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Intrecci di fili, intrecci di vita

di Raffaella De Nicola

Il numero chiave è il sette. Sette sono i punti fondamentali da cui derivano le combinazioni che, attraverso l’intreccio del filo, riproducevano i fregi scolpiti che adornavano la città.

Pazienti mani femminili riportavano nel tombolo aquilano, siamo a cavallo del XV e XVI secolo, gli stessi motivi che le donne vedevano nei monumenti in quella fioritura, non solo economica, che è il rinascimento aquilano. Gli uomini all’esterno della casa, le donne all’interno delle mura domestiche, il rumore della pietra fuori, quello dei fuselli dentro, un unico linguaggio concorreva alla ricerca della bellezza in una vita cittadina che osava essere ambiziosa e raffinata.

{{*ExtraImg_212109_ArtImgRight_300x450_}}E’ così il punto antico aquilano a caratterizzare qui una produzione che investe anche altre città, seppure in modo diverso. Simile al “punto d’Inghilterra”, con una difficoltà di esecuzione maggiore, però, senza cuciture, quindi un unico pezzo, una luminosità nel filo che lo distingue dagli altri “il filo aquilano è di una bianchezza e finezza ammirevoli”.

Centinaia di fuselli, nel tempo, vengono incrociati, maneggiati per adornare la bellezza delle donne, tanto da essere notati dai cavalieri della Regina Isabella già nel 1493, in una gara di creatività con le merlettaie delle Fiandre, la cui raffinatezza valica i confini cittadini secondo gli ordini e le commissioni delle fonti d’archivio. Poi il ciclo della storia, con i suoi silenzi e oblii, il ritorno della stessa storia nelle botteghe del periodo postunitario e l’eccellenza raggiunta con i riconoscimenti internazionali: medaglia d’oro, d’argento e ancora oro e argento nelle esposizioni dove i manufatti aquilani concorrevano, tanto che accanto alla Scuola d’Arte e Mestieri del Patini, a L’Aquila, se ne affiancò nel 1878 una di merletto e la Regina Margherita alla visita della città con suo marito, nel 1895, “comperò e commissionò moltissimi merletti”.

E’ l’intreccio, quindi, anche di oro o filigrana, il motivo conduttore della mostra “Il magico mormorio delle mani. Fili che collegano le arti della tradizione” a Tagliacozzo, più di 100 pezzi, tre del XVI secolo del Museo Nazionale d’Abruzzo, coperte, abiti da sposa, frange, ricami, di 40 famiglie che hanno messo a disposizione i corredi e le trame delle loro storie familiari. Un ordito che racconta le vite solitarie delle donne, generazioni che inghiottivano la propria esistenza cercando il riscatto nella bellezza, nella creatività mortificata da una economia povera, scrivendo i propri pensieri con un filo bianco, giunto sino a noi da quei tempi silenziosi che continuano a mormorare le incertezze di storie lontane, ma in fondo non così diverse.

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Info:

“Il magico mormorio delle mani. Fili che collegano le arti della tradizione” – Mostra della Soprintendenza BSAE – Abruzzo in collaborazione con il Comune di Tagliacozzo e l’Associazione culturale “Luigi Micalizio”.

Tagliacozzo, Spazio museale Convento di San Francesco.

1 agosto – 7 settembre

Info: 0863.6560 – 348.6949614.

Orari: 15.45-19.45, lunedì chiuso. Ferragosto aperto.

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