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Cala il sipario sulla Perdonanza

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Con la chiusura della Porta Santa della basilica di Collemaggio cala il sipario sulla 720esima edizione della Perdonanza Celestiniana, l’ultima prima del riconoscimento, da parte dell’Unesco, come patrimonio immateriale dell’Umanità.

Dopo la santa messa e il rito di chiusura della porta, il tradizionale corteo di rientro della Bolla di Celestino V.

In occasione della messa di chiusura della Perdonanza, l’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi ha ricordato ai fedeli che «per “entrare” effettivamente nell’evento-Perdonanza, occorre viverla con lo spirito di papa Celestino, che ce l’ha donata. Solo così “diventiamo” ciò che, nel rito, facciamo». Di seguito il testo completo dell’omelia.

L’OMELIA DELL’ARCIVESCOVO PETROCCHI

«Non basta lasciarsi coinvolgere dalla celebrazione della Perdonanza come rievocazione storica o come suggestiva coreografia; neppure risulta sufficiente la partecipazione esteriore e puramente rituale ad una tradizione secolare. Per “entrare” effettivamente nell’evento-Perdonanza, occorre viverla con lo spirito di papa Celestino, che ce l’ha donata. Solo così “diventiamo” ciò che, nel rito, facciamo. Per sintonizzare la nostra anima su questa impegnativa “frequenza”, ecclesiale ed umana, occorre lasciarsi afferrare dallo Spirito e farsi condurre da Lui in un liberante cammino di conversione. In questo orizzonte spirituale e sociale, risuona forte e commovente l’appassionata esortazione che ci ha rivolto san Paolo: “[i]noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio[/i]”.

L’Apostolo delle genti ci offre pure la ragione di questo suo accorato appello, usando parole di fuoco, che fanno trasalire l’anima: “[i]Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio[/i]” (2 Cor 5, 20-21). Abbiamo la certezza, perciò, che nella misura in cui corrisponderemo a questo Amore – così grande da farci venire le vertigini – saremo affrancati dal male e trasformati in “nuove creature”. Ecco perché san Paolo conclude “[i]le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove[/i]” (2 Cor 5, 17-21).

Il segno dell’avvenuto passaggio in questa condizione di “novità” è lasciare le vesti logore e vecchie del risentimento e delle inimicizie, per indossare la tunica candida dei figli di Dio. Come vorrei che gli angeli della misericordia, sotto lo sguardo gioioso di papa Celestino, facessero grandi falò e bruciassero le discordie e le divisioni che hanno avvelenato il nostro cuore e lacerato le nostre relazioni con gli altri!

