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L’Aquila, quando la città parlava

di Raffaella De Nicola

Quando la città parlava era un altro tempo . . . Era un linguaggio, il suo, nato all’unisono con la terra, contaminato dalla storia, entrato fra le vie e le piazze per esprimerne la filosofia, il pensiero, scovarne le emozioni più immediate e raccontarle.

Ha attinto dai “serbatoi più genuini della dialettalità municipale” per narrare la storia, sin dagli albori, siamo nel 1355, è Buccio, giullare forse, sicuramente letterato, autore del poema a rivelare, in versi rimati, le cronache dell’Aquila. Ha ispirato, sempre il linguaggio, più raffinato, la lirica cortigiana e i sonetti: il sarcasmo delle espressioni popolari, gli strambotti e le barzellette dell’altro artista, Serafino aquilano, famoso, imitato, richiesto, siamo arrivati alla fine del 1400 e i suoi componimenti accompagnano il matrimonio di Lucrezia Borgia a Roma.

Viaggia, il gergo popolare, si muove opaco e poi sempre più forte, muta anche se non invecchia, siamo all’oggi, passa sotto i portici, i quattro cantoni, esplode nella piazza, avvolge sotto una calotta un territorio, lo identifica, lo blinda nel contesto regionale, ne rappresenta il modo di vivere. Sferzante il [i]temé esso quissu[/i], massima per eccellenza, con il peggiorativo, nella scala della diffidenza sociale, [i]ariesso quissu[/i].

A lui, al dialetto, ambasciatore virtuale, intangibile, immateriale, è delegato ora, nel vuoto della geografia fisica, il compito di mantenere identità e presupposti culturali condivisi, in una geografia di memoria che vuole raccontare nuove vite.

Gergo di terra, plasmato nei tempi da antiche storie transumanti, sfila sui tratturi delle [i]wireless[/i] e sulle vie delle [i]wi-fi[/i], su spazi aerei tratteggiati dai siti internet, dai [i]social network[/i], dalle pubblicità, dai video sui siti nati dopo il sisma, spinge come leva su radici divelte, ricrea il bisbiglio delle nostre memorie.

Si è rafforzato, in questo viaggio, ha preso potere, si è diffuso, caricato di vissuti, ha scovato corde intime nei nostri antri mentali, ha percorso linfe venose dei nostri corpi per condividere e custodire.

Il dialetto, il linguaggio dei sentimenti, rivendica irrimediabilmente, con la genuinità che gli è propria, un’identità non cedibile, un atto d’amore creativo che vola e ci battezza nuovamente dopo il sisma.

E ci riporta la schiettezza e l’ilarità di un tempo diverso, quando la città parlava, di muto c’era solo l’angelo e tutto intorno il brusio contagioso di una vita, ora silenziosa.

Non troppo silenziosa, però, se il vitalismo di un linguaggio trova altre strade, come l’acqua che trova sempre vie, si infila comunque, nutre le radici di una città sommersa, ti scova e ti ricorda, ti annoda al territorio, conserva suoni familiari con la sua voce. La voce di una città che continua a parlare, come un fiume sotterraneo che scorre in un alveo nascosto, lo scava, lo modella, nonostante le fratture e gli enormi silenzi.

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