per evitare che il dialogo possa essere esteso anche alla pubblica opinione.

Gli ambienti regionali non ti sono nuovi. Hai già calcato queste scene negli anni passati. Questa volta, però, ti trovi in una posizione alquanto scomoda, soprattutto perché hai davanti a te uno scenario di dissennate scelte operate dai tuoi predecessori che, necessariamente, dovrai vagliare e cercare di risolvere nella maniera migliore, possibilmente in forma indolore per le tasche dei contribuenti abruzzesi.

Ti vedo, anche se con proporzioni decisamente diverse, nelle stesse condizioni del tuo collega riformista, attualmente Presidente del Consiglio, con alcuni necessari distinguo. In questo momento Renzi appare come il toro nell’arena. Vede tutto rosso. Tutto da rovesciare.

La Costituzione Italiana, l’inespugnabile maniero della Giustizia, l’attuale assetto tributario, la struttura politica del Parlamento, il ridimensionamento dell’enorme impalcato della pubblica amministrazione, il contenimento della spesa pubblica, la riforma del lavoro e, da ultimo, le strategie da adottare per una possibile ripresa dell’economia nazionale. Ha dimenticato, forse ha voluto ignorare, oppure ha evitato di mettere le mani sulla prioritaria e indifferibile “rivoluzione culturale”, allo scopo di estirpare i tumori e le crescenti metastasi che condizionano, frenano e arrestano, l’attività e la produttività mentale e progettuale di quella parte residuale del vecchio partito. Infatti, guarda caso, Renzi l’opposizione ad oltranza la tiene proprio in casa e non già in Parlamento.

Allora, chi non vuole il processo di riforma?
Nel recente passato il centrodestra ha tentato di mettere in campo qualche progetto di riforma, categoricamente osteggiato dal centrosinistra. Oggi è la volta del riformista centrosinistra Renziano. Ad effettuare uno spasmodico e ingiustificato ostruzionismo non sono le destre, ma lo zoccolo duro della sinistra storica. Quella sinistra che ha sempre predicato di voler il bene, il progresso del Paese, dei lavoratori e dei cittadini. Al tempo di oggi succede anche questo. Se il Presidente Renzi vuole portare a termine qualche riforma, sarà bene che metta prima le mani in una vera e propria rivoluzione culturale nel proprio centro di potere politico. Gli esempi a cui ispirarsi esistono, basterebbe solo copiarli, come la riforma culturale di Mao.

Tutto questo discorso non è vano, come qualcuno potrebbe pensare. Infatti, il Presidente della Regione, o Governatore come meglio preferisce, dovrebbe cominciare con il riformare, se gli è possibile, la mentalità dei Consiglieri regionali, portandoli alla convinzione che il territorio regionale è costituito da oltre diecimila chilometri quadrati e non dalla sola striscia di terreno confinante con l’Adriatico. Lo sguardo, le attenzioni, le analisi, le tesi, le sintesi delle innumerevoli problematiche che affliggono la nostra Regione vanno osservate con sguardo panoramico, possibilmente a trecentosessanta gradi. Solamente con queste premesse riusciremo a trovare le vie più indicate, razionali e idonee per uscire fuori dal movimento franoso politico e amministrativo che ci sta trascinando sempre di più verso il sud.

La Regione deve ritrovare il ruolo istituzionale per il quale è stata istituita. Deve programmare, regolamentare e controllare la perfetta esecuzione dei progetti programmatici. Non si deve perdere nei rivoli e nei meandri della gestione delle opere, qualunque esse siano, coinvolgendo nella realizzazione delle stesse anche gli altri Enti Locali, ai quali restituirebbe ruolo, funzione e dignità amministrativa.

Una prima, anche se inefficace, scrematura il Presidente D’Alfonso ha iniziato a darla con una piccola compressione dell’apparato burocratico della dirigenza regionale. È poca cosa. Costituisce, però, un buon segnale, al quale dovrebbe far seguito una precisa analisi del comparto dirigenziale abruzzese. Ci sono dirigenti in evidente e palpabile esubero. Centodieci dirigenti, forse qualcuno in più, per un organico complessivo attestato sui duemila dipendenti e per un milione e trecentomila abitanti. Una proporzione che offre una idea valutabile da tutti: un dirigente per ogni diciotto dipendenti; un dirigente per ogni dodici mila abitanti circa.

