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Spagnoli eroe moderno, l’appello di Gabrielli

«Io lo vado ripetendo da quasi 4 anni, da quando ho la responsabilità del Dipartimento nazionale di Protezione civile. Abbiamo purtroppo questo vezzo nazionale che ci ricordiamo di queste cose solo all’ esito di queste disgrazie e invece la tutela del suolo, il radicarsi di una cultura di protezione civile si ha in tempi di pace e non all’ esito di tragedie perché in quest’ultimo caso c’é un’angoscia che ti prende in quanto 4 vite umane non sono più tra noi».

Lo ha detto, commentando la tragedia di Refrontolo, il capo nazionale della Protezione civile Franco Gabrielli a margine di una cerimonia di consegna di una importante onorificenza che il Dipartimento ha donato stamani a Caporciano (L’Aquila) al volontario dell’associazione di protezione civile Nuova Acropoli Sandro Spagnoli, morto a seguito del terremoto del 6 aprile del 2009.

«Poi scattano le solite polemiche, le solite rincorse – ha aggiunto – quello non ha fatto, quello non ha detto, salvo poi passare qualche tempo, qualche giorno, e si ricontinua esattamente come prima, più di prima. La vera tragedia di questo Paese non è solo quello della pesante eredità che abbiamo di un uso dissennato del suolo, in Italia ci sono (oltre a quello Trevigiano) ben altri scandali, ben altre situazioni più pericolose e più perniciose, però ecco non solo non si mette in atto una politica di recupero dei danni fatti, la cosa peggiore è che si continua a perpetrare un uso sconsiderato del suolo, in politiche che ovviamente hanno ben poco a che vedere con queste dinamiche virtuose e in più siamo consumatori di sicurezza, poco operatori di sicurezza. Io non so se è in atto un cambio climatico, di fatto il nostro Paese è da diverso tempo interessato da forme meteorologiche che prima chiamavamo estreme, oggi sono abbastanza ricorrenti».

«Allora – ha detto sempre Gabrielli – forse dovrebbe anche cambiare il nostro modo di rapportarci con questo nuovo modo di essere del clima e allora qui si ritorna a quel concetto che tentavo di esprimere prima della cultura di protezione civile che è forse il deficit maggiore di questo Paese».

«Il discorso della cementificazione – ha detto sempre Gabrielli – è una parte del problema, è un aspetto del problema, non lo esaurisce. Nella vicenda Trevigiana tutto si puo’ dire tranne che la vicenda sia legata alla cementificazione, magari a un uso disinvolto del territorio. Qualcuno sostiene di si’, altri sostengono di no, a dimostrazione, ripeto, che deve cambiare anche il nostro approccio con il territorio e con il clima che volente o nolente è un po’ diverso da quello che conoscevamo qualche anno fa».

Alla domanda del ruolo delle istituzioni il capo Dipartimento della Protezione civile ha detto: «sostengo da tempo che le istituzioni hanno le loro responsabilità ma ancora prima hanno le responsabilità i cittadini, per la semplicissima ragione che tutte le volte che non si ha la giusta sensibilità ai problemi, a me ad esempio chiedono spesso se la politica si interessa di un particolare problema, io rispondo marginalmente ma perché non interessa ai cittadini. Io chiedo ai sindaci che incontro: ‘nel vostro mandato avete mai avuto un cittadino che vi viene a chiedere se il Comune ha un piano di protezione civile?. No mai, ciò vuol dire che questi temi non appartengono al comune sentire dei cittadini in generale».

«I sindaci – ha osservato Gabrielli – sono espressione delle comunità, usciamo fuori da questa logica per cui c’e’ il sindaco e c’e’ la comunità peraltro oggi i sindaci sono espressione delle comunità, viviamo in una democrazia, se i sindaci non funzionano si cambiano. Io credo che il problema sia culturale delle comunità. Io girando per l’ Italia laddove vedo comunità sensibili, interessate, che pongono ai vertici delle loro attenzioni questioni di protezione civile, anche gli amministratori sono più sensibili, perché c’è questo modo tipicamente italico per cui la responsabilità è declinata soltanto nel momento in cui si va alla ricerca della responsabilità degli altri, mai per quello che ci compete e questo è il vero limite culturale di questo Paese».

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