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#TagliacozzoinFilm: tutti gli appuntamenti estivi

Martedì 12 Agosto

CineClub

Palazzo Ducale
ore 18:00
Ingresso gratuito

Adua e le compagne

di Antonio Pietrangeli

Italia, 1960, 106 min

All’indomani della legge Merlin e della conseguente chiusura delle “case chiuse”, quattro ragazze di vita decidono di aprire una trattoria con l’aiuto di un certo Ercoli, un affarista senza scrupoli. Lui è intenzionato a far sì che il locale sia una copertura per una nuova casa d’appuntamenti, loro invece prendono gusto al nuovo lavoro e decidono di non ritornare alla vita di prima, ma…

[i](…) Per parte loro, le quattro protagoniste sembrano vittime di un destino ineluttabile che, nonostante gli sforzi, le riporta alla condizione d’origine. Il senso del fato che accompagna la loro vicenda pare provenire più o meno direttamente dal cinema francese d’anteguerra, da quel “realismo poetico”, così amato da Pietrangeli critico. Non mancarono nelle recensioni richiami al “verismo” e a Maupassant e Zola. (…) Il clima si avvicina al melodramma, ma il regista lo evita volutamente, inserendo tonalità ironiche e leggere (…). Punto di forza del film, come sottolineato da Pietrangeli, sono i ritratti delle quattro protagoniste. Adua, la più anziana, è quella che l’esperienza ha reso apparentemente fredda e calcolatrice (dice all’inizio: «Io c’ero in Africa … sempre la fila fuori… poveri cristi e il giorno dopo morivano»). E’ lei che propone il paravento della trattoria per continuare il vecchio mestiere; non vede e non vuole cambiamenti. Quando però conosce Piero (Mastroianni), si sente lusingata dai suoi corteggiamenti e, senza farsi illusioni, gli si affeziona, dimostrando persino qualche pudore. Marilina, dal precario equilibrio psichico, fatica più delle altre ad adattarsi alla nuova situazione (è l’unica che dopo un vagabondaggio notturno, torna – in una delle sequenze più belle del film – a rifugiarsi nella casa di tolleranza), e non accetta facilmente la fatica del nuovo lavoro. Milly (Gina Rovere) è una ragazza di umili origini, capace di stupirsi del corteggiamento del giovane geometra. Ricca di un’innocenza e di un candore che la professione non è riuscita ad intaccare, vive la sua vicenda amorosa con il timore dovuto al suo passato e con la speranza di una esistenza diversa. Lolita (una Sandra Milo non doppiata) vive la sua condizione in allegra incoscienza ed è coinvolta nell’impresa più perché influenzata da Adua che per convinzione personale. (…)” (Antonio Pietrangeli, di Antonio Maraldi, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, 1991)[/i]

Personaggi femminili 1. “Non è tanto che io sia la Celestina de Il sole negli occhi o l’Adriana di Io la conoscevo bene o la Pina de La visita come, scusatemi, Flaubert era Emma Bovary . Ma è che nel processo di trasformazione sociale a cui, da vent’anni a questa parte, assistiamo in Italia, la donna ha incontestabilmente un ruolo da protagonista. Tanto profondo e rapido è stato il passaggio dalle posizioni in cui era relegata ancora subito dopo la guerra a quelle che, di forza, ha occupato negli ultimi anni. E non si tratta solo di un fatto di costume quanto di una radicale, profonda rivoluzione interiore: processo che dura tutt’ora e che forse è addirittura in anticipo sull’evoluzione della società italiana, tant’è vero che gli stessi istituti di legge stentano a tenergli dietro. Proprio per questo, forse, la donna s’è posta tanto spesso al centro delle storie dei miei film. E nel cammino da Il sole negli occhi a Io la conoscevo bene possono ritrovarsi alcune tappe, e non le meno significative, di questa evoluzione.” (Antonio Pietrangeli)

