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Petrocchi saluta gli aquilani: «Vi voglio bene»

Il nuovo vescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi si presenta alla comunità ecclesiale e civile del capoluogo abruzzese attraverso una lettera aperta rivolta a tutta la cittadinanza.

«​Come vi è noto – scrive il vescovo – lo Spirito del Signore, attraverso Papa Francesco, ha disposto che la linea di percorso della mia esistenza si immettesse sulla larga corsia di marcia della Chiesa Aquilana. Si è trattato per me di un evento imprevisto, ma accolto con un “sì” pieno e incondizionato. Desidero spendermi con tutto il cuore nella nuova missione che il Signore, attraverso il Successore di Pietro, mi chiede di compiere tra voi e con voi».

«Ho svolto il mio ministero episcopale, per quasi quindici anni, nella Chiesa Pontina – aggiunge Petrocchi – ma provengo da Ascoli Piceno, città delle Marche, geograficamente e storicamente contigua alla terra abruzzese. Da sempre, la mia gente di origine è culturalmente affine alla vostra. Anche i nostri dialetti sono classificati nell’ambito della stessa famiglia linguistica e mi è facile, perciò, comprendere la vostra parlata. Etnicamente, dunque, apparteniamo a due popolazioni strettamente imparentate».

«Purtroppo – scrive il vescovo – anche la mia terra è soggetta a terremoti ed io stesso ne ho sperimentato in diverse occasioni la violenza; mai tuttavia nelle nostre zone un sisma è stato così devastante come quello che ha colpito le vostre città e paesi nella tragica notte del 6 aprile 2009. In quelle giornate angoscianti ho sofferto con voi e ho pregato per voi, chiedendo al Signore che vi assistesse nella terribile prova che sconvolgeva la vostra vita. Ho seguito, poi, attraverso le notizie diffuse dai mass-media, la fase dei soccorsi e, successivamente, l’inizio dell’opera di ricostruzione. Fino a qualche settimana fa sono stato con il cuore “vicino” a voi; da sabato scorso sono diventato “uno di voi”». ​

«​Lo Spirito – scrive Petrocchi – ci chiama a camminare insieme sulle vie della comunione, per crescere come Chiesa che vive e annuncia il Signore Gesù, crocifisso e risorto. ​Siamo consapevoli che, nella misura in cui cresceremo nella concordia e nella generosità evangeliche, diventeremo anche lievito di unità nella società in cui viviamo. Il Sole che illuminerà il nostro santo viaggio è la Parola di Dio, così come viene interpretata e proclamata dal Magistero della Chiesa. Sappiamo, infatti, che la Parola non solo ci indica la strada che porta al Cielo, ma ci insegna pure a realizzare in pienezza la nostra umanità. La fedeltà alla Verità che ci rende liberi (cfr. Gv 8,32), perciò, ci consentirà anche di costruire un mondo più fraterno e solidale: quindi, più degno dell’uomo.

Alla scuola del Vangelo impareremo sempre meglio l’arte di affrontare e risolvere i problemi, perché non esistono labirinti senza sbocco, nei quali si è condannati a rimanere intrappolati. Da credenti sappiamo che c’è sempre un varco in tutte le difficoltà, anche quelle più oscure e complicate. Sta scritto, infatti, che Dio è fedele e, insieme alla prova, ci dà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1Cor 10,13). ​Nel nostro pellegrinaggio verso la pienezza cristiana ed umana, attingeremo con abbondanza alle sorgenti della grazia che il Signore, attraverso i sacramenti, fa scaturire per noi. Infatti, solo con la forza che ci viene da Dio vinceremo le sfide che la storia ci pone, crescendo nel bene e nella condivisione fraterna.

​Cercheremo di essere, in misura crescente, “un cuor solo e un’anima sola” (cfr. At 4,32), amandoci scambievolmente, con quella carità che non ha origine nell’uomo, ma che ha la sua fonte nel cuore di Dio (cfr. Rm 5,5). ​ Siamo consapevoli che dovremo difenderci dai virus contagiosi del negativismo disfattista e del pessimismo rassegnato, come anche ci impegneremo a neutralizzare le patologie micidiali delle divisioni faziose e fratricide, degli egoismi miopi e avidi, delle retoriche tendenziose e inconcludenti. ​Sulle nostre comunità dovranno sempre sventolare alte, e rispettate da tutti, le bandiere della giustizia e della legalità». ​

«Il Popolo aquilano, forte e gentile, nel corso dei secoli – si legge ancora nella lettera del nuovo vescovo – ha più volte conosciuto la tragedia provocata da catastrofi sismiche, ma non si è mai arreso ad una sorte infausta: anzi, dopo ogni disfatta si è rialzato con tenacia eroica e ha ricostruito la sua città più bella e più viva di prima. Ha testimoniato, così, sulla scena del mondo, che la fede incrollabile nella Provvidenza vince tutte le battaglie, anche quelle che sembrerebbero irrimediabilmente perse. Perciò sono fermamente convinto che anche questa volta il terremoto perderà la guerra che ha rabbiosamente scatenato contro L’Aquila. ​Non bisognerà, però, mai dimenticare, che dopo Dio e i Santi Patroni, gli alleati più stretti degli Aquilani dovranno essere proprio gli Aquilani. La misura del loro successo sarà direttamente proporzionale alla loro unità. ​Se saremo fino in fondo discepoli di Gesù, la Sua Pasqua agirà con efficacia dentro di noi e ci porterà a scrivere, nel grande libro della storia, pagine stupende, degne di essere raccontate. È vivendo la Pasqua del Signore che potremo trasformare la debolezza in forza e il dolore in una straordinaria risorsa spirituale: la pace e la gioia, infatti, fioriscono e portano frutto non solo nonostante il dolore, ma grazie al dolore, se viene reso Amore.

Per tale ragione è stato giustamente scritto che l’anima non avrebbe arcobaleno se gli occhi non avessero lacrime, attraversate dalla luce pasquale di Cristo. Sono convinto che, assecondando l’azione dello Spirito, il tragitto della nostra anima passerà dall’Ahimé all’Amen, e dall’Amen all’Alleluja! Ciò equivale a dire che quando dal comprensibile grido di dolore, lanciato davanti alla croce, si passa all’evangelico “si faccia la Tua volontà” (consegnandosi con abbandono filiale nelle braccia dell’Onnipotente), si arriva sempre ad innalzare il canto esultante del Magnificat: inno prorompente di lode e di gratitudine. Proprio così, poiché il Signore compie sempre grandi cose in coloro che si fanno umile eco del “sì” di Maria. ​ Questa certezza alimenta in noi la fiducia fattiva e lungimirante, che sa guardare il futuro con gli occhi profetici della speranza cristiana».

«​Rivolgo un grazie immenso, per il lavoro svolto e la instancabile dedizione, all’Arcivescovo Giuseppe Molinari, Amministratore Apostolico e al Vescovo Ausiliare e Giovanni D’Ercole – sottolinea il nuovo vescovo – entrambi, da anni, miei carissimi amici. ​Ai Sacerdoti, che saranno i principali e amati collaboratori del mio ministero, come anche ai Diaconi, chiamati ad essere nella Chiesa “icone viventi” di Gesù-servo, vada il mio più cordiale attestato di stima e di amicizia. ​Alle Religiose e ai Religiosi, scelti dal Signore per essere già da ora riflessi vivi della gloria del mondo che verrà, giungano il mio sostegno e la mia riconoscenza. ​Ai Catechisti, agli Animatori della Liturgia, agli Operatori della Caritas, agli Educatori e a quanti svolgono un compito di servizio nella Chiesa, arrivi il mio convinto apprezzamento per quello che sono e per quello che fanno nel promuovere il bene della Comunità ecclesiale e civile. ​ ​Una paterna carezza invio ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, che rappresentano la risorsa più importante della Comunità aquilana: sono essi il nostro futuro; anzi, in loro anche il remoto “domani” diventa ogni giorno il nostro “oggi”. Abbiamo il dovere di custodirli nell’amore e di offrire loro fondate prospettive di un avvenire migliore. ​Un abbraccio fraterno a tutti i papà e a tutte le mamme: la famiglia – lo sappiamo – è la fondamentale e insostituibile cellula della Comunità ecclesiale e sociale: essa costituisce, infatti, la prima scuola di vita cristiana e una autentica palestra di umanità. Vorrei stringere la mano, in segno di affetto e di amicizia, a tutti gli adulti che, a vario titolo e nelle diverse professioni, si spendono con perseveranza per il bene comune. ​Vorrei raggiungere gli anziani, per dire che conto sulla loro preziosa e collaudata saggezza: essa rappresenta un tesoro di incommensurabile valore, da trasmettere con sollecitudine alle nuove generazioni. Chiedo a tutti gli ammalati di ricordarmi costantemente nella preghiera: sono certo, infatti, che le loro braccia, crocifisse e spalancate verso il Cielo, commuovono il Cuore di Dio e ottengono grandissimi doni. Infine, un cordiale saluto trasmetto alle Autorità Civili e Militari, come anche a Coloro che, con varie mansioni, esercitano un pubblico servizio a favore della comunità sociale: con essi spero di avviare presto un leale e costruttivo dialogo affinché, nel rispetto dei reciproci ruoli e delle specifiche competenze, possiamo trovare le giuste sinergie, per promuovere il bene integrale di tutti e di ciascuno. ​In attesa di incontrarvi, vi affido a Maria, Madre e Modello dei Credenti, e alla intercessione dei Santi Massimo d’Aveia, Celestino V, Bernardino da Siena ed Equizio abate. ​ Vi benedico, tutti insieme e uno ad uno. ​ A presto! Vi voglio bene!».

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