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L’Aquila, facciamo una città bella

di Giancarlo De Amicis

Gridarono tutti insieme: «Facciamo una città così bella che nessun’altra nel regno le si possa paragonare».
E’ la celebre frase riportata sulla Cronaca Aquilana rimata di Buccio di Ranallo che mostra il desiderio di una comunità che, seppure dispersa nelle aree circostanti del contado, esprime un chiaro desiderio di bellezza, proveniente da un’anima collettiva, e infervorata da un mito affettivo condiviso.

Desiderare una città bella o rigenerarla, manifesta non solo la volontà di occuparsi del suo assetto fisico, dei suoi spazi chiusi e aperti, pubblici e privati, ma anche il prendersi cura dei valori simbolici, dei significati che appartengono in larga misura alla sua storia – e non solo a quella lontana – e ai suoi monumenti – e non solo a quelli esistenti.

Il desiderio della “città bella” appartiene poi alla sfera intima del singolo cittadino: una sembianza che si deposita nel vissuto dei sentimenti individuali e che si forma nel tempo, in rapporto con particolari spazi, ai quali si legano ricordi ed esperienze singolari.

Una città bella è una realtà psico-fisica in cui convivono e si intersecano incessantemente più dimensioni di attrazione. Quel “gridarono tutti insieme” riferito dal cronista, invoca una visione di città che contiene al suo interno la consapevolezza di questi punti di connessione fra la città degli spazi materiali, la città dei simboli e quella intima, legata all’esperienza individuale.

L’Aquila venne edificata con l’intento di farne un luogo di riconoscimento e di appartenenza di individui fino allora dispersi nei contadi; una città capace di offrire ai suoi futuri abitanti momenti eccezionali, in una percezione sensoriale di spazi fisici e di monumenti. Questo ieri.

Oggi una “magna carta” sulla rigenerazione di l’Aquila città bella – capace di intensificare le succitate corrispondenze- non è stata ancora scritta.

Per L’Aquila, reduce da un trentennio di interventi sul territorio orientati da interessi privati, piuttosto che da scelte tese a valorizzare il bello come “bene collettivo”, la prospettiva di “città bella” sembra ancora impraticabile, per alcuni addirittura anacronistica. Tutto ciò finché non ci si orienta verso una chiara visione politica del futuro. La bellezza della città storica traeva origine innanzi tutto dalla sua identità, conferita sia dalla delimitazione fisica dello spazio comunitario, che si realizzava nel sistema delle mura urbiche, sia dalla centralità dei luoghi contrassegnati da un’architettura pubblica, che ritrovava organicità nella ricorrenza modulare delle piazze.

Oggi, con una periferia che si sfrangia a dismisura man mano che ci si allontana dal centro storico, sono proprio la delimitazione dello spazio comunitario e la centralità dell’architettura pubblica ad essere le grandi protagonisti escluse dallo scenario urbano. La prima è stata rimossa da una urbanizzazione della campagna che si sfuma senza limiti, la seconda è stata eliminata dall’illusoria convinzione che la città storica – nella quale i luoghi centrali avevano costituito la trama dell’intero tessuto urbano – potesse ancora rappresentarsi come unica centralità di un nuovo contesto urbano esteso oltre sette volte quello originario.

Le mura sono un simbolo essenziale dell’identità cittadina; in quanto racchiudono uno spazio condiviso, esse trasmettono il senso di appartenenza. Per diventare bella la città di oggi ha bisogno di costruire nuove mura perimetrali, tese a comprendere l’intero contesto della civitas; mura, il cui elemento innovativo, rispetto alla tradizione, è la loro natura originata da un diverso paradigma urbano che dalla “città lapidea” si sposta verso la “città verde”.

Le nuove mura urbane aquilane vanno costruite con sistemi verdi e boschivi, composti da parchi, zone fluviali, aree agricole attraversate da filari. Esse, oltre a fornire precise risposte di natura ambientale ed ecologica al paesaggio urbano, vengono a toccare direttamente la vita quotidiana dei cittadini, configurandosi come sequenza di spazi pubblici atta ad ospitare al suo interno servizi per il gioco, lo sport, la cultura, l’agricoltura e diventando luoghi per istanti di memorizzazione intima.

Un altro simbolo di rigenerazione urbana a cui L’Aquila dovrebbe fare riferimento, è quello dei luoghi centrali che definiscono un modo nuovo di concepire l’architettura come componente sostanziale nel fare politica. La bellezza della città murata nasceva da un senso di centralità che si estendeva sull’intero tessuto urbano. Essa scaturiva dalla presenza di un’architettura pubblica che, rivolgendosi a tutti i cittadini, dichiarava la sua natura di opera aperta all’uso collettivo. Questa architettura, oggi sparita dallo scenario della città contemporanea, va riproposta sul tessuto dell’intera trama della periferia urbana, attraverso la creazione di nuovi poli di attrazione, situati soprattutto nel contesto dei tessuti residenziali che ne sono privi.

La dimensione pubblica dell’architettura, che in tali poli dovrebbe trovare la massima risonanza, non risiede unicamente nella sua funzione, ma viene a interessare anche il piano simbolico, poiché con la sua sola presenza, essa viene a veicolare un messaggio di attenzione e cura verso la comunità locale. A l’Aquila, il progetto degli spazi pubblici potrebbe essere il laboratorio per una prospettiva innovativa e coraggiosa del fare politica.

Allora, fare una città bella, in una contesto sociale e spaziale che da quattro anni sopporta i pesi delle macerie, significa «saper fare (Boeri) quello che una politica seria dovrebbe sempre fare: costruire visioni del futuro radicate nel quotidiano presente.»

 

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