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Porta Barete, un vezzo architettonico

Lettera dei residenti di Via Roma/Santa Croce

«Sono un milanese dei navigli»: tanti di voi avranno sentito questa frase. Chi ne conosce il significato sa che è un’affermazione che basta a se stessa. Per chi non la conoscesse sta ad indicare il milanese che è nato all’interno del perimetro tracciato dai navigli, nel nocciolo antico della città. Questa persona viene rispettata come chi conosce profondamente il posto delle proprie radici, vantando con orgoglio la propria origine.

Anch’io sono un’aquilana “intra moenia” o almeno lo ero, visto che il terremoto mi ha sradicata dal palazzo che si trovava all’interno delle mura urbiche, nel cuore della mia amata città. Ripeto: il TERREMOTO mi ha sradicato da lì, dunque un fenomeno naturale senza un’intelligenza, senza una coscienza che ha inconsapevolmente creato il problema. Ma fortunatamente, come dice il proverbio, ‘a tutto c’è rimedio fuorché alla morte’ e siccome non sono morta e l’ingegno umano è in grado di ricostruire, aspetto con ansia, come tutti gli aquilani, di rientrare a casa, di tornare alle mie radici, a quel posto del cuore che è la propria dimora, fatta non solo di mattoni e ferro ma di ricordi legati ad un particolare scorcio, ai rumori consueti della routine quotidiana, al mutare delle stagioni che osservavo dalla mia finestra, insomma ai miei posti dell’anima. Invece ci si preoccupa di aspetti molto più terreni, di tipo turistico e demografico.

Dopo l’ennesimo intervento sulla stampa di personaggi noti ma poco informati che si sono fidati erroneamente di informazioni approssimative e di passaparola, sottoscrivendo interventi di cui si conosce l’esteriore valenza artistica, ma non certo quella tecnica oggettivamente realizzabile, non si può più tacere.

I residenti della zona di Via Roma/ Santa Croce, anonimi cittadini senza nomi altisonanti, “fatti di carne e sangue”, come ricordava uno di loro nel corso dell’assemblea cittadina del 19 novembre, sono stufi dell’importanza mediatica data solo ai soliti personaggi e se è vero come è vero che “uno vale uno” io non sono meno cittadina e non ho meno voce in capitolo di un sedicente studioso a cui la vera autorità competente, il dottor Magani, ha educatamente fatto capire che lì sotto non c’è nulla da riportare alla luce.

L’insistenza di Monsignor Antonini diventa niente più che il capriccio di un singolo, misteriosamente (?) sostenuto dalla politica. Ma forse è proprio qui il punto, la politica: parliamo di cittadini o di elettori? Se parliamo di cittadini, i residenti della zona non sono cittadini di serie B e vanno non solo ascoltati come chiunque altro aquilano, ma vanno tenuti in maggior considerazione se si pensa che le decisioni che si prenderanno saranno sulla loro pelle. Oppure parliamo di elettori, ed allora il problema sta in questi termini: residenti di zona contro resto del mondo , cioè pochi incoscienti insensibili ed egoisti contro il resto della cittadinanza che si vede sottratto questo “patrimonio dell’umanità”. Troppo facile dire chi vincerà. Diciamo agli aquilani, inoltre, di stare in campana perché se questi sono i criteri di attuazione della partecipazione devono mettere in conto, prima di rientrare a casa propria, il possibile intervento del monsignore di turno che potrebbe voler ridisegnare anche il loro quartiere, la loro strada, la loro casa.

Non siamo disposti ad immolarci in nome di biechi interessi economici e/o turistici. Dovremmo vivere male la nostra intera vita in nome di un turista che passando per L’Aquila in un giorno della sua vita faccia visita alla finta porta Barete? O il modello turistico che vogliamo proporre è [i]Disneyland[/i] con la ricostruzione posticcia di quello che, per stessa ammissione del prelato, non esiste più? Infine se tanto si contestano le fantomatiche brutture edilizie a ridosso dell’altrettanto fantomatica porta, che dire della sua vicinanza alla maxi rotatoria? O vogliamo dire che il contrasto è voluto e che porta Barete sta alla maxi rotatoria come il Louvre sta alla Piramide Louvre?

E ancora: come commentare il colpevole silenzio dell’amministrazione circa la realizzazione del parcheggio su cui si insiste tanto? Facciamo una bella spianata in zona a cui aggiungere, tra qualche tempo, al posto delle nostre abitazioni un fantastico Hotel “Porta Barete” che, con il placet di Monsignor Antonini, ospiterà i numerosi turisti che verranno a visitare la nuova attrazione cittadina. Certo, perché saranno solo loro ad aggirarsi in zona, tenuti in maggior considerazione dei cittadini residenti e vivi nel 2013 in questa caricatura di città, pronti a lasciarla per un trattamento più dignitoso altrove.

In nome della storia si passa sul fatto che noi siamo la storia odierna di questo luogo. Per i viventi dell’anno domini 2013 gli scorci, le strade, le visuali consuete di prima del terremoto hanno la valenza emotiva della “storicizzazione”. Il sisma ci ha già tolto abbastanza, non aggiungiamo ferite.

Tutto questo malcontento per un’antiporta che, una volta eliminati i puntellamenti, è già visibile e sufficientemente deturpata dal centro commerciale di Via Vicentini (del cui abbattimento, però, nessuno fa richiesta). Non sarebbe molto più semplice lasciarla lì restaurata e murata ad attrarre turisti? O dobbiamo fisicamente passarci sotto pagando un fiorino come Benigni e Troisi? In effetti il riferimento ha una sua logica: «Non ci resta che piangere».

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