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Il campionato non mente mai

Il campo non mente mai. Il verdetto di Gerusalemme è stato tanto giusto quanto incontrovertibile: per la seconda volta consecutiva nell’arco di due anni (la quarta nella sua storia), la Spagna è campione d’Europa Under 21 e allinea un altro titolo prestigioso nella bacheca di una federazione che, dal 2008 ad oggi, con la Nazionale maggiore ha conquistato un mondiale e due europei.

Onore alla prima potenza del calcio e alla sua scuola che si esalta anche a livello giovanile: gioco di alta qualità sviluppato da interpreti ricchi di talento e capaci di un’impressionante velocità d’esecuzione degli schemi; gruppo molto solido, un allenatore come Julen Lopetegui che sta crescendo sotto l’ala del grande Del Bosque.

Il 4-2 della finale israeliana ha sancito la sconfitta dell’Italia di fronte ad un avversario di caratura superiore, ma deve essere un punto di ripartenza, per usare il lessico di Arrigo Sacchi che, come coordinatore delle nazionali giovanili, tanto bene ha lavorato in questo triennio.

Mangia ha esaltato lo straordinario torneo disputato dai suo ragazzi, capaci di riportare in finale l’Italia dopo nove anni scanditi da troppe delusioni: parole sante e un complimento sincero lo meritano il successore di Ferrara e lo stesso suo predecessore, il cui lavoro Mangia ha proseguito con bravura e coraggio, andando a pescare soprattutto in serie B i capisaldi della squadra.

Prandelli dal Brasile ha inviato all’Under 21 un messaggio carico di elogi e di significati. Il ct ha parlato di un risultato finale che inorgoglisce per lo spessore tecnico e per il valore di nuova cultura sportiva che risiede in questo secondo posto.

I cardini di questa cultura sportiva applicata alle Nazionali sono chiari, da tre anni a questa parte: inseguire il massimo risultato battendo la strada del gioco, dello spettacolo e del divertimento del pubblico; comportarsi correttamente e rispettare il fair play; rifuggire dagli alibi di una direzione arbitrale negativa quando si registra o della dietrologia complottistica, tanto cara alle parte più retriva del nostro calcio.

Meno di tre anni fa (Johannesburg, 24 giugno 2010, Slovacchia-Italia 3-2), gli allora campioni del mondo in carica venivano sbattuti fuori dal mondiale sudafricano, rimediando la peggior figura in cent’anni di storia: mai, prima di quel giorno, l’Italia non era riuscita a vincere manco una partita della fase finale di un torneo iridato. Ci toccò pure quello e rammentiamo perfettamente le grida di dolore delle prefiche che si stracciavano le vesti perchè il calcio italiano era all’anno zero, ma soprattutto, secondo le prefiche, non aveva un futuro degno di questo nome. Poi sono arrivati Prandelli, Sacchi, Ferrara e Mangia.

In meno di un anno (Kiev, 1 luglio 2012 – Gerusalemme, 18 giugno 2013), gli azzurri sono diventati vicecampioni d’Europa con la Nazionale maggiore e con l’Under 21. In entrambi i casi, si sono dovuti inchinare alla Spagna che, però, è l’espressione di un calcio dove i giovani di 17, 18, 19 anni debuttano in prima squadra e lì continuano a giocare. Un calcio i cui settori giovanili sono i serbatoi della prima squadra, non fabbiche di talenti usa e getta. Un calcio che deprime i bidoni ed esalta i talenti. Da noi, troppo spesso, accade il contrario.

Qui sta il punto. La foto che correda questo editoriale è illuminante: fra gli undici ragazzi di Mangia non c’è un titolare in serie A. Lo è Verratti, in Francia, nel Psg che, anche grazie all’ex pescarese, ha vinto il titolo. Ma Verratti, un anno fa veniva considerato troppo immaturo e troppo caro dalle Grandi che si erano interessate a lui: Juve, Milan, Inter, Roma, tanto per fare nomi. Ancelotti lo portò a Parigi e i risultati si sono visti.

Borini non è titolare nel Liverpool, ma soltanto perchè, in questa stagione, ha avuto una maledetta jella ed è stato costretto a recuperare al prezzo di grandi sacrifici personali dopo due seri infortuni che avrebbero schiantato un elefante.

Insigne ha collezionato sì 37 presenze e 5 gol in A nell’ultimo campionato, ma senza diventare titolare fisso del Napoli di Mazzarri. E’ auspicabile lo diventi nel Napoli di Benitez.

Vedremo quale sarà il futuro degli altri vicecampioni d’Europa, che hanno dimostrato in Israele di che pasta siano fatti.

I dirigenti scialacquatori di decine di milioni, i cacciatori di bidoni, gli allenatori poveri di coraggio ora devono dimostrare quanto credano nei talenti autentici del nostro calcio. Conoscendo i primi, i secondi e i terzi, sarà dura.

Post scriptum: è di stamane la notizia che il Bayer Leverkusen abbia virtualmente chiuso per Giulio Donati, 23 anni, difensore dell’Inter rientrato dal prestito al Grosseto, uno fra i migliori dell’Under 21 in Israele. Prezzo dell’operazione: “soltanto” 3 milioni di euro, un autentico affare. Per i tedeschi. Con rispetto parlando, è meglio Donati o Jonathan? Ma perché l’Inter continua a farsi del male?