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Mercoledì 13 Agosto

Cinema

Piazzetta III Molini
ore 21:15

THE CONGRESS

di Ari Folman

Robin Wright vive in un hangar con due figli, di cui uno disabile, il suo agente le procura un colloquio ad alto livello con il dirigente di uno degli studi hollywoodiani più importanti, la Miramount (crasi fittizia tra Miramax e Paramount), durante il quale le viene offerto di diventare la pioniera di un nuovo modo di recitare: cedere tutti i diritti sulla digitalizzazione della propria persona, così che lo studio crei una copia perfetta e virtuale di lei da utilizzare in tutti i film che vuole mentre la vera Robin Wright non dovrà recitare mai più. L’attrice, stimolata dalla brutta piega della sua carriera, accetta. Vent’anni dopo il mondo è cambiato e quella piccola innovazione è diventata la regola, gli esseri umani si drogano per vedere la realtà diversamente, come fosse un film d’animazione, e così assumere l’aspetto che vogliono. Robin Wright è diventata l’attrice più sfruttata dalla Miramount ma al congresso per il futuro viene fatto un annuncio sconvolgente che scatena una rivolta.

[i](…) Il mondo del cinema, quello familiare, il futuro e l’etica delle scelte da compiere (Andrea Baroni, 35mm). Ari Folman, cinque anni dopo Valzer con Bashir, torna a utilizzare l’animazione in maniera inaspettata e anticonvenzionale, prendendo spunto dal racconto “The Futurological congress” di Stanislav Lem. Stavolta però la sua base del film è live action mentre l’animazione è sfruttata per realizzare una terribile distopia. Seguendo con una dedizione e una precisione impressionanti le regole del cinema di fantascienza (dominio delle multinazionali, instaurazione di un sistema di soddisfazione dei bisogni epidermici da parte di un’entità dittatoriale, violenza all’ordine del giorno e spersonalizzazione dell’individuo) Folman in realtà realizza la cosa più vicina che possa esserci, in Occidente, ai film del regista di animazione giapponese Satoshi Kon come Paprika. La realtà non cambia, sono le persone che vedono tutto animato in virtù delle sostanze chimiche che assumono a darne diversa percezione, e questo ad un livello tale che nessuno sa più come sia fatta la vera realtà, come sia ridotto davvero il mondo. Non ci sono i sogni (anzi ogni tanto ci sono) ma poco ci manca. A fare la differenza è l’immaginazione incredibile di Folman, la sua capacità di plasmare scenari pseudo realistici, avvitando di poco i loro elementi, di modo che lentamente diventino paradossali e finiscano per dire molto su ciò che viviamo oggi. The Congress non fa mistero di essere un film sulla rimozione del passato che mette in gioco con forza in primis la protagonista (introdotta come un’attrice di successo che aveva tutto e l’ha buttato, e che in effetti ha sperimentato moltissimo il motion capture con Robert Zemeckis) e la mania sua e degli altri di mutare l’apparenza, così cancellando il passato e il presente in una costante spinta verso il futuro. (…) C’è quindi molto umorismo eppure la sensazione dominante è uno stordimento lisergico che cerca, pur raccontando una storia, di mettere fuori uso la logica. Non tutto si comprende al volo in The Congress e molti sono gli azzardi di senso, ma non è importante. Con un impianto visivo così forte e potente Ari Folman riesce spesso a superare la comprensione razionale da parte del pubblico per puntare direttamente alle emozioni. (Gabriele Niola, Mymovies.it)[/i]

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Giovedì 14 Agosto

CineClub

Palazzo Ducale
ore 18:00
Ingresso gratuito

MIRAGGIO ALL’ITALIANA

di Alessandra Celesia

“Cerchi lavoro? L’Alaska ti aspetta” intorno a questo annuncio apparso a Torino in piena crisi economica, si intrecciano i destini di cinque italiani che condividono la stessa urgenza: partire il più lontano possibile. Persi a Yukatat, una no man’s land in cui il tempo sembra fermarsi, è un viaggio interiore quello che questi uomini e queste donne faranno insieme. Una vera avventura di amicizia e solidarietà, nella quale si vive, nonostante tutto.

“Considererei responsabile della mia partenza l’aria che si respirava in Italia negli anni Ottanta. Difficile individuare l’inquinamento intellettuale: ci si lascia sorprendere, aggredire i fragili polmoni senza rendersene conto. Si dimentica di prendere lo sciroppo. Si fa fatica a respirare, questo è quanto: da un momento all’altro ci si ritrova inadatti all’atmosfera del pianeta sul quale si è cresciuti. Gli anni Ottanta hanno reso noi italiani ciò che siamo oggi. Un Paese intero è stato consciamente riprogrammato a respirare diversamente. Ed eccoci qua oggi, pieni di speranza, con polmoni pronti a digerire qualsiasi cosa. Il mio Paese non ha bisogno di un altro reportage scandalistico, di una dichiarazione aperta di guerra, di uno scoop passeggero che tira in causa piaghe ben note. Il mio Paese ha bisogno, oggi più che mai, di poesia.” (Alessandra Celesia)

[url”http://www.tagliacozzoturismo.it/cinema/dett.php?recordID=99″]http://www.tagliacozzoturismo.it/cinema/dett.php?recordID=99[/url]

Venerdì 15 Agosto

CINECLUB RAGAZZI

Palazzo Ducale
ore 18:00
Ingresso gratuito

BELLE&SEBASTIEN

di Nicolas Vanier

Durante la seconda guerra mondiale, in un piccolo villaggio ai piedi delle Alpi, Sébastien, un bambino orfano, incontra un cane selvaggio, che chiama Belle. Gli abitanti del villaggio credono che Belle, soprannominata da loro stessi “bestia”, abbia divorato tutte le loro pecore e che sia molto aggressiva; perciò cercano di sbarazzarsene. La vita tranquilla del villaggio è interrotta dall’arrivo dei tedeschi. Gli abitanti del villaggio aiutano degli ebrei a passare il confine, per arrivare in Svizzera, dove poter trovare rifugio. I soldati cercano invano di scoprire chi aiuti i ricercati a sfuggire.

[i]“(…) Più di una generazione ricorda vividamente la serie animata per la tv, le corse di Belle e Sebastien sui prati, il sapore francese, il mélo giapponese, la sigla che, una volta entrata in testa, non se ne andava più. Eppure non molti, con ogni probabilità, sentivano il bisogno di un nuovo film sull’argomento, temendo preventivamente l’ennesima operazione nostalgia. Nicolas Vanier ci fa ricredere tutti quanti, con quest’opera visivamente magnetica e narrativamente forte, che si prende molte libertà rispetto al racconto originale ma si riempie anche d’inedite implicazioni con la trasposizione della storia al tempo della seconda guerra mondiale.

Sul picco di un’alta montagna, qualcuno spara a un cervo femmina che lascia orfano un cucciolo troppo piccolo per sopravvivere da solo; un vecchio lega allora una corda attorno a un bambino e, senza bisogno di parlare, lo cala nel vuoto, perché recuperi il cucciolo. In quest’incipit folgorante, che emoziona tanto quanto terrorizza, c’è la chiave più preziosa del film di Vanier, ovvero la comunanza tra uomo e animale, in un tempo e in un mondo in cui su entrambe le specie comanda la natura. Di questo passo, si arriverà all’altro capo del film, a riconoscere che le bestie non sono sempre tali, nemmeno tra gli uomini, e che spesso è solo questione di paura e pregiudizio.

Nel mezzo, c’è un racconto semplice e importante, che procede con il passo avventuroso ma non affrettato che impone la traversata di una distesa di neve, affidato sapientemente alle immagini molto più che alle parole. La caccia al cane e l’occupazione nazista del villaggio francese, con la ricerca a fucili spianati di chi si arrischia ad aiutare il passaggio degli ebrei in Svizzera, si sovrappongono drammaticamente, a riprova dell’interesse del regista a costruire un film che illumini la natura dell’umanità così come l’umanità della natura. Ottimo esordio di Félix Bousset, di sette anni e mezzo, nel ruolo di Sébastien.” (Marianna Cappi, MyMovies)[/i]

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