Per aprirsi al dono della Perdonanza si deve anzitutto accogliere la luce del Vangelo, che ci consente di essere illuminati dalla Verità: su Dio, su noi stessi e sugli altri. Va, perciò, neutralizzata la grande mistificazione culturale – infiltrata in larghi strati della nostra epoca – che induce tanti a formulare giudizi etici alterati, per cui il bene viene scambiato per male e il male spacciato per bene. Alla base di tale visione relativistica e deviata c’è l’idea di un Dio che, come un padrone in concorrenza con l’uomo, transenna la nostra libertà, per impedirci di diventare noi stessi. Questa mentalità distorta spinge a ritenere che l’unica via per conquistare la nostra autonomia passi attraverso un atto di insubordinazione nei confronti di Dio, per cui appare necessario sfrattarLo dalla nostra esistenza per diventare autori esclusivi di noi stessi. Tale falsa ideologia, se viene applicata, conduce alla morte della dignità umana e pone una micidiale ipoteca sul futuro del mondo. Il Signore, infatti, non è un despota che ha interesse a tenerci soggiogati, ma un Padre pieno di amore, premuroso e provvidente, che ci vuole pienamente realizzati: cioè, capaci di essere amati, di amarci e di amare. Non è Lui a dipendere da noi, ma noi abbiamo bisogno di Lui: il Signore, infatti, nulla ci toglie e tutto vuole donarci, perché ha a cuore la nostra felicità. Per questo pone sulla nostra strada cartelli indicatori (i suoi comandamenti) per aiutarci a percorrere le vie della verità e del bene, evitando i sentieri bugiardi che ci impantanano nell’errore. Oggi più che mai è urgente ribadire che per apprezzare la misericordia di Dio, bisogna avere chiaro il senso del peccato, così come per comprendere l’importanza di una medicina occorre conoscere la gravità della malattia che cura. Nella prospettiva biblica, come anche alla luce di una corretta razionalità, il peccato non è la conquista di un bene ingiustamente vietato, ma è un comportamento proibito perché ci porta al male. E il male, quando è fatto, fa star male. Di conseguenza, disobbedire a Dio diventa, per noi, un comportamento auto-lesivo, che oscura la nostra mente e avvelena il nostro cuore. Inoltre, un evento negativo, che degrada la nostra esistenza, non resta mai confinato solo nel perimetro della nostra interiorità, ma viene “esportato” e messo in circolazione nei reticoli interpersonali con cui siamo connessi. L’ “ombra” spirituale e psicologica – come insegnano anche le scienze umane – viene proiettata sugli altri: ecco perché chi si comporta in modo sbagliato, subisce e provoca disagio; soffre e fa soffrire. L’uomo che rigetta Dio, dunque, fa pagare il costo dei suoi errori anche agli altri, poiché è portato ad accreditare sul conto del prossimo o degli eventi sfortunati la responsabilità delle proprie mancanze: invece di battersi il petto, sta sempre con il dito puntato. Facendo così, si chiude alla misericordia: infatti, non ritenendosi colpevole, non chiede il perdono e neppure lo dà.

Ciò che aggrava la situazione è il fatto che quanti vagano nel terreno arido e contaminato del male spesso non riescono a risalire il flusso del loro malessere e a individuarne la fonte, che risiede in un atteggiamento etico sfasato. Tale mancata verifica potenzia il cerchio vizioso dell’errore, per cui uno sta male perché sbaglia e sbaglia perché sta male. Se non c’è conversione, ci si avvita inevitabilmente su se stessi e si sprofonda nelle sabbie mobili della propria ostinazione.

Per apprendere la virtù del perdonare, bisogna imparare prima l’arte di farsi perdonare e di perdonarsi. Va sottolineato che perdonare non è alzare bandiera bianca di fronte al prepotente; né significa indietreggiare o cedere di fronte all’offensiva del violento. Chi esercita il perdono deve saper reagire con fermezza e coraggio, ponendo le premesse per la vittoria del bene: infatti, il perdono blocca la spirale perversa dell’odio, anche perché innalza uno sbarramento etico, che impedisce al rancore di straripare e di inondare rovinosamente la personalità, nostra e altrui. Inoltre, il perdono rafforza le condizioni positive per operare saggiamente e con esiti favorevoli per tutti: come è noto, infatti,chi fa il bene, sta bene e fa star bene. Dunque, sono beati non solo quelli che vivono santamente, ma sono da ritenersi fortunati pure i compagni di viaggio di tutte le persone buone.

Alla luce di queste considerazioni, Erodiade, di cui ci parla il Vangelo di Marco – rappresenta una figura-simbolo dell’anti-perdono. Dimostra, infatti, una chiusura ermetica ed irritata al richiamo della grazia, che ha bussato alle porte del suo cuore attraverso la voce severa, ma fraterna, di Giovanni il Battista. La sua spietata inimicizia nei confronti di questo scomodo profeta supera di gran lunga l’atteggiamento repressivo del suo compagno, Erode Antipa che – come afferma il Vangelo -, pur avendolo messo in prigione, “[i]temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri[/i]” (Mc 6,20). In lei non trova posto il minimo segno di autocritica e di compassione: c’è solo una lucida volontà di morte, che attende l’occasione opportuna per scatenarsi. E l’ora della vendetta arriva, in modo imprevisto, durante una festa di compleanno. Erodiade, con implacabile astuzia, la coglie immediatamente, utilizzando la figlia Salomè, che gioca la carta dell’eros nei confronti di un uomo sensuale ed ebbro. Ma va detto che la vera vittima del suo odio cieco e furibondo è proprio lei, Erodiade. Uccidendo Giovanni il Battista, si dà spiritualmente la morte (che è rifiuto dell’amore, accolto e donato), perché, essendosi chiusa al richiamo della conversione, si è barricata nel suo peccato e si lascia prendere dal laccio soffocante del male.

