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Quando la fotografia racconta il paesaggio

di Fulgenzio Ciccozzi

Cogliere fotograficamente l’attimo giusto per immortalare scorci di un paesaggio più o meno complesso non è semplice. Tuttavia, la natura ci offre già delle immagini che noi dobbiamo solo saper cogliere, o rubare. Il popolo Cheyenne, delle “Grandi Pianure” americane, chiamava Madre la loro terra e i Chippewa amavano definire “Ladri di ombre” i primi fotografi e pittori che si avventuravano nell’Ottocento in quelle lande incontaminate.

Quello degli indiani era un modo di esprimersi semplice ma allo stesso tempo molto significativo per descrivere il mondo che li circondava. L’amore per la natura, che si rivela anche attraverso l’arte fotografica, ci invita a ricordare un personaggio che ha messo a disposizione il suo talento per difendere e far conoscere l’ambiente primitivo che, ancora nel Novecento, dominava gran parte del nord ovest americano: [i]Ansel Adams[/i].

Le sue epiche camminate, agli inizi del secolo scorso, tra i monti dello Yosemite National Park, accompagnato dalla sua attrezzatura fotografica caricata sul dorso di un mulo, hanno dato modo all’artista di produrre un notevole quantitativo di negativi che conservano magnifici paesaggi, in cui le sfumature dei grigi vengono particolarmente esaltate dall’applicazione del sistema zonale da lui elaborato.

La tecnica e la sensibilità del poliedrico personaggio californiano hanno restituito delle immagini particolarmente nitide e affascinanti, in cui la purezza della natura è stata resa immortale! Altri grandi fotografi come Edward Weston, Alfred Stieglitz e Paul Strand hanno condiviso la passione per la natura come soggetto da ritrarre, attraverso la quale hanno voluto esprimere la loro arte.

{{*ExtraImg_191209_ArtImgCenter_500x262_L'AMOUR, CAMPO IMPERATORE}}Invece, qui da noi, le foto di un Abruzzo ancora sobrio, prossimo a congrui cambiamenti, vennero scattate dall’archeologo inglese Thomas Ashby, agli inizi del Novecento, e qualche decennio più tardi dal fotografo francese Henri Cartier Bresson. Da quegli scatti in bianco e nero si evince il rapporto embrionale che l’uomo aveva con la sua terra: spesso amorevole, a volte duro e, se vogliamo, anche un po’ selvaggio.

Erano ancora i tempi in cui i contadini accarezzavano i campi e disegnavano incantevoli paesaggi. Ma non è stata la mano dell’uomo a concepire le meraviglie del nostro Appennino. I picchi innevati del Gran Sasso, le maestose cime del Sirente, della Majella e del Velino, ci offrono degli scorci paesaggistici incantevoli, e le immagini di questi luoghi, in cui l’uomo appare solo marginalmente, lasciano spazio a scene di rara bellezza, in cui la potenza della solitudine si confonde con quella degli animali selvatici che irrompono furtivamente nel groviglio dei boschi e dei ruscelli.

Dai Tholos di montagna ai Trabocchi che si affacciano sull'Adriatico, il paesaggio naturalistico e antropico prende forma attraverso antichi borghi, castelli, eremi, pascoli e selve che coprono le valli e i monti, ulivi e i vigneti che abbracciano i colli, fiumi che irrigano i coltivi. Nella terra di pastori e pescatori, c’è spazio per tutti, anche per chi da sempre ha legato il suo destino a questi monti, facendone la sua naturale dimora: l’aquila e il lupo, spesso vittime di una battaglia che non ha più ragione di esistere. L’Abruzzo è anche questo, ma per comprenderlo è necessario conoscere a fondo la sua storia.