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Il cesto di pane della Madonna Centurelli

di Vincenzo Battista

La donna si è lasciata alle spalle il paese, Caporciano, nell’altopiano di Navelli. Ha attraversato a piedi i campi, la lunga strada brecciata che taglia in due il paesaggio. Il cesto che porta sulla testa lo ha poggiato ai bordi del tratturo, vicino al lago Lacullo. Poi in fretta si è allontanata. Quello il posto scelto.

Dopo un po’ qualcuno, vestito di stracci e barcollante, uscito dal santuario della Madonna Centurelli, a poche centinaia di metri, ha raggiunto il cesto che contiene il pane e qualche altro prodotto, lo ha preso ed è tornato indietro, al lazzaretto ricavato nei locali della chiesa, dove vivevano in tanti, isolati, i malati della febbre “Spagnola”, pandemia influenzale che causò tra il 1918 e 1920 circa 40 milioni di decessi. Lì, alla fine, morivano e gli ultimi, raccontano, dovevano provvedere a seppellirli.

“A Caporciano non suonavano più le campane mi diceva mia madre – Giuseppina Di Giuseppe, classe 1924 – per la quantità di morti: due o tre al giorno, erano gli anni 1918, 1919″. La sepoltura avveniva solo con un lenzuolo. Il Comune aveva una cassa di legno e un carretto per trasportarli. Ad una donna addirittura morirono quattro figlie e a Bominaco, per la “Spagnola”, diciannove persone. Si invocava allora la grazia per la Madonna Centurelli, nel solco di una lunga tradizione, narra la storia mitica, che ha per protagonista una giumenta, con il suo carico prezioso.

L’effige della Santissima Vergine delle Puglie, lungo il tratturo, veniva riportata a Lucoli dai pastori. Poi il prodigio. La giumenta si ferma davanti alla chiesa Centurelli, un’architettura religiosa aquilana del XVI secolo per lucrare indulgenze, dalla particolare facciata verticale, anomala, con il rosone centrale che sembra richiamare invece la purezza dello stile romanico, almeno di un secolo prima, diffuso in tutta l’area. L’animale non vuole andare più avanti. Proseguirà poi, ma solo quando l’immagine religiosa verrà tolta dalla sella e poggiata infine sull’altare del tempio religioso, che incassò questo accadimento prodigioso per poi spalmarsi anche nei centri limitrofi e prendere forma nel culto delle processioni, un crocevia sacro per le popolazioni locali, come attesta la tradizione orale.

“Le processioni si facevano all’Ascensione – raccontava Fonzi Santa, classe 1912 – Le confraternite, a piedi, con i fedeli andavano a Centurelli. La prima che arrivava era quella di San Pio. Poi le confraternite di Tussio e infine noi di Caporciano. Tutti i santi delle chiese, tutte le statue, allora, si portavano a Centurelli. Da Caporciano, per portare le statue al santuario della Madonna, si doveva offrire il grano. Per ogni stanga delle quattro che sorreggevano la statua dare un “tummolo”, circa mezzo quintale di grano, per devozione, e anche per sciogliere un voto alla Madonna”.

“I pastori – continuava Santa nel suo racconto inedito – sulla via della transumanza facevano l’ultima sosta lungo il tratturo, prima di arrivare all’Aquila. Si accampavano davanti alla chiesa della Madonna Centurelli, per la posta, mentre i butteri preparavano il formaggio e la ricotta e la offrivano ai contadini che lavoravano i terreni.

Durante la Seconda guerra mondiale si andava a pregare al santuario per far ritornare i mariti dalla guerra. C’erano due statue, in pietra: San Cesidio e San Pietro Celestino nelle nicchie dell’altare maggiore e, al centro, un quadro della Madonna Centurelli. Un eremita viveva nella chiesa, chiedeva l’elemosina e girava i paesi.

La fiera di Centurelli, invece, cadeva il 2 luglio, durante la mietitura: si vendevano gli animali, le falciglie, i cavoli per trapiantare; allora si pregava, al vespro, e la chiesa si riempiva di persone.

I tedeschi occuparono Centurelli, sfasciarono tutto, buttarono giù le porte e misero dentro le pecore e i muli. La strada, mi ricordo, la statale 17, era brecciata, deserta, ci passavano i carretti diretti a L’Aquila per il mercato e il medico di Caporciano, Agrippa, prima con la bighetta e poi con la Balilla”.

Infine: “[i]Di cuore te ‘o dico Santo Vito, non mi ci fa rivenì più senza marito[/i]”; poiché dentro la chiesa Centurelli un affresco rappresenta il santo, veniva invocato. Era forse di buon auspicio, per cercare marito . . .

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