Carissime sorelle e fratelli, dobbiamo vigilare perché venga sradicato – anche dagli angoli più oscuri della nostra anima – la “sindrome di Erodiade”. Patologia, questa, che cova in ciascuno di noi e rischia di sopraffarci, anche se in proporzioni minori e meglio mimetizzate rispetto a quelle visibili in questa sovrana perversa. L’apostolo Giovanni, senza adottare anestetici verbali, afferma, con una franchezza quasi brusca, che chi odia il proprio fratello è nelle “tenebre” ed è “omicida” (cfr. 1 Gv 2, 11; 3,15). Nel fare questa dichiarazione, non stabilisce una “soglia critica” dell’odio o una misura (tanto o poco!), oltre la quale – davanti a Dio – si va sotto processo per omicidio. E neppure precisa che, per meritare questa condanna, deve trattarsi di un “odio nutrito senza ragione”. Basta odiare, per far scattare questa sentenza evangelica. Gli antichi dicevano che la sorte di chi perde la vita in mare non cambia molto se l’annegamento avviene in due metri d’acqua o in duecento. D’altra parte, anche nel linguaggio comune si parla di ferire il prossimo con i pettegolezzi, di danneggiarlo con frasi mordaci, di colpirlo con atteggiamenti lesivi e ingiusti. Lo sappiamo bene: ci sono tanti modi di “uccidere”, così come ci sono tanti modi di “vivere” e di “morire”!

Non dobbiamo mai sentirci immuni dal rischio di contrarre questa malattia dell’anima, perciò siamo tenuti a monitorare accuratamente il nostro cuore, sapendo che solo con l’aiuto della grazia, e una perseverante fatica, possiamo evitare di essere contagiati da questo virus devastante o guarire se ci avesse attaccato.

Non si tratta certamente di una operazione scontata e a basso costo. Anzi, sarebbe una scelta impossibile da attuare se la forza che viene da Dio non agisse con potenza dentro e fra di noi. Ci consolano le espressioni del profeta Geremia, rivolte a ciascuno di noi: “[i]ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti[/i]” (Ger 1,19). I nemici di cui parla il brano biblico non sono solo quelli “esterni”, che si muovono nel mondo intorno a noi, ma anche quelli “interiori”, che si nascondono nelle oscurità della nostra anima. Bisogna imparare a riconoscerli e fronteggiarli, senza spaventarsi alla loro vista, perché lo Spirito di Dio ci rende come una “fortezza inespugnabile”, se a Lui ci affidiamo (cfr. Ger 1, 17). Chi vive l’amore che perdona, va fiducioso incontro al “santo combattimento” – dentro e fuori di lui – poiché sa di vincere la battaglia, essendo sostenuto dall’aiuto di Dio.

Papa Celestino – e, come Lui, tutti coloro che sono sinceri discepoli del Signore – testimonia che questa impresa può essere vissuta fino in fondo, accogliendo Colui che è Verità, Via e Vita (cfr. Gv 14,4). Proprio lui, Pietro da Morrone, ci aspetta presso la Porta Santa della Perdonanza e ci esorta a varcarla con gioia. E se stasera siamo qua, è perché abbiamo creduto a questo invito e, alla scuola di Maria, vogliamo ripetere il nostro “sì” al Signore, nella consapevolezza che nulla è impossibile a Dio (cfr. Lc 1,37). Ci aiuti l’umile Vergine di Nazaret a percorrere con costanza le vie del perdono, sapendo che, ogni passo in avanti, spalanca davanti ai nostri occhi l’orizzonte stupendo della misericordia del Signore e ci rende capaci di essere, a nostra volta, strumenti vivi di riconciliazione e di pace. Amen!».

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