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Donne Avezzano Rugby, oltre le gambe c’è di più

di Gioia Chiostri

La palla ovale di Avezzano vanta già da due anni custodi femminili di tutto rispetto. Una sorta di vestali [i]post litteram[/i] di uno sport di testa intrecciata al cuore, come il Rugby. Per raccontare una storia bastano poche gocce ben calibrate del Dna più avventuroso. Si mescola ad esso un poco di coraggio, una punta di arrivismo – giusto per rendere la salita più promettente – e si soffia il tutto fra le ali del vento natio. Cosicché tutto il territorio profumi di noi e dei nostri pionieristici progetti. L’Avezzano Rugby, entità sportiva marsicana in vita dal lontano ’77, ha – per dirla con una metafora biblicheggiante, conosciuto due anni fa la sua costola femminile. Caparbie, belle, sorridenti, determinate: sono dodici e rappresentano da circa due anni l’altro volto del Rugby avezzanese, quello che di sabato sera indossa i tacchi a spillo e che sul campo di battaglia verde prato porta qualcosa in più, oltre alle gambe.

{{*ExtraImg_214404_ArtImgRight_300x192_}}Per raccontare una storia, dicevamo, basta una goccia di Dna che ha tagliato i ponti col passato. E col pregiudizio, soprattutto. Non tutte le donne si avvicinano spontaneamente ad uno sport, giudicato dal luogo comune come ‘pericoloso’ e ‘maschile’. Ma loro, le ragazze dell’Avezzano Rugby, hanno dato in pasto alla massa i fatti. Ed ora, reduci da un Campionato appena affrontato fatto di sconfitte, vittorie e novità – visto che la squadra è nata due anni fa soltanto, per l’esattezza – si preparano a incorniciare un nuovo anno con la grinta e testardaggine di sempre.

«Questa bellissima realtà – spiega il capitano della squadra, Giorgia Novelli, originaria di Civitella Roveto – è in attività dal dicembre del 2011 ed ora, contro tutte le aspettative, si sta preparando per il secondo anno di fila alla sfida della Coppa Italia. Il Campionato inizierà a fine ottobre e per noi è già una grande conquista poter dire di avere alle spalle un anno di esperienza. Speriamo di fare meglio, ovviamente, e di farci valere di più. Io, personalmente, mi sono avvicinata al mondo del Rugby quando vidi per la prima volta in TV una partita in cui giocava la Femminile della Nuova Zelanda. Successivamente ho seguito con invidia i progressi di mio cugino, di soli 13 anni, che praticava questo sport. La passione vera e propria, però, è esplosa quando il mio professore di matematica, socio dell’Avezzano Rugby, mi ha proposto di formare una compagine femminile, prima non esistente. Coincidenza volle che anche un’altra ragazza, Alinda Hummel, contemporaneamente, si stava avvicinando per altre vie a questo sport. Vedemmo, allora, all’orizzonte la possibilità di dar vita a qualcosa di splendido ed energico».

{{*ExtraImg_214405_ArtImgRight_300x192_}}Il primo ostacolo fu la mancanza di donne nella piazza della palla ovale. Molte curiosità di fondo, ma poca concretezza. «All’inizio – racconta Giorgia – cominciammo con quattro ragazze, una vera miseria. Poi, a lungo andare, diventammo un gruppo di 26 persone. Ed è lì, però, che è incominciato il dramma. Il Rugby è uno sport molto complicato: pretende da te sacrificio, passione, volontà e tenacia. In questo senso, posso dire che non sia uno sport per tutti, ma senza dubbio è uno sport per le donne, di qualsiasi costituzione siano. Dopo qualche mese la nostra squadra ha cominciato a perdere elementi e siamo rimaste in nove. Oggi siamo dodici per via dell’entrata in gruppo di nuove leve».

Ad oggi, l’Avezzano Rugby Femminile, è entrato nel cuore sportivo di Valentina Tabacco, Benedetta Novelli, – la sorella del leader -, Alba Iacutone, Giulia Colizza, Mariavittoria Morelli, Samantha Gasbarrini, Simona Rocchi, Diana Marcela Di Leonardo, Chiara Barile, Andrea Gentile, Maria Caroselli e Giorgia Ranalli.

«E’ uno sport che può praticare qualsiasi donna – dicono all’unisono le ragazze – basta avere una predisposizione per lo sport, tutto qua. Tant’è che noi proveniamo tutte da altre esperienze sportive. Quest’anno abbiamo affrontato per la prima volta la Coppa Italia: un’esperienza molto formativa. Abbiamo giocato la metà dei Tornei e siamo arrivate terzultime: una buona prova».

