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Il ‘Facocchio’, la Fiat aquilana

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di Vincenzo Battista

Per cercarlo siamo partiti dal mercato di piazza Duomo, dagli ambulanti, ed è lì che ritorneremo. Il “[i]facocchio[/i]”, ci dice, e aggiunge “[i]la Fiat dell’Aquila[/i]”.

Rigiriamo tra le mani alcune fotografie d’epoca relative agli “Orti Cipolloni”, nei pressi della Villa comunale, a sud della città dell’Aquila, in via dei Giardini, dove più tardi incontreremo il “facocchio”. La via fu aperta, con un lavoro di sventramento, nel 1933, e sicuramente creò perplessità a Mastro Alberto, classe 1861, che nella piazzetta delle Acacie aveva la “bottega deglju Facocchiu”.

Fu demolita e lui, con gli attrezzi e i conigli che giornalmente si muovevano in direzione della villa comunale, si trasferì in via dei Giardini, perché “[i]dovevamo rimanere nella zona[/i]”, ci dice Carlo Fossi, che intanto ci ha raggiunto, nipote di Mastro Alberto, terza generazione del “facocchio” (singolare maschile: chi costruisce e ripara le carrozze trainate dagli animali), mentre apre la porta scorrevole che immette in una sorta di macchina del tempo: l’officina, la “bottega”.

All’interno, nel cortile e sotto le tettoie, si costruivano i carri, le mambrucche, le “vignarole”, il calesse, le bighe, le vetture di oggi, che per metterle insieme, ci dice, “[i]ci voleva una settimana con tre o quattro persone che lavoravano i pezzi[/i]”. Chiude la porta scorrevole alle nostre spalle e inizia questo back-ground nella cultura materiale e nella memoria dei costruttori di carri.

“[i]Dai Piani di Cascina[/i] – continua il racconto – i [i]contadini, all’imbrunire, per cercare di nascondersi, arrivavano all’Aquila, passavano per via XX Settembre che era tutta polverosa, con i muli che portavano sul basto, la sella, due tronchi lunghi di faggio che noi lavoravamo per fare le stanghe al carretto. Nel 1937 un carretto costava anche 800 lire; nel 1947 in media costava 10.000 lire. Si combinava, si faceva il baratto con il valore del grano, del maiale, delle patate[/i]”.

Quattro erano le arti minori che si riunivano intorno alla costruzione del carro, raro esempio di capacità interdisciplinare che sommava diversi mestieri. Il lavoro di falegname si integrava con quello del fabbro, del ferramenta e della decorazione pittorica a mano come conferma Fossi: “[i]Dai blocchetti di legno di cerro, a mano, si ricavavano i raggi del carro; dalla noce le centine e il mozzo; l’olmo per le traverse e il faggio per le stanghe; oppure i bulloni si facevano a mano. Preparavamo le teste battute calde all’incudine e scaldate alla forgia” [/i]. [i]“Mio nonno – continua Fossi – aveva la bottega nello slargo della piazzetta delle Acacie, dove oggi c’è il cinema Massimo, il Grande Albergo e la Previdenza sociale. I carrettieri venivano da Porta Napoli, si fermavano da mio nonno. Era una posizione strategica. A piazzetta delle Acacie facevano la sosta. Erano i toccolani o i contadini della Valle Peligna. Avevano viaggiato da due giorni. Dormivano dentro i carri, con gli animali. L’ultimo carro l’abbiamo costruito nel 1966”[/i].

Un procedimento complesso, articolato, la costruzione del carro. Le regole erano molte: si parla di convergenza delle ruote di legno, di assale, di giogo ed equilibratura. Poteva succedere anche due volte l’anno, i carri dovevano essere riparati e consegnati subito per i lavori nei campi. In alcuni passaggi della descrizione non lo seguiamo più ed è inutile cercare un manuale. Questo “arsenale” dei saperi fuori dal tempo, di tradizione orale, non ha scrittura ed è stato ereditato quasi fisiologicamente attraverso la trasmissione delle esperienze, con la conoscenza sul campo.

La “Fiat aquilana” e il suo indotto

La bottega del “facocchio”, la “Fiat dell’Aquila” aveva il suo indoto, i laboratori artigiani, che provvedevano a realizzare i “componenti” del carro che poi venivano assemblati. In via Castello (“i funari”, Rovo Giuseppe); piazza della Prefettura (“i sellari, finimenti per i cavalli, Ibi Pasquale); via S. Antonio Pinto (“i mastari”, De Santis); via S. Giusta e S. Flaiano (i sellari, Liberatore); via cascina e Vico Troiani (i falegnami, legno grezzo, Di Cola); via Fontesecco e via Giorgetto (tornitore Tanturri Armando); ss17 bis, sotto le mura (tagliatore tronchi, Paolo Parisse, la segheria del Vetoio); via s. Giusta (ferramenta Maurizi, forniva i colori per decorare i carri. Il rosso, il minio di piombo, il blu oltremare. Si utilizzava l’olio di lino come base, e la biacca, una polvere bianca); piazza Duomo (ferramenta, Fiordigigli); piazza della Prefettura (ferramenta, “Pierino”).

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