Sono proporzioni che non reggono. Occorrerebbe tagliare con la mannaia per ottenere sensibili economie di gestione.

Questo proliferare di dirigenti, alcuni dei quali nominati per evidenti scelte di natura clientelare, ha determinato l’adozione di scelte degli investimenti pubblici a dir poco cervellotici. L’esempio lampante lo abbiamo avuto proprio in questi giorni in cui la Regione ha deciso di investire due milioni e cinquecentomila euro sull’autoporto di Roseto e su quello di Castellalto, guarda caso, mai entrati in esercizio.

Verrebbe spontaneo domandarsi, ma chi ha operato queste scelte dissennate? Questo è un preciso compito che spetta a D’Alfonso. Come pure spetta al Presidente della Regione, nell’esercizio delle sue funzioni, accertare chi abbia proposto di spendere altri duemilioni e mezzo di euro su strutture decrepite e con quale finalità, con quale risultato finale, con quali scopi occupazionali? Allora, prima che vengano buttate al vento preziose risorse economiche, siano esse nazionali che comunitarie, sarebbe bene che D’Alfonso esaminasse attentamente lo scopo e l’utilità dell’investimento ai fini della utilizzazione delle strutture, del ritorno economico che le stesse potranno dare anche ai fini occupazionali. Dopo di che ci sarebbe un solo provvedimento da adottare: la revoca del finanziamento senza una specifica destinazione.

A tal proposito al cittadino abruzzese viene spontaneo domandarsi: ma quante strutture intermodali esistono in Abruzzo? Cinque, sei, dieci? Quante saranno mai? Per nostra cognizione, sembrerebbero cinque, di cui due nel teramano, una nell’aquilano, una nel pescarese e una nel chietino. Qualche altra, però, potrebbe essere occultata sotto falsa denominazione. A D’Alfonso il compito della precisa individuazione e destinazione per l’adozione dei provvedimenti risolutori. Comunque, tanto per agevolare il lavoro del Presidente, vorrei fornire qualche utile indicazione. Le due strutture teramane versano in condizioni di precario abbandono. Quella di Castellalto è stata utilizzata ultimamente dalla Protezione Civile, ma senza alcun segno di manutenzione. Quella di Roseto, almeno per la parte viabile, è stata inglobata nella pista ciclabile adriatica.

Non si giustifica, quindi, un ulteriore investimento così cospicuo senza una precisa destinazione finale. Il Centro Smistamento Merci della Marsica è stato il primo a nascere in Abruzzo, ma non ha potuto mai entrare in esercizio, perché si doveva dare a tutti i costi la precedenza politica a quello di San Valentino Scafa, nato da una costola e da una totale clonazione del progetto della Provincia dell’Aquila. Oltretutto è stato insediato in una zona sottoposta a stretto vincolo idrogeologico imposto dalla Regione e, guarda caso, proprio la Regione ha successivamente espresso una favorevole Valutazione di Impatto Ambientale, in contrapposizione alla normativa dalla stessa emanata.

In tutto questo marasma di dissipazione di risorse pubbliche, dovute a quella ragione che D’Alfonso dovrebbe combattere per l’abolizione delle scelte dissennate, l’unica struttura che avrebbe le carte in regola è solamente quella della Marsica che, oltretutto, si trova nella posizione strategica baricentrica del Paese, all’interno del quadrilatero aeroportuale e portuale di Roma. Ancona, Pescara – Ortona e Napoli. Questo è un altro urgente dilemma che D’Alfonso dovrebbe cercare di risolvere con la massima urgenza, perché le risorse economiche, oggi, hanno una buona tracciabilità e, perciò, tutti sapranno domani dove sono andati a finire i finanziamenti per le virtuali strutture intermodali del teramano.

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