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L’Aquila, quel Natale del 1943

di Vincenzo Battista

Una città, L’Aquila, che quel bambino, solo da dietro un vetro poteva vedere, la città, raccontata, rivelata, giorno dopo giorno in quei pochi metri quadrati, dalla finestra di una via del centro, tanto tempo fa, indietro nel tempo, che sembra l’inizio di una fiaba, ma erano il giorno di Natale del 1943, e quel bambino e la sua famiglia vennero presi, “scovati”, ma prima il rumore assordante degli stivali che salivano le scale, poi la casa che sembrava si scuotesse, quasi ondeggiasse e tremasse come lui, quel bambino, e poi le urla, e poi il silenzio, in quella casa.

Il resto del racconto, nel suo epilogo drammatico, narra una micro-storia sconosciuta della città, di tanti, che nel dramma collettivo “tesero le mani”, per aiutare una famiglia, trascinata, condotta a forza, con i gesti, sfidando la tragedia, la gente della città, le mani della città solidale nelle poche cose che poteva offrire, nei piccoli involti di alimenti, nel vestiario, nelle povere cose, mentre la famiglia si allontanava, e dietro, un piccolo corteo, una scena, uno sfondo, possiamo immaginarlo come una strisciata di un film neorealista, una “fotografia d’epoca” archiviata, ma che dobbiamo rintracciare da qualche parte, una fotografia metafora di condivisione civile, collettiva, visione di una profonda appartenenza, che abbiamo smarrito, che ci manca, maledettamente ci manca, adesso, qui, per cercare questa volta di raccontare il nostro tempo anch’esso smarrito.

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