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L’Aquila, verso l’ignoto

di Fulgenzio Ciccozzi

In questo scorcio di fine anno anche L’Aquila si veste di rosso. La notte richiama i giovani che si accalcano nei locali del Corso e in quelli ubicati appena dietro gli angoli dei palazzi, oltre i quali il vociare dei ragazzi si disperde in un immenso spazio, buio e silente.

L’altro volto della giornata, invece, mostra il luccichio delle luminarie che pendono davanti ai pochi negozi del Centro. Sembra tornare indietro di centocinquant’anni quando nella seconda metà dell’Ottocento cominciarono ad affacciarsi in città i primi negozi di rivendita di dolciumi e i bambini imprimevano i loro visi curiosi sulle invitanti vetrine delle botteghe.

Le caffetterie, allora, si contavano sulle dita di una mano. Anche quest’anno, come gli ultimi, d’altronde, nel cuore della città antica pare che la storia si ripeta. E’ una domenica mattina di freddo aquilano quando qualche giorno fa, dove possibile, ho fatto un giro per i rioni più nascosti dell’Aquila, così come faccio di tanto in tanto. Ed è proprio in quegli spazi urbani dimenticati “da Dio e dagli uomini” che ti accorgi veramente lo stato dell’arte in cui versa la città di “Federico”.

Sulle mura di un edificio posto tra via degli Ortolani e il vico dei Roiani è raffigurato il dipinto di un bambino benedicente tenuto in braccio da Sant’Antonio. Più giù, in una nicchia che si affaccia a piazza Fontesecco, c’è un’effige di Gesù che accarezza il viso della Vergine. Queste immagini, come altre, si amalgamano e si sovrappongono ai murali e alle pareti scrostate dei palazzi danneggiati che hanno ormai preso il sopravvento e ridisegnato l’aspetto del capoluogo. Un mosaico di colori eterogenei che restituisce un po’ di colore al pallore dell’atmosfera che si insinua tra le rovine.

Mentre, il flebile e continuo sgorgare dell’acqua di una fontanina posta accanto al ponte di Sant’Apollonia è uno dei pochi rumori che irrompe nel silenzio domenicale della periferia interna della città murata. Su e giù, in lungo e in largo, danni chilometrici chiusi in un’apparente calma. L’impressione è assolutamente devastante. Non che me ne sia accorto ora.

Il fatto è che ogni volta sembra essere la prima. Solo attraverso le storie che mi raccontano mio padre e il mio amico Lucente, con il quale spesso mi accompagno in queste divagazioni, quelle case e quei vicoli sembrano ridestarsi, prendere nuovamente forma e rianimarsi. Intanto il tempo passa ed è sempre più difficile riproporre il problema aquilano all’opinione pubblica. Gli italiani ci hanno lasciato qualche anno fa pensando che la nostra fosse divenuta la città dei balocchi, dove tutto era possibile o quantomeno tutto sarebbe stato possibile. Ma il tempo ci racconta un’altra storia.

Le ferite della nostra terra sono tutt’altro che rimarginate. La crisi economica che investe le famiglie non fa sconti a nessuno. Figuriamoci qui da noi. A riguardo, è bene ascoltare cosa ne pensano i “pionieri del Centro”, quei pochi commercianti che hanno avuto la forza e il coraggio di riaprire le attività nel cuore dell’Aquila! Prendiamo nota e proviamo a proporre la questione aquilana sotto un altro profilo. Partiamo innanzitutto dal presupposto che con un adeguato piano di prevenzione e una corretta ricostruzione in futuro si spenderebbero molti meno soldi per le catastrofi come la nostra o per i dissesti idrogeologici. La messa in sicurezza del territorio peninsulare è un grande investimento per l’Italia del futuro.

Le ultime agevolazioni fiscali vanno in questa direzione, anche se manca un programma di più ampio respiro. E quale migliore occasione occupazionale costituirebbe l’impiego di maestranze nel cantiere più grande d’Europa? Il lavoro, come sappiamo, genera equilibrio sociale e progresso. Una dislocazione di salariati e di autonomi tale produrrebbe reddito del quale beneficerebbe tutto l’indotto economico locale e non. Ma, per mettere in funzione tale dispiego di forze è necessario che il Parlamento produca una legge, assolutamente indispensabile, per reperire un flusso costante di risorse (anche se variabile) di concerto allo stato di salute in cui versa l’economia nazionale, poiché ritengo sia assolutamente umiliante elemosinare aiuti altrui per ricostruire qualcosa il cui peso economico va oltre le potenzialità reddituali di una piccola comunità come la nostra. Noi, aquilani, invece, abbiamo e avremmo l’obbligo di dimostrare che i contributi eventualmente conferitici siano e saranno spesi nel migliore dei modi. Auguri L’Aquila.

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