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Sport

Ironman 70.3 Italy a Pescara

di Alessandro Pupi

Come programmato sveglia alle 7 e in cucina non ho lasciato la caffettiera sul gas, ma la pentola per la pasta. Un etto e mezzo di penne rigate condite solo con un filo d’olio e cotte rigorosamente senza sale nell’acqua. Per “secondo” gallette di riso con un po’ di prosciutto crudo. Molta frutta. Non sono per niente teso ho solo tanta voglia di fare la gara.

È una piccola sfida con me stesso, il mio obiettivo è finire la gara e non sono certo di questo perché in marzo per più di 10 giorni non mi sono allenato e il mio limite di pausa è tre giorni, poi faccio una fatica terribile. I primi di maggio sembra che in piscina mi si sia “spostata” (così ha detto il fisioterapista ma che significa lo sa lui) l’articolazione della spalla sinistra. Che dolore ogni bracciata. Io non bestemmio ma in quei giorni quante ne ho tirate. Semplicemente perché quel fastidio che dopo 40/45 vasche diventava dolore non aveva motivo di esistere.

Ultimo in ordine cronologico una specie di raffreddore-influenza che non mi ha neanche sfiorato tutto l’inverno, giustamente si presenta a fine primavera. Non fa niente, ho aspettato sto 9 giugno per non so quanti mesi e adesso è arrivato. Prendo la macchina, parcheggio della stazione ferroviaria, che la domenica non si paga, e aspetto le dieci per entrare in zona cambio.

La società tedesca che organizza quasi tutti i 70.3 in Europa è fantastica: non si entra né alle 9:59 né alle 10:01 ma alle 10:00. La bici è a posto: sul tubo orizzontale ho nastrato 3 barrette e 3 gel. Due borracce da 750 cc, le gomme sono a posto (la posteriore mi tradirà… come Giuda!). Manca molto alla partenza ma non sono né teso né nervoso. Mi siedo su una panchina davanti la Nave di Cascella e faccio stretching. 11:30 indosso la muta ma fa caldo e la lascio alla vita. Vado in spiaggia e occupo abusivamente l’ombra di un ombrellone. Guardo perplesso non tanto le onde che non mi spaventano, ma la corrente: si vede chiaramente che non ce n’è poca ed ha direzione nord.

Il vento a partire dalle 9:00 del mattino è normalissimo che si alzi fino ad arrivare al picco verso le 14, ma sta corrente non mi piace molto, perché non è che io possa allenarmi 3 volte la settimana in acque libere. Ci siamo. Partono i Pro. Impiegheranno 24 – 25 minuti per fare il chilometro e novecento. Tocca a noi M35-39. Non si parte dalla spiaggia come gli anni scorsi ma direttamente dal mare in corrispondenza della barriera frangiflutti.

Inizio tranquillo ma deciso e non mi spaventa qualche manata di qualche collega: anch’io ne distribuisco a destra e sinistra ma mai con cattiveria. Dopo un centinaio di metri inizio a fare i conti con la corrente che prima osservavo dalla spiaggia. In sostanza faccio molta fatica per andare dritto verso la prima boa di virata, e pur tirando appena fuori dall’acqua gli occhi ogni 20 – 25 bracciate per controllare la direzione, non riesco ad avere una traiettoria lineare. Del chilometro e nove ne avrò fatti più di due credo. Sempre o troppo a destra o troppo a sinistra. Solo quando rientro dentro gli scogli riesco a “puntare” l’ultima boa e a non zigzagare più. Ormai è tardi perché la batteria partita dieci minuti dopo la mia mi ha ripreso, e se non sono ultimo del mio gruppo poco ci manca. Avevo in mente di non impiegare più di 39 – 40 minuti invece quando esco dall’acqua il cronometro segna 46:30.

Non mi interessa poi tanto e sono contentissimo primo che la spalla non abbia “rifiatato”, secondo non sono stanco. Non sono assolutamente stanco. Saranno le penne alle otto di mattina, sarà che tutto l’inverno quando non lavoravo alle 9 ero in piscina. Corro verso la bici, non ho grandi difficoltà a sfilarmi la muta e l’unico problema adesso è la bocca secca e salata. Come i Pro ho lasciato le scarpe agganciate ai pedali, appena fuori dalla zona cambio salto sulla sella, faccio qualche pedalata con in piedi scalzi e poi come per magia indosso gli scarpini senza che li tocchi con le mani. Rido come un rincoglionito e penso: “neanche un Pro ci riesce!”. Asse Attrezzato, Sambuceto, tutti rettilinei in pianura e con le braccia sulle appendici riesco a stare intorno a 35 – 36 km/h ma non sto forzando. Arriva Pianella e due belle sorprese: la prima, la più grande, è che passo senza nessuna difficoltà i miei colleghi “age group” in salita, compresi quelli con le bici da crono da quattro cinquemila euro. Non sono forte io, hanno parecchi soldi loro! Seconda bella sorpresa il ristoro. Una bella signorina mi porge una borraccia di sali e finalmente via quella bocca secca e salata.