{{*ExtraImg_214406_ArtImgRight_300x192_}}Il preparatore atletico/coach, Arnaldo Colapietro, allenatore delle donne da un solo mese e mezzo circa, così commenta la sua nuova energia vitale da plasmare: «Il Rugby è uno sport difficile. Io provengo proprio dall’Avezzano Rugby maschile, in vita ormai da tantissimi anni, quindi per me questo è un ‘rientro a casa’. Bisogna avere una condizione mentale particolare e saper far fronte al sacrificio. Le mie ragazze le vedo bene, se continuano così c’è il bellissimo ‘rischio’ che vincano tutto. Allenare le donne è stata per me una grandissima novità, nonché molto formativa per entrambe le parti. Loro rispondono bene, con molto entusiasmo. Adesso siamo in fase di preparazione: devo dire che di campo ne stanno facendo poco, ma lo intensificheremo presto. Per quanto riguarda gli allenamenti, vengono praticati tre volte a settimana per il momento. Diamo priorità alla preparazione atletica».

Diverse ma unite dal cordone rosso dell’intraprendenza, le storie delle ragazze che, dal nulla praticamente, due anni fa, hanno deciso di mettere in piedi la squadra.

{{*ExtraImg_214407_ArtImgRight_300x192_}}Samantha Gasbarrini proviene dalla danza caraibica, ma andando in classe con Giorgia, il capitano, dice di essere stata «letteralmente risucchiata da questo minimondo». Stessa esperienza per Alba, che tramite un’altra ragazza, Giulia Colizza, la rossa, ha cominciato ad avvicinarsi a questo sport. «Tra l’altro – dice ridendo – tutto è partito da una fasciatura al suo braccio. Incontrandola per caso a L’Aquila e parlando con lei, sono stata risucchiata anch’io». Molte le ragazze che hanno cominciato a cibarsi di Rugby tramite l’esperienza dei fratelli, come quella di Alinda, anche arbitro di calcio, per giunta. «Il Rugby – dicono – ci ha insegnato ad andare in fondo alle nostre idee. Se una cosa la vuoi, la ottieni, basta crederci e dar fondo a tutte le energie. E’ una realtà che insegna tantissimo, a livello di valori». Fra le ragazze sportive, anche una mamma giovanissima, entrata nella squadra da pochissimo, ossia dal giorno di Ferragosto assieme ad un’altra nuova leva, che di nome fa Maria.

La competizione, tipicamente femminile, non entra fra le mura ariose del campo di Rugby d’Avezzano. «Qui si lotta per la squadra – afferma il coach – anche perché io sono stato il primo ad autonominarmi arbitro dei loro litigi. Anzi: a loro è stato proprio vietato il litigio, e se s’accende, deve essere tutto riferito a me. Ed essere l’intermediario fra i loro capricci e fraintendimenti è una cosa che pretendo. La squadra, se sfaldata dall’interno, perde l’autonomia e la forza. Bisogna essere un solo corpo ed una sola anima: questa è la vera linfa del Rugby, lottare assieme per un solo scopo».

{{*ExtraImg_214408_ArtImgRight_300x198_}}Nel quartier generale dell’Avezzano Rugby, si allena ovviamente anche la squadra maschile, di più assaporata storia. «Non giochiamo mai assieme a loro: la disparità di forza e fisico è troppo alta. Però tra di noi c’è molto rispetto, questo sì. Siamo molto amici».

Squadra in campo e anche nella vita di tutti i giorni? «Ci stiamo lavorando – risponde Giorgia – facciamo molte cene di gruppo, usciamo assieme, ma la strada per il giusto feeling è lunga».

I pronostici delle ragazze si potrebbero riassumere in due obiettivi di fondo: battere il Sambuceto e arrivare almeno quinte. Un primo scopo da raggiungere molto particolare. «Quando abbiamo iniziato – raccontano – il Sambuceto è stata la prima squadra che abbiamo incontrato, in un’amichevole e ci ha letteralmente battezzato. Al secondo incontro, ce la siamo cavata, soprattutto sulle mischie, anche se il fiato ha tenuto poco».

Il punto forte della squadra in gioco è la mischia. I ruoli, invece, sottolinea il nuovo allenatore, vanno ridefiniti, «anche perché il loro è un Rugby a sette, molto veloce, quindi. I ruoli vanno rivisti perché una volta ben allenate, scambiando alcune posizioni, potrebbero dare molto di più».

