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Abruzzo bocciato sui portaborse

Così come accaduto per il Piemonte, la Corte costituzionale boccia anche la norma del Consiglio regionale dell’Abruzzo che salvava dai tagli del 50 per cento i cosiddetti “portaborse“, il personale a tempo determinato dei gruppi politici assunto a chiamata diretta a palazzo dell’Emiciclo: una cinquantina di persone, ora a rischio in vista delle elezioni del maggio 2014.

Lo scorso 2 dicembre, infatti, con sentenza numero 289, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 2, della legge regionale 48 del 28 settembre 2012, dando ragione al ricorso della presidenza del Consiglio dei ministri.

Pur allineandosi al taglio del 50 per cento delle spese per il personale, come imposto da una legge del 2010, dicono i giudici, la norma abruzzese ha previsto una deroga appunto per il personale dei gruppi, fatto che la «rende costituzionalmente illegittima». Secondo la Corte costituzionale, «la particolare rilevanza del carattere necessariamente fiduciario nella scelta del personale, a tempo determinato, degli uffici di diretta collaborazione, se può autorizzare deroghe al principio del pubblico concorso nella scelta dei collaboratori, non consente deroghe ai principi fondamentali dettati dal legislatore statale in materia di coordinamento della finanza pubblica». Di qui l’obbligatorietà del taglio della metà delle spese per il personale e la bocciatura della legge abruzzese.

I paletti richiamati dalla Consulta sono quelli fissati all’articolo 9, comma 28, del decreto legge numero 78 del 31 maggio 2010, poi convertito nella legge numero 122 del 30 luglio. Con questo provvedimento, il governo Berlusconi fissava “[i]Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica[/i]”.

Alla luce della sentenza dei giudici costituzionali, alla scadenza della legislatura molti lavoratori dovranno lasciare il proprio posto o trovare forme alternative di impiego pubblico. Si tratta, in alcuni casi, di “precari” storici dell’Emiciclo, che hanno anche quindici o vent’anni di contratti, rinnovati di volta in volta, a ogni scadenza elettorale, all’atto dell’insediamento dei nuovi rappresentanti politici regionali.

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