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Parco Sirente Velino, opportunità o limite?

di Roberta Galeotti

Il progetto di riperimetrazione del Parco Sirente Velino, presentato dal consigliere Luca Ricciuti e osteggiato da molte associazioni ambientaliste ha fatto molto discutere. Il disegno è stato ritirato ieri in seconda commissione, ma resta ancora difficile capire l’utilità del progetto, o l’utilità di un parco tanto esteso nel territorio provinciale.

Per comprendere meglio il valore aggiunto dell’inclusione in un Parco dei territori aquilani abbiamo intervistato l’ex comandante della stazione forestale di Tornimparte e Sassa, il sostituto commissario Antonio Valerio. Amichevolmente chiamato da tutti Tonino, il ‘maresciallo’ ha diretto la stazione dal 1974 al 2004 e in questi 30 anni ha conquistato la stima e il rispetto di tutte le figure che vivono quotidianamente la nostra montagna. Ha iniziato la sua carriera dirigendo la stazione di Bisegna, nella valle del Giovenco, nel 1967. Il sostituto commissario Valerio è un’icona del Parco Sirente Velino. Originario di Campana di Fagnano Alto, il signor Tonino, pur amando le nostre montagne (tanto quanto i prodotti e le tradizioni che le caratterizzano), ha le idee molto chiare sul Parco.

{{*ExtraImg_177925_ArtImgRight_300x192_}}Istituito nel 1989 l’ente Parco ha «inglobato territori e comuni interi senza salvaguardare le tradizioni e le micro economie di questi posti», spiega Valerio. Indicando la piana di Campana di Fagnano Alto il ‘Maresciallo’, come lo chiamano tutti, spiega che «l’inclusione nel Parco di interi comuni come quello di Fagnano, ad esempio, ha creato più problemi che vantaggi». Il Maresciallo ritiene, infatti, che «debbano essere inclusi in un parco tutti quei territori di pregio che vanno tutelati da deturpazioni di ogni genere» ma non interi territori e comuni senza distinzione alcuna.

«Non sono state salvaguardate nemmeno le tradizioni dei posti inclusi nel parco, scontando prezzi alti per l’equilibrio di questi piccoli ecosistemi – spiega – Un esempio su tutti: in questa zona c’era l’abitudine di tagliare una o due coppe di bosco ([i]una coppa equivale a 600 metri quadrati[/i], ndr), ognuna rende circa 40/50 quintali di legna utilizzati per la scorta invernale. L’inclusione di questi boschi nel parco Sirente Velino ha prodotto l’applicazione di regole e il rispetto di normative specifiche che ha obbligato anche l’anziano di Fagnano a richiedere ad un agronomo una incidenza ambientale per la coppa di macchia da tagliare, cioè una relazione di un professionista che autorizzi il taglio. A fronte di un valore di circa 200 euro di legna la valutazione del professionista incide per oltre 500 euro. Questo ha portato all’abbandono dei boschetti privati», che, per esperienza diretta, Valerio ci descrivere come «i margini esterni dei grandi boschi».

{{*ExtraImg_177926_ArtImgRight_300x192_}}L’anziano di Fagnano del nostro esempio opterà per l’acquisto di legna già tagliata e anche più economica.

«Così – aggiunge Valerio – l’abbandono delle macchie ha portato all’incuria delle strade di accesso ai grandi boschi, con il risultato finale che nel periodo degli incendi le strade di accesso non sono più pulite e curate, come erano una volta quando i nostri anziani le battevano avanti e indietro per le loro scorte di legna, ma risultano inselvatichite e ristrette dai rovi e dai nuovi polloni».

Inoltre, prosegue il Maresciallo, «ogni infrazione rilevata all’interno del Parco, oltre alla pena pecuniaria comporta una denuncia penale. Spesso i cittadini nemmeno conoscono tutte le norme che regolano la vita all’interno di un parco. Sostare con l’auto su di una strada sterrata all’interno del Parco prevede una pena pecuniaria e una denuncia penale».

Secondo il saggio forestale «sarebbe stato più proficuo inserire all’interno del Parco esclusivamente le zone degne di pregio, le bellezze naturali da preservare e difendere. Dall’Aterno, ad esempio, verso Terra Nera, o Stiffe, Bominaco, queste possono essere zone di grande valore da difendere da deturpazioni, ma la piana di Campana o piuttosto la zona verso Ripa Fagnano non hanno caratteristiche morfologiche che necessitano l’inclusione in una zona Parco».

Un quadro molto esaustivo di una situazione estremamente delicata e complessa. Un Parco che nell’immaginario collettivo degli anni ’90 avrebbe dovuto creare ricchezze e liquidità per i singoli sindaci, ma che in sostanza non sembra aver agevolato la vita dei cittadini e nemmeno lo sviluppo di economie locali.

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