{{*ExtraImg_214409_ArtImgRight_300x286_}}Quanto tempo della vita prende uno sport come il Rugby? «Tanto – rispondono – e conciliare gli allenamenti con lo studio è molto difficile. Alcune di noi hanno studiato per la maturità sul campo da Rugby stesso, una bella sfida». Tra l’altro, il capitano ha anche portato come argomento del percorso d’esame finale proprio il Rugby. Quando si dice la passione.

I valori fondamentali che lo sport della palla ovale insegna sono due: il rispetto e la squadra. La Nuova Zelanda del Rugby a 15 sembra essere, ovviamente assieme alla squadra di casa, l’Italia, la loro compagine modello. L’aquilano Sergio Parisse, invece, pare essere stato nominato l’atleta tipo. «Per i miei 18 anni – confessa Benedetta – vorrei avere da lui gli auguri. Magari questo sogno si avverasse! Vorrei anche averlo alla mia festa di compleanno, ma forse chiedo troppo».

{{*ExtraImg_214410_ArtImgRight_300x402_}}Molte donne, nonostante la parità di trattamento che qui si respira, guardano sottecchi una carriera nel mondo del Rugby. Come mai? «C’è ignoranza di fondo – spiegano – fondamentalmente il Rugby a sette è anche meno ‘rischioso’ del Rugby a 15. Molte ragazze pensano che sia uno sport prettamente maschile, dotato anche di una buona dose di cattiveria. Tutto il contrario ovviamente: la prima volta che abbiamo fatto propaganda, siamo stati al Centro Commerciale I Marsi. La scusa antirugby più frequente che ci siamo sentite dire dalle ragazze che passavano di fronte il nostro banchetto informativo, magari anche incuriosite, era questa: ‘ma io sono magra!’. E invece noi abbiamo anche una buona parte di atlete non schiettamente robuste».

Il capitano della squadra, nominata quasi all’unanimità, dice di sentire la responsabilità del suo ruolo, soprattutto «quando in campo le tue compagne d’avventura, magari, mostrano un po’ di ansia e paura. Il leader non deve farlo vedere mai: deve essere un po’ il fulcro della macchina da guerra». Il Capitano, inoltre, ha il ruolo di pilone destro, Valentina è il pilone sinistro, Alba e Giulia sono le tallonatrici, – facenti parte di una prima linea molto intercambiabile – Benedetta ha il ruolo di mediano, Simona ala, Samantha ala e per il resto tutte tre quarti (centro, esterno e ala).

{{*ExtraImg_214411_ArtImgRight_300x190_}}Le ragazze puntano a raggiungere un numero di atlete tali da poter fare il passo successivo, ossia allenarsi per il Rugby a 15. «Sono belli tutti gli sport – afferma Alba – ma in una squadra di Rugby si respira un’aria diversa, di complicità. Adesso siamo pronte per la Coppa Italia, ci proviamo di nuovo».

Incontriamo anche il vecchio allenatore, Valter Amicucci. Alla nostra domanda su come mai la sconfitta del Sambuceto stia così a cuore alle ragazze, ride divertito. «E’ l’unica squadra abruzzese che gioca e ci ha battezzato in piena regola. Noi puntiamo ad arrivare quinti quest’anno e a raggruppare quante più energie femminili possibili. E’ un obiettivo ambizioso, staremo a vedere. Io ho seguito le ragazze per tutto il Campionato dello scorso anno, possono farcela perché hanno coraggio e volontà».

{{*ExtraImg_214412_ArtImgCenter_500x320_}}Il rugby femminile conta, ad oggi, una buona dose di partecipazione di pubblico. Le partite vengono seguite sempre di più, le atlete riconosciute – colpa o fortuna il ‘vippaggio’ mediatico che non lesina volti e facce – ma sono poche le ragazze marsicane che scelgono di intraprendere la vita da rugbista. Troppo sacrificio e, forse, il pregiudizio incontrastato della progressiva perdita di femminilità. Il capitano dell’Avezzano Rugby femminile, dal canto suo, conclude: «Tutte sciocchezze. Nel Rugby la stella polare è il rispetto. E poi: vuoi mettere un quadricipite ben formato con una gamba a tubo? Non c’è proprio gara che tenga!».

{{*ExtraImg_214414_ArtImgCenter_500x320_}}

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