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High Altitude, storie di artisti di montagna

di Gioia Chiostri

Sembra scontato annegare nel mondo dell’arte. Fila filamentose intessono tessuti sulle nostre idee di uno ieri sfumato e vaporoso. Vorremmo portarlo a contatto con la logica. Capirlo. Ma l’arte s’intreccia con gli stati di noi assaporati raramente, poiché nascosti dalla quotidianità che corre pratica su rotaie ferrose conducenti alla semplicità. «E l’arte non è semplice, per niente». Essere viaggiatori delle sensazioni. Crearsi mondi, reti, immagini di idee. Sentirsi tutt’uno con l’orizzonte. Con il tempo e lo spazio di un’idea. Essere in sé la strada, la curva e l’apice della montagna che si sta salendo, col cuore in spalla. Noi stessi sentiamo l’est e l’ovest dei luoghi, perché in noi veleggiano mete e isole inesistenti. Ma l’arte, quella matrigna sinuosa, che investe e incorpora sogni, angosce e frustrazioni, a volte, necessita di un appiglio in più per cominciare ad essere. L’accademia di Belle Arti, regno di quest’ultima e sua quintessenza, dopo situazioni difficili e momenti di crisi generali, ha deciso di far parlare di sé attraverso un workshop innovativo, realizzato a Rocca Di Calascio, proprio sulla nostra amata montagna, il Gran Sasso.

{{*ExtraImg_212959_ArtImgCenter_500x366_}}Alunni dell’Accademia stessa, futuri pittori dell’anima, scultori delle visioni e figuranti dei colori, hanno, letteralmente trasformato il monte in un momento artistico:opere che lo ritraggono sornione, vecchio addormentato – come molto spesso è stato definito da letterati vari – ruggente come un leone di roccia calcarea, silenzioso e maestoso insieme. Abbiamo però voluto conoscere cos’è che si annida dietro la faccia di un discente/artista. Qual è la sua idea in merito al workshop effettuato per inciso il mese di dicembre dello scorso anno a Calascio, il comune del massiccio del Gran Sasso – famoso per la sua rocca medievale inserita dal National Geographic nella lista dei castelli più belli del mondo – e se crede o no nella Rinascenza dell’arte a L’Aquila. Troppe parole e poca sostanza forse. Oppure no. Elena De Panfilis, studentessa di pittura del secondo anno, ha deciso di mettere nero su bianco la sua esperienza «altamente formativa».

«Il workshop è stato organizzato dal professore di pittura in cooperazione con il professore di decorazione, quindi da coloro che all’interno dell’Accademia si occupano principalmente di Arte visiva. Il luogo del workshop – spiega Elena a IlCapoluogo.it – è nato in realtà per caso: una nostra collega è originaria di Calascio e si deve a lei la volontà di organizzare questo laboratorio d’arte nel comune aquilano. Il suo nome è Bruna Bontempo. La proposta è stata apprezzata ed accolta da tutti. Soprattutto in un anno come questo, nel quale, si è percepita la necessità di ‘allargare’ l’Accademia verso altri spazi, più grandi e in movimento. L’accademia ha molte potenzialità, soprattutto dal punto di vista teorico. La pratica, invece, ossia la fantasia personale proiettata su lavori altrettanto personali, credo appartenga alla sfera individuale. La scuola che ho scelto è una buona palestra, nonostante l’aspetto pratico risulti a tratti poco valorizzato. Questo workshop, di fatti, pare essere caduto proprio a fagiolo: ci ha dato la possibilità di sperimentare».

{{*ExtraImg_212960_ArtImgCenter_500x373_}}Gli studenti dell’Accademia, inoltre, spinti da questo bisogno ‘pratico’ di reinventarsi profeti della propria terra, hanno dato vita, lo scorso anno, ad un Collettivo d’Arte, proprio per sensibilizzare la cittadinanza a guardare un po’ più a fondo le bellezze del loro luogo di provenienza e gli artisti, o futuri tali, responsabili della loro divulgazione in forma visiva. «L’anno scorso – dice Elena – abbiamo dato seguito ad una mostra con i nostri lavori proprio per colmare questo vuoto di rendimento pratico. Devo dire – aggiunge – che quest’anno la città è più positiva e propositiva. Non che la ferita passata sia scomparsa del tutto (come si fa in fondo a rimarginare un grido di bisogno d’aiuto? Ndr.) però la rinascita credo si sia messa in movimento, anche grazie all’arte. L’anno passato c’era stasi, oggi c’è mobilità».

L’opera a cui Elena ha messo mano, di fronte alla bellezza tutta naturale del Gran Sasso, poi riportata, assieme a quelle degli altri studenti partecipanti, nel libro – catalogo “High Altitude”, è un lavoro di fotografia. Il volume contenente tutte le opere realizzate è stato presentato nel corso dell’inaugurazione della mostra di essere stesse il 9 luglio scorso, ed è a cura dei professori Sergio Sarra e Stefano Ianni (Pittura), Matteo Ludovico (Scultura) e Marco Brandizzi (Decorazione), che hanno anche organizzato il workshop ed edito da Gangemi. «L’adesione al workshop – afferma ancora Elena – era piuttosto libera. C’erano, di fatti, anche dei ragazzi giunti a L’Aquila per via dell’Erasmus che hanno partecipato. In tutto eravamo 49 ragazzi, fra cui anche molti di nazionalità cinese. Ho creato la mia opera in base a ciò che mi circondava e ai miei bisogni più viscerali, come quello di ricercare altro spazio. L’arte è sia la nostra musa che la nostra nemica: tutto deve essere dedito a lei e a lei ricondotto». Elena De Panfilis ha scelto di intraprendere l’Accademia pur provenendo da un retaggio un poco differente, ossia quello tipico di un Liceo classico. La sicurezza di un lavoro e di un’occupazione futura, però, che molto spesso si scoprono ‘razziste’ del lato umanistico della conoscenza, non le hanno mai tarpato le ali del sogno. «Vivere delle nostre idee è la cosa più difficile alla quale un essere umano possa aspirare. Io faccio arte ed è un vero peccato che un’affermazione del genere non possa essere rispettata e gridata a voce chiara nella società di oggi. Ho passato tutta l’estate a prepararmi per la prova d’ingresso di Restauro, eppure il mio cuore ha scelto da solo, senza la compresenza della mente. Alla fine ho scelto Pittura, dopo aver trascorso un momento di crisi esistenziale. Entrare in Accademia è un passaggio burrascoso, che segna un confine. Il vero limite da superare scatta nel momento in cui si entra nell’idea contemporanea di arte, ossia nella consapevolezza che ciò che si produce non è solo rappresentazione, ma altro: uno specchio per altri pensieri, umori e sensazioni. Ogni opera che esce fuori dall’Accademia parla di chi ha messo la sua impronta sul lavoro ottenuto. Ogni linea tracciata rimanda a quella che verga la mano che l’ha disegnata: l’arte parla, non riporta e basta».

Lo scorso anno, Elena si è inabissata nel mondo della pittura, quest’anno invece, ha avuto un’illuminazione in piena regola: ha deciso di occuparsi di istallazione. «Mi dava più possibilità di espressione. Anche perché noi non escludiamo nessun mezzo per dare ‘di matto’. Ad esempio, la foto che è riportata nel catalogo, in origine non era così. L’ho, per così dire, reinventata da capo. Quando è stata scattata era giorno, l’ombra e la nebbia sono venute poi. La luce che si vede ora, con quel principio di soffocamento e la voglia di evadere attraverso le feritore (quasi tracce di dita annaspanti Ndr.) aperte appena, appena è una luce ombrosa, pesante e corposa». Ma qualcosa parla di sole. Qualcosa parla di chiaro. Squarci in fondo al tunnel selvatico di una foresta. Che può essere quella della vita interiore ed esteriore. S’intravvede lo spazio di un domani, tempestato di rami fitti: vincitore è colui che li scavalca o che si lascia abbracciare da essi e graffiare dalle loro forti mani? Graffi su graffi: umani e naturali.

Questo reportage, fatto da alunni di oggi per, magari, alunni di domani, ha risvegliato dal sonno burocratico l’Accademia aquilana. «Non è stato facile rimettersi in gioco. Questo workshop ha significato uno spogliarsi di tutto, un ‘abbattiamo queste pareti della burocrazia’, un ‘torniamo alle origini dell’arte’ e ‘andiamo a fare gli artisti per davvero’. Molti s’interrogano su quale ruolo può avere l’Accademia in seno alla Ricostruzione. Io credo che questo laboratorio testimonia che l’Accademia, in realtà, ha tanti ruoli paralleli. L’arte visiva aiuta a mettere a fuoco un bisogno. Una volta riportato su di un supporto, e fatto il solito passo indietro per scrutare meglio, si vede che cosa prova oggi l’animo aquilano e di cosa ha bisogno. L’Accademia è un’istituzione, e ricordarlo ogni tanto ai figli della città non può fare che bene. Noi. Dal canto nostro, ci stiamo aprendo verso l’altro. La città ha bisogno di questo, di trovare forse nell’Accademia una carezza e un consiglio e noi, penso, ci stiamo spingendo verso questa direzione».

«Il problema – conclude Elena – è che il prossimo anno molti di noi dell’Accademia andranno in Erasmus e quindi sarà un po’ difficile restare sul territorio e lavorare su di esso. Però stiamo già pensando ad una mostra internazionale, di modo che la voce di L’Aquila non risulti mai inespressa. Io andrò in Spagna, ad Altea. Forse, inoltre, nel nostro mondo accademico, il fatto di andare oltre i confini geografici di casa è un’abitudine che si radica di più rispetto ad altre realtà universitarie aquilane. L’osmosi fra più mondi, l’integrazione è un passo ineludibile se si vuole avere a che fare con il racconto delle sensazioni».

{{*ExtraImg_212952_ArtImgLeft_375x500_}}Salvare il mondo vivendolo, scorporarlo e poi ricostruendolo con altre stoffe, colori, musiche e spiragli è una meta lontana. «In Accademia siamo al massimo 300 persone. Una grande famiglia di menti propositive. La città dovrebbe conoscere meglio questo ambiente, amarlo, rispettarlo e provare anche ad assorbirlo. Inoltre, un consiglio finale che dò alla mia scuola è quello di unire i corsi di pittura, scultura e decorazione poiché sono lontani anche a livello di localizzazione, non solo dal punto di vista del programma. Un artista per essere completo, necessita di tutti i tipi di studi possibili. Il mio corso preferito, invece, è stato quello di Storia dell’arte contemporanea, tenuto dalla docente Cecilia Guida». Reduce da un workshop a Venezia, presso un atelier posto in una sorta di parco delle possibilità del luogo, Forte Marghera, molto noto nella città – con viaggio di andata e ritorno rimborsati dall’Accademia stessa – Elena De Panfilis ci saluta con la descrizione della sua opera più apprezzata dalla sé più critica e realizzata proprio sul suolo veneziano: «Una tela bianca, 50 metri per 150, verticale, tirata però in maniera particolare. Ossia: nel momento in cui l’ho fissata sul telaio, ho collocato una piramide al di sotto, di modo che facesse rilievo sulla tela. Fissata la tela, ho applicato un foro sull’estrema punta della piramide e ho tirato i brandelli di tela squarciata in quel punto con dei fili di nylon all’indietro. Ovviamente c’è molto della Land Art. Ho, poi, istallato il lavoro là dove nasce il sole. Un’ondata di luce progressivamente in crescendo ha attraversato il mio lavoro. L’opera è partita da una riflessione sulla fede, che è un cardine fondamentale della mia vita. L’energia che provenire da quella fessura prodotta da mani umane, ha qualcosa dell’infinito e dell’eterno. Un rinnovo giornaliero della bellezza dello stare al mondo. Si cerca la luce e si trovano segni di essa nei graffi sul mondo che lascano intravvedere l’al di là. Io spero sempre che quello che faccio resti sempre fedele a me stessa, ma non troppo, perché un’opera d’arte trasmette e come tale è anche fonte di interpretazione. Io mi sono innamorata di questo lavoro e ho scelto personalmente di lasciarlo a Venezia con questo obiettivo: ne farò altri e di migliori».

Come lo vede Elena il suo futuro? «Mi piacerebbe inoltrarmi nel mondo della critica d’arte: la scrittura è un’altra forma di espressione che sta accompagnando molto i miei giorni. E’ qualcosa che sta tra la mia produzione artistica e il bisogno di riflessione di ciò che mi circonda. Ci insegnano sempre a non escludere mai nulla: le vie dell’arte sono infinite, anche se conducono tutte ad un sola meta: l’identificazione fra te stesso e il mondo al di fuori che bussa alla tua finestra interiore».

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