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Gioie e gioielli: auri sacra fames

di Annamaria Coletti Strangi*

[i]Seconda puntata.[/i]

Il fascino dell’oro è sempre stato preponderante nel corso dei secoli, soprattutto per la sua lucentezza, duttilità, durata. E vi si favoleggiava sopra. D’oro erano i pomi del giardino delle ninfe Esperidi, d’oro il cocchio del sole, d’oro il vello di Giasone, d’oro il ramoscello che Enea doveva strappare per entrare nel regno dei morti.

Arrivava in Roma a profusione dalle Province, in particolar modo dalla Spagna, dall’Egitto, dalla Dacia, dalla Dalmazia e dalla Britannia. Ciò nonostante era già vietato nella Roma repubblicana delle XII tavole (451 a.C.) seppellire i morti con ornamenti d’oro (a parte l’eventuale legatura dei denti) per non togliere dalla circolazione il prezioso metallo. Nella Roma imperiale di Plinio solo dall’Asturia, dalla Galizia e dalla Lusitania, arrivavano comunque 20.000 libbre d’oro all’anno (si pensi che una libbra equivale a 375 gr.) e sotto Nerone, dalla Dalmazia, 18.350 Kg. al giorno. Nessuno stupore che l’imperatrice Poppea avesse fatto rivestire d’oro gli zoccoli delle sue asine da latte preferite (Plin. nat. hist. 33,140).

Eppure, quanto sangue gronda dall’oro! Lo si legge proprio in Tertulliano (cult. 1,5,1): “L’oro e l’argento, materie principali degli ornamenti mondani, sono necessariamente la stessa cosa di ciò donde provengono: terra senza dubbio più gloriosa, poiché essa nelle ferali officine dei maledetti metalli, a forza di lamenti e di penoso lavoro, lascia nel fuoco il nome di terra e, di lì fuggendo, si muta da tormento in ornamento, da supplizio in delizia, da infamia in metallo onorato”. Ma di questo non ci si curava.

Damnati ad metalla

“(L’oro) è il solo metallo che si raccoglie in pepite o in pagliuzze, mentre gli altri metalli che si trovano nelle miniere sono raffinati mediante il fuoco, l’oro è subito tale, e possiede sin dall’inizio la perfezione della sua sostanza, quando si rinviene” dirà Plinio nat. hist. 33,62). Esso veniva raccolto nei depositi alluvionali e separato dalle impurità con ripetuti lavaggi con acqua corrente che trascinava via le particelle più leggere. Così l’oro, più pesante, si depositava su spugne appositamente appoggiate sulle vasche da drenaggio. Secondo lo storico Strabone (geogr. 2,19) da qui avrebbe avuto origine la leggenda del vello d’oro, nel Caucaso infatti le acque aurifere venivano fatte scorrere su velli di montone. Era estratto altresì dalle miniere, in cui lavoravano, come già accennato, in condizioni drammatiche, schiavi e galeotti: damnati ad metalla. Era quindi trattato da uno stuolo di artigiani: l’aurifex brattiarius che batteva le lamine d’oro fino ad ottenere dei fogli sottilissimi, poi il barbaricarius o decoratore, l’anularius, l’armillarius, il gemmarius, il margaritarius e via dicendo.

Il lusso dilaga sempre più e contagia tutti, donne e uomini

I Romani amavano il gioiello, in particolare quello colorato, in cui gli smeraldi accompagnavano rubini, topazi, perle, zaffiri etc. Tutti erano contagiati da questa moda, anche gli uomini, raffinati o meno, erano soliti portarne, pur se di preferenza erano le loro vesti ad essere ricche di fregi d’oro. Sicuramente esagera Marziale (5,11,1-2) quando dice del suo amico e protettore: [i]“Il mio Stella, o Severo, porta ad ogni dito sardonici, smeraldi, diamanti, diaspri…”[/i], così come (11,59,1) irride di Carino: “ Carino ha sei anelli ad ogni dito”, ma in entrambi i casi, pur con una certa tendenza all’iperbole, evidenzia una vanità dilagante sempre più sfrenata. Si è ben lontani dalla lex Oppia del 215 a.C. secondo la quale ogni donna non poteva possedere più di mezza oncia d’oro (14,18 gr.) né poteva indossare abiti colorati né uscire con la carrozza se non in occasione di manifestazioni religiose.

Pompei ed Ercolano

Oggi, pur non avendone un’ idea completa, si può in parte ricostruire la tipologia dei gioielli in uso in età romana grazie alle fonti letterarie ed epigrafiche, alle pitture, ai mosaici, alle sculture, ai bronzi, alle monete e ai ritrovamenti…

A parte il fenomeno di manufatti di provenienza pirata e illecita e quindi senza i dati relativi ai luoghi e alle circostanze di rinvenimento, per il primo secolo d. C. la fonte più ricca è il materiale dalle zone colpite dalla eruzione del Vesuvio del 79, che cristallizzò la vita quotidiana di due città come Pompei ed Ercolano, cui vanno ad aggiungersi anche reperti da tombe dislocate in tutte le province dell’Impero dalla Lusitania alla Siria.

Se l’argenteria dei luoghi colpiti dall’eruzione è splendida, massiccia e fastosa, basti pensare al tesoro di Boscoreale, riguardo ai gioielli ci si trova davanti ad esemplari generalmente di peso e manifattura modesti.

[i]*docente all’Università degli studi di L’Aquila.[/i]