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Avezzano, la fiera del 25 aprile

di Gioia Chiostri

C’è un sottile confine tra ricordare e commemorare. Ieri Avezzano ha ricordato il tempo di pace strappata al nemico che fu, con una grande fiera in piazza. E ha commemorato il sacrificio di un popolo.

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Un ponte gettato al passato, agli anni quarantacinque, al popolo, alla piazza, alla rivoluzione delle menti. Alla loro liberazione. Ieri, nella città marsicana, si è festeggiato il passato con l’obiettivo di non ripetere più gli errori nel futuro. Il 25 aprile dovrebbe essere la festa dei cittadini, dei nonni e dei nipoti, cresciuti grazie al coraggio delle loro azioni. Piazza Risorgimento, per l’occasione, è risorta nel vero senso della parola, accogliendo stand e gazebi vari, custodendo nella sua pancia marmorea l’emblema più goliardico della pace: un grande mercato.

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«Un boom di presenze quest’anno – ha commentato il sindaco di Avezzano Gianni Di Pangrazio -. Tantissime persone venute da tutta Italia e un’ottima riuscita. Il raduno dei camperisti del Centro Italia, poi, ha arricchito le presenze. Questa è la dimostrazione che la città sia viva e abbia preso la strada della ripresa. Queste grandi manifestazioni così seguite – ha concluso Di Pangrazio – provano che Avezzano sia tornata ad essere un punto di aggregazione forte del centro Italia.»

Ma gli avezzanesi cosa ne pensano? Abbiamo chiesto a Giulia, giovane abitante della città marsicana e studentessa di Giurisprudenza, «Come tutti gli anni, anche la fiera di quest’anno era molto affollata, a differenza dell’ultimo evento fieristico di Santo Stefano dove, a causa della pioggia, molte persone hanno rinunciato ad andare».

«Invece ieri, nonostante il brutto tempo, c’era tantissima gente. Ho trovato bancarelle molto più carine e fornite rispetto agli anni passati e soprattutto mi ha fatto piacere che si sia riusciti ad unire alla fiera il mercatino dell’antiquariato che si tiene ogni ultima domenica del mese. Hanno saputo unire il moderno all’antico, insomma».

Buon modo per celebrare la liberazione, quindi? «Secondo me, un modo per celebrare la liberazione non esiste. Credo che qualsiasi festa, raduno, memoria, non sia in grado di ricordare questo giorno. La celebrazione della liberazione dovrebbe essere dentro ognuno di noi, come d’altronde per ogni altra festa e ricorrenza importante».

L’ombra della guerra e della fame è divenuta meno nera, ma la mano dell’oppressione è sempre ben tesa attorno alle nostre spalle. Se si impara dal passato e dalla storia, il 25 aprile di ogni anno non sarà mai un mero numero sul calendario.

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