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Stendardo: ad Agropoli vogliono chiudere un ospedale

Caro direttore Jacobelli,

dal prossimo 20 giugno l’ospedale di Agropoli verrà chiuso sulla scorta di un piano di rientro sanitario attuato dall’attuale presidente Caldoro e messo in pratica dall’Asl di Salerno.

Una vicenda che si trascina dallo scorso aprile tra presidi, sospensioni del provvedimento, ricorsi al Tar e mobilitazioni sociali. Una peripezia che è divenuta una storia civile e un’emergenza sociale, connotandosi di tratti etici e morali ben lontani dalle semplici implicazioni politiche e partitiche, affondando la loro ragione d’essere nella salvaguardia del diritto alla salute.

Un diritto fondamentale dell’individuo, garantito e regolamentato dall’art. 32 della Costituzione, che tutela l’integrità fisica e psichica della persona e può essere fatto valere dai cittadini sia nei confronti dello Stato e degli enti pubblici che dei privati. La lotta legata alla chiusura dell’ospedale di Agropoli non è limitata a una comunità singola e isolata, ma rappresenta una battaglia civile perché, in effetti, questo provvedimento, se nella sua unitarietà di fenomeno riferisce a un colpo sferrato a una specifica comunità territoriale, a livello macrocosmico, inserito in un sistema complesso di contesti e relazioni, è sintomatico di un vizio di malgoverno, che oggi tocca la realtà agropolese, ma domani potrebbe colpire qualunque altro comune.

Una decisione impopolare, ma soprattutto immotivata e ingiustificata se si considera che nel piano attuativo approvato dalla Regione Campania non era prevista alcuna chiusura anche nel momento in cui si parlava di riduzione della spesa sanitaria. Immaginabile lo sgomento e la reazione dei cittadini e dell’amministrazione, che sin da subito si sono appellati alle massime cariche dello Stato – il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – per rivendicare i propri diritti di tutela e garanzia della salute.

Il nosocomio è destinato a diventare, non sappiamo cosa, forse un centro di primo soccorso e di riabilitazione. Una riconversione che colpisce una struttura inaugurata pochi anni fa, perfettamente funzionante e completa dal punto di vista dell’offerta di servizi erogati in un comune come quello di Agropoli che serve circa 200 mila abitanti. Un provvedimento che sa ancora più di assurdo pensandolo in prossimità dell’estate quando il comune cilentano registra un notevole incremento di persone dovuto ai flussi di turisti: un periodo in cui una struttura ospedaliera completa ed efficiente diviene ancora più necessaria. Pertanto, piuttosto che una chiusura e una conseguente riconversione volta a garantire la sola emergenza territoriale, era sicuramente più appropriato strutturare un miglioramento e un’implementazione delle prestazioni garantite ad Agropoli e ai 19 comuni limitrofi che fanno parte dell’utenza dell’ospedale.

Per raggiungere i primi presidi ospedalieri – Eboli, Battipaglia, Vallo della Lucania – è, invece, ora necessario percorrere decine di chilometri, considerando che la strada Cilentana versa in pessime condizioni ed è continuamente interessata da fenomeni di dissesto idrogeologico: trasportare in questo modo persone bisognose di interventi d’urgenza rappresenta un rischio elevatissimo che non si può correre quando in gioco vi sono vite umane.

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