Arriva il dramma. La catastrofe. Nella discesa che porta a Cartiera su un tratto di asfalto perfetto, senza buche, senza ghiaia, liscio come un biliardo la ruota posteriore si sgonfia lentamente. Magari se si poteva evitare era un pochino meglio ma non fa niente. Mi fermo bici sottosopra e penso che non c’è un motivo per bucare in quelle condizioni di asfalto perfetto, ma ormai è così e devo solo muovermi. Fila tutto liscio, la bomboletta di CO2 funziona a meraviglia e riparto. Dopo il bivio per Passocordone mangio la prima barretta. Sono tranquillo e alla fine quei 5 – 6 minuti mi sono riposato e non sono sto gran dramma. Arriva qualche gocciolina di pioggia che non mi dispiace affatto e non mi dispiace neanche continuare a passare diversi colleghi sulle salitine fino a Nocciano.

E’ chiaro che in molti mi passano e vedo bene, ma bene bene, un ritmo che è terribilmente diverso dal mio. Prendo l’Asse Attrezzato per gli ultimi 20 km, quelli che riportano a Pescara e qui ancora una bella sorpresa che poi mi dicono dovuta al vento a favore: con le braccia sulle appendici e la testa più bassa possibile riesco a stare intorno ai 42 – 44 km/h. Non so se il merito è delle penne alle otto di mattina, del vento a favore o del fatto che ogni 20 km mi sono alimentato regolarmente. La cosa che mi interessa è che mi sento bene, le gambe girano e ho parecchia voglia di correre l’ultima frazione.

Chiudo in 2 ore 52 minuti e 17. Il mio computerino, che durante la riparazione è stato fermo, segna 2 ore 46 minuti ed i secondi non li ho visti. I conti tornano. Siamo sinceri: non è vero che non mi interessa di aver bucato! Ho sempre pensato che la sfortuna sia una scusa, che le scuse le trovano i perdenti, i vincenti invece trovano la strada. Così non ci penso più. Sono in zona cambio. Lascio la bici sulla rastrelliera, e corro scalzo a prendere la sacca rossa per l’ultima frazione. Mi sento bene, ho voglia di correre.

Durante la frazione di bici più o meno sei sempre solo con te stesso e la tua fatica, concentrato su quello che fai e su cosa stai per fare. Adesso c’è un mare di gente ai lati della strada che ti urla, ed anche il contatto con i colleghi-avversari è più stretto. Inizio a correre tra le persone a destra e sinistra che leggono il nome sul pettorale e mi incitano. Mi danno una carica terribile. Le gambe girano a “folle” ed è una sensazione che in allenamento non capita di sentire spesso. Sembra quasi possa stare poco sopra i quattro minuti a chilometro, senza grandi sacrifici. Quattro giri da cinque chilometri ma con ben due ristori a giro. Ogni volta che prendo un bicchiere dalle mani dei volontari per non smettere di correre, riesco a bere al massimo un sorso di acqua. Tutto il resto me la butto addosso. Le comiche! Ci sono anche pezzi di banana e spicchi di mele tagliati su un tavolo, e sono fantastici per me. Vado benino e per tre giri riesco a stare tra i 4 e 10 e i 4 e 15 a chilometro.

All’inizio dell’ultimo giro arriva la botta di fatica e sembra che le penne alle otto di mattina ormai non funzionino più! Inizio a pensare al traguardo che ormai non è così lontano e cerco di non rallentare. Fino a poco fa le gambe andavano da sole, adesso la testa deve continuamente richiamarle all’ordine per non calare il ritmo. Arriva anche il fiato corto, per me situazione poco conosciuta. Esco dalla Strada Parco e inizio il lungomare per l’ultima volta. La gente continua a leggere il nome e ad incitare e adesso è quasi indispensabile. Vedo in lontananza il gonfiabile ma cerco di non guardarlo e fisso l’asfalto. Arriva il totem pubblicitario Brooks. Ormai basta. Faccio vedere i quattro bracciali ai volontari, uno per ogni giro, e mi indicano di andare verso il traguardo.

Entro in un corridoio con il pavimento di legno, tantissima gente ai lati che mi applaude. Per un semplice caso sono solo in questi ultimi metri. Mi viene da piangere e non riesco a respirare. Ultima curva, il gonfiabile blu e una ragazza al microfono che dice “Alessandro sei un finisher”. Fa caldo ma sento freddo, sono contentissimo ma mi viene da piangere, insomma un casino! Mi danno una bottiglietta d’acqua e bevo finalmente da fermo. Cinque ore venti minuti e cinquanta secondi di gara, i parziali me li studierò domani sul sito, credo scandaloso il nuoto, benino la bici e la corsa.

Mi vivo questo momento che è tutto mio, perché l’ho costruito io da solo, un mattoncino sopra l’altro con un pò di pazienza e tanta costanza. Allenamenti sei giorni a settimana e quando non lavoro due volte al giorno, senza mai sentirlo come un sacrificio ma un grande piacere, se pioveva in inverno o era comunque freddo andavo a pedalare sulle ciclette del Verdeaqua: che tortura! È noioso al punto che se riuscivo a starci due ore facevo un segno rosso sul calendario. Adesso mi viene per un istante da pensare a quante volte le ragazze della reception del Verdeaqua alle 8:45 del mattino mi bloccavano all’ingresso dicendomi che era troppo presto per la piscina e stavano finendo le pulizie. Io chiedevo loro di potermi allenare alle 6 del mattino come fanno al Nord, ma la risposta era sempre la stessa. Ridevo allora, rido adesso. Penso che domani è lunedì e mi tocca il turno 13 – 21.30: sarà dura!

I livelli di attenzione non saranno al massimo. Farò due tre giorni di solo stretching poi ricomincio ad allenarmi, perché sto gonfiabile blu lo considero un punto di partenza. Mi vivo questo momento e sono felice.

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