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Più bella prima

di Raffaella De Nicola

I colori escono fuori come un lampo. Sono tornati dal passato, secoli ne hanno tanti, studi sono in corso, lo squarcio, la ferita, li mostra nella loro ritrovata verginità, coperti come erano in questa storia estenuante di crolli e ricostruzioni.

Siamo in via Sassa, Chiesa di San Giuseppe Artigiano, prima San Giuseppe dei Minimi e ancora più in là nel tempo San Biagio. Gli altari recuperati con la pietra più bella che abbiamo, quella di Vigliano. Sopra, le tele contemporanee con mani inquietanti che escono da ovunque e giù in fondo, a destra, gli affreschi che snodano un racconto, presumibilmente da cielo a terra, dietro la muratura. Un vescovo. Un martire. Il sangue che sgorga. Il sicario con scarpe nere di particolare fattura. Il santo decollato e lì, vicino, due figure inginocchiate pregano. Visi popolari, storie comuni che si miscellano all’agiografia, una città che si coagula nei quarti e impreziosisce i suoi simulacri perché possa rimanere la bellezza e fissare i canoni identitari di una comunità, esprimere potere: di lato il monumento funebre di Camponeschi.

Li andavo a vedere e rivedere da bambina quel cavallo, Lalle, Ludovico, i lobi, l’urna, il punto di intersezione nella scultura aquilana fra Medioevo e Rinascimento, una storia che continua se ancora la si racconta. E lì, vicino, la Madonna riemersa con il Bambino sullo sfondo della bella scenografia di rosoni e torri da cui si affacciano delicati angeli.

Si ricongiunge a noi, questa bellezza: l’aquila federiciana, ora siamo a Collemaggio XIII e XIV secolo, la coda sfrangiata, le zampe robuste e aperte nella mattonella in terracotta del tetto, il cherubino scolpito con i capelli a spirale. Macerie e vita che si mescolano, elementi che risalgono dal tempo, il satiro del II secolo d.C. ricollegabile, sembra, alla bocca di una fontana pubblica riemerso dalla Prefettura.

In via Garibaldi, a palazzo Antinori, impastato nei muri, come materiale di reimpiego, e nascosto al tempo, è emerso il busto del guerriero, forse medievale, dalle braccia arcuate mentre dalla foresta intricata di travi metalliche che sostengono l’antica chiesa di Santa Maria Paganica, insieme a tanti altri reperti lapidei nascosti dalla muratura settecentesca, arrivano sino a noi dal XIII secolo conci di archivolto.

Ma non solo elementi architettonici e pittorici. Dalla navicella del tempo perduto, logo dell’architettura religiosa aquilana, il convento di San Domenico, si ricongiungono a noi oggetti di uso quotidiano: ceramiche medievali e postmedievali, ritrovamenti cartacei, la mano guidoniana cinquecentesca, gli ambienti fondanti, gli affreschi del ‘300.

Sì, prima era bella L’Aquila. Segni di altra bellezza, espressi più dentro i locali che fuori, riflessi di una società e dei suoi valori. Molto meno bella oggi, lontana da quei dettagli distintivi, in una filiera allentata che tocca tutti e non esenta nessuno, con responsabilità diversa, però, politici e istituzioni in primis, cittadini anche, che imbratta, impunita, palazzi appena restituiti, cerca il consenso su siti offensivi (L’Aquila fa schifo su Fb), non veglia sulla propria dote, non ha riguardo della luce condivisa, non apprezza.

Una bellezza svelata dalle macerie, quella dei reperti, l’arnese che toglie l’intonaco, il labile contorno che inizia a uscire, il pennello che libera le figure dalla polvere, lo sguardo della Madonna medievale che si incrocia con il tuo, colori che narrano una griglia su cui si è imbastita la storia sociale, l’oggi che ritrova il suo ieri, il tempo che ritorna a battere su quei visi che emergono dai crolli, dalle ricostruzioni, intatti, sopravvissuti, come riflessi su uno specchio di pietra, quei visi, così simili ai nostri.

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[i]Chiesa di San Giuseppe Artigiano: la parete a destra dell’altare.[/i]

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[i]S.Maria di Collemaggio: capitello XIV sec. – dal catalogo “le macerie rivelano”, 2010[/i].

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[i]Palazzo della Prefettura: Mascherone o bocca di fontana II sec. D.C – dal catalogo “le macerie rivelano”, 2010[/i].

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[i]Palazzo Antinori: busto di guerriero.[/i]

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[i]Chiesa di Santa Maria Paganica: conci di archivolto XIV sec. – dal catalogo “le macerie rivelano”, 2010.[/i]

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[i]Convento di San Domenico: frammento “mano guidoniana” XVI sec. – dal libro San Domenico all’Aquila a cura di Maurizio D’Antonio – Carsa ed.[/i]

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