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L’Aquila, 70 anni fa il bombardamento

di Giovanni Baiocchetti

8 dicembre 1943 – 8 dicembre 2013. Esattamente settanta anni fa ventisette aerei americani bombardarono la stazione ferroviaria e l’Officina carte valori della Banca d’Italia all’Aquila. In occasione del drammatico anniversario, ci affidiamo ad un ricordo. Il ricordo di Gabriele Sfarra, allora 21enne. Il ricordo di quella che sarebbe dovuta essere una giornata spensierata.

«L’8 dicembre 1943 – racconta – L’Aquila viveva una luminosa giornata di sole. Da cinque mesi lavoravo come impiegato all’Inps, nella storica sede di Capo la Villa, e i miei nuovi colleghi avevano organizzato proprio per quella data un incontro conviviale in una villetta in zona Acquasanta, nei pressi del cimitero. Era un appuntamento molto sentito, tanto che da giorni le colleghe erano impegnate nei preparativi.

Nella tarda mattinata, mentre le donne davano gli ultimi ritocchi alla tavola, io e altri colleghi maschi eravamo nel giardino della villa a chiacchierare del più e del meno quando notammo sopra le nostre teste un apparecchio ricognitore che disegnava in cielo un grande cerchio. Uno dei presenti, che era stato militare, ci spiegò che quel tipo di manovra preannunciava un bombardamento. La cosa ci gettò nello sconcerto e ci sorprese: quale motivo potevano avere gli americani per bombardare una cittadina tranquilla come L’Aquila?

Purtroppo, la conferma arrivò una decina di minuti dopo. Un forte rombo accompagnò l’arrivo di tre squadre di Fortezze Volanti, ciascuna composta da nove apparecchi: ventisette bombardieri pronti a sganciare bombe sulla nostra città. E così fu: in un’atmosfera surreale assistemmo allo sganciamento delle prime bombe, che ci sembrava fossero cascate nella zona della stazione ferroviaria, dall’altra parte della città. L’immensa nube nera che vedemmo arrivare verso di noi, ci dette tuttavia l’impressione che L’Aquila fosse stata bombardata nel suo centro, tanto più che alcune schegge passarono a poco più di un metro dalle nostre teste. Ricordo perfettamente che una di queste si conficcò in una pianta di mandorlo del giardino dove ci trovavamo. Inutile dire che di tutto il cibo preparato non riuscimmo a consumare nulla.

Verso le tre del pomeriggio, quando la situazione sembrava un po’ più tranquilla e ricevemmo rassicurazioni sul fatto che tutti i nostri congiunti erano salvi, mi incamminai verso casa, a Colle di Roio. Scesi verso San Elia per poi attraversare il fiume e la ferrovia e salire verso casa, con la preoccupazione che anche quel tratto di ferrovia potesse essere soggetto ad un ulteriore bombardamento. Ricordo che corsi per un bel pezzo, finché non mi sentii un po’ più al sicuro.

A Poggio di Roio, sfortunatamente, mi imbattei in una pattuglia di tedeschi composta da due soldati armati di fucile. Istintivamente sarei tornato indietro per evitare di incontrarli, ma subito mi resi conto che la mossa avrebbe potuto insospettirli. Le reazioni dei tedeschi erano imprevedibili. Uno dei due si avvicinò e con un perfetto accento italiano mi disse “buongiorno”. Con altrettanta sicurezza risposi al saluto e proseguii sulla via del ritorno. Ricordo ancora il terrore di quei momenti, quando camminavo sapendo di avere alle spalle due soldati che mi guardavano e che, magari per gioco, avrebbero potuto spararmi».

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