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L’Aquila-Pisa: sensazioni al di là del calcio

di Claudia Giannone

Fieri e leali. Così, vengono definiti gli aquilani, a distanza di qualche giorno dall’incontro che ha visto i rossoblù sfidare il Pisa. Più di settecento toscani hanno affrontato questa trasferta, toccando con mano quella che è, da ormai cinque anni, la condizione del capoluogo abruzzese.

Dall’esterno, forse, non è mai facile comprendere fino in fondo una certa situazione, soprattutto quando si tratta di una tragedia. Ma con solo uno o due giorni trascorsi a L’Aquila, le cose cambiano decisamente.

A dimostrarlo, è l’articolo di Gabriele Bianchi, scritto e pubblicato sul portale Il Pisa Siamo Noi. È bastato un solo week-end passato in città, in attesa del match valevole per i quarti di finale dei play off, per rivelare agli occhi del popolo toscano la gravità dell’accaduto. L’ennesima dimostrazione, da parte del Pisa, di un calcio che va oltre un semplice risultato, oltre un semplice rettangolo verde, oltre una semplice sfera, destinata a decidere le sorti dell’incontro. Basti ricordare gli striscioni degli ultras toscani in favore del popolo aquilano, in tutte le occasioni in cui le squadre si sono scontrate. Chapeau. E un grande in bocca al lupo.

«Articolo questo che ben poco ha a che fare con il calcio ma che mi sento in dovere di scrivere egualmente.

La trasferta de L’Aquila mi ha permesso di toccare con mano una realtà con la quale molte, troppe persone anche illustri si sono riempite la bocca a sproposito.

Difficile che una penna scarsa quale quella che impugno possa riuscire a trasmettere a coloro che leggono tutte le emozioni che ho provato nel visitare il capoluogo abruzzese, oltretutto magistralmente portato per mano dalla nostra amica “aquilotta” Claudia Giannone.

So soltanto che mi porterò dietro per molto tempo le tante immagini di questo week-end appena trascorso.

Arrivare in una splendida giornata di sole, passando dal verde della campagna circostante ad un panorama dove si stagliano contro il cielo azzurro una moltitudine di gru, una sorta di grottesche case torri che sembrano disegnare una San Gimignano post-moderna.

Camminare per un centro storico fantasma dove ancora evidenti sono i segni della devastazione datata 6 aprile 2009.

Rendersi conto che mi trovo all’interno di un cantiere a cielo aperto, circondato da quella che altro non è se non una gigantesca messa in sicurezza.

Capire che la “zona rossa” tanto descritta dalle cronache è realtà ancora tangibile.

Vedere con i propri occhi che la tanto sbandierata “ricostruzione” è ancora lontana dall’essere messa in atto.

Constatare gli innumerevoli negozi chiusi per sempre, pezzi di vita che non si è potuto fare a meno di abbandonare alla incuria del tempo.

Sentire nell’aria un odore di calce e di polvere, quasi si trattasse di un imperitura memoria dei crolli che si sono verificati cinque anni or sono.

Accorgersi con un brivido che quel tremendo sisma è ancora presente negli occhi e nelle parole di coloro che loro malgrado sono stati costretti a vivere in prima persona una devastazione impossibile da accettare.

Odiare con violenza tutti coloro che hanno strumentalizzato secondo i propri comodi il dolore di questa splendida gente, sperando che un giorno Dio renda loro merito di tutte le fandonie con le quali hanno umiliato la loro stessa vita.

Commuoversi per quei quattro, cinque pub aperti in mezzo alla devastazione che il sabato sera attirano tutta la gioventù locale nel disperato tentativo di continuare a far vivere un qualcosa che sembra quasi reclamare un’eutanasia così simile ad una liberazione definitiva da un dolore troppo grande da sopportare.

Comprendere però quanta voglia di vivere, di ripartire ci sia nella gente aquilana, ben testimoniata dall’entusiasmo registrato per la partita domenicale: tutti con un qualcosa di rossoblu addosso, lo sport come elemento di riscatto e di rinascita, ad incarnare quel veicolo sociale che dovrebbe essere e che troppo spesso invece non è. Anzi.

Vincere una partita senza meritarlo e quasi esserne dispiaciuto per una sorta di forma di rispetto nei confronti di tutto quello che ho vissuto nelle ore precedenti.

Rimettersi in auto per il viaggio di ritorno con ancora nelle orecchie l’augurio di Claudia, nonostante la grande delusione per una sconfitta immeritata e durissima da digerire : “adesso so per chi tifare nei play-off”.

Fare quattrocento e più chilometri con impressa nella mente la fotografia che più mi ha colpito in questa due giorni, quella che ho scelto come immagine per questo articolo.

Li chiamano “i randagi del terremoto".

Hanno perduto i loro padroni.

Hanno perduto le loro case.

Nelle “case della ricostruzione” – chiamiamole così … – per loro non c’è stato più spazio.

Vagano lentamente fra le macerie del centro storico.

Fantasmi in una città morta.

Alla ricerca di cibo.

Alla ricerca di un riparo.

Alla ricerca di affetto.

Alla ricerca di quello che è stato loro tolto e che mai nessuno potrà più dar loro.

Li ho guardati negli occhi.

E tutto ho capito, tutto ho compreso.

Loro hanno ancora il terremoto dentro.

E da ieri